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Casa Futuro: una spinta alla rinascita delle zone terremotate

Si è svolta questa mattina, ad Amatrice, la cerimonia di posa della prima pietra di Casa Futuro, uno dei più impegnativi progetti di ricostruzione privata nelle zone colpite dal terremoto dell’agosto 2016. La nuova struttura, promossa dalla diocesi di Rieti e dall’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia sorgerà nell’area del complesso “Padre Giovanni Minozzi”, edificio storico di grande importanza per Amatrice e per tutto il territorio circostante che fin dalla sua nascita, nel 1920, è stato “un luogo di trasmissione del sapere e di accoglienza” grazie alla presenza dei padri della Congregazione Famiglia dei Discepoli della Fondazione Don Minozzi. Per mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, “l’avvio del cantiere è una spinta alla rinascita delle terre colpite dal sisma”.

Il progetto. Il progetto, redatto dallo studio dall’architetto Stefano Boeri e ispirato all’idea di ecologia integrale espressa da papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, prevede “quattro corti”, spazi che uniscono “i piani della contemplazione e dell’azione”: la “Corte Civica” che ospiterà la sede comunale, una sala polifunzionale e una biblioteca pubblica con un piano interrato destinato a parcheggio e locali tecnici per il funzionamento dell’edificio; la “Corte del Silenzio”, orientata con la Torre Civica e la chiesa di Santa Maria dell’Assunta, che ospiterà la Casa Madre dell’Opera Nazionale con le residenze dei religiosi, una struttura di accoglienza e un centro assistenziale da destinare a casa di riposo; ci saranno anche ambienti museali e liturgici, un giardino e uno spazio comune a servizio degli ospiti; la “Corte dell’Accoglienza” che sarà dedicata a funzioni di ospitalità per i giovani, con un teatro/auditorium, spazi ricreativi, mensa e sale per la formazione; la “Corte delle Arti e dei Mestieri”, infine, ospiterà laboratori didattici e di trasformazione dei prodotti agroalimentari provenienti dalle filiere locali.

Il cantiere. Il cantiere, si legge in un comunicato della diocesi di Rieti, “è stato consegnato il 27 settembre alle imprese che si sono aggiudicate i lavori in seguito alla procedura negoziata di selezione disposta dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia con il supporto della diocesi di Rieti. Per l’esecuzione dei lavori l’Ufficio speciale per la ricostruzione (Usr) del Lazio ha emesso un decreto di contributo di 48 milioni di euro”. Alla cerimonia erano presenti oltre al vescovo, don Savino D’Amelio, superiore generale della Famiglia dei Discepoli di don Minozzi, e don Michele Celiberti, presidente dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, con il Commissario straordinario alla ricostruzione sisma 2016, Giovanni Legnini, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il sindaco di Amatrice, Giorgio Cortellesi e l’architetto Stefano Boeri. A margine della cerimonia, il Sir ha posto alcune domande al vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili.

Qual è il significato di Casa Futuro all’interno dell’opera di ricostruzione delle zone terremotate?

Il significato è che non basta ricostruire ma è necessario rigenerare questa terra. Rigenerazione che passa attraverso i grandi obiettivi che Casa Futuro si propone: essere un luogo di accoglienza per giovani, con un centro studi che si ispira ai principi e alle grandi questioni sollevate dalla Laudato si’; diventare un riferimento per la filiera agroalimentare che sia anche un punto di forza economica rispetto alla situazione del luogo; essere un luogo di accoglienza per gli anziani dove anche la realtà dei padri dell’istituto Don Minozzi e delle sorelle, chiamate ‘ancelle’, potranno avere casa; essere un punto di raccolta di servizi amministrativi, facenti capo al Comune, che serviranno a rimettere in moto la macchina dei beni comuni.

A quali bisogni intende rispondere Casa Futuro?

Anzitutto al bisogno di abitabilità. Questo territorio devastato dal sisma del 2016 richiede nuove forme di insediamenti ecosostenibili che offrano la possibilità di vivere questi luoghi non solo seguendo il criterio dell’identico ma piuttosto quello dell’autentico. Significa guardare avanti e offrire spunti innovativi, non riprodurre semplicemente le forme del passato. Questa è anche la ragione per cui abbiamo affidato il progetto di Casa Futuro all’architetto Stefano Boeri che, in questo ambito, garantisce competenza ed esperienza. I bisogni cui fa riferimento Casa Futuro sono anche quelli della formazione, e qui penso ai giovani, dell’accoglienza delle persone fragili e vulnerabili come gli anziani e della possibilità di conoscere e approfondire la questione ambientale.

Non c’è il rischio che Casa Futuro possa diventare una cattedrale nel deserto?

No, se cerchiamo di continuare ad alimentare quel processo di rigenerazione più ampio di cui Casa Futuro è tassello importante ma non esaustivo. Ciò significa fare in modo che le cosiddette aree interne possano essere rese più facilmente gestibili grazie anche a infrastrutture adeguate. In questo senso non posso non fare riferimento sia al raddoppio della Salaria che alla Ferrovia dei due mari che collegherebbe il Tirreno all’Adriatico, le Marche al Lazio, Ascoli a Roma. Di recente la Rfi, Rete Ferroviaria Italiana, ha manifestato l’intenzione di procedere ad uno studio di fattibilità su cui si è concentrata l’attenzione e l’adesione delle istanze politiche e istituzionali del territorio. Questa ferrovia sarebbe veramente una svolta perché favorirebbe l’accessibilità di questi territori e la loro affidabilità in termini di opportunità di lavoro, di servizi a cominciare dalla salute e dalla scuola. Tutto ciò permetterebbe alle giovani famiglie di poterci restare. Si evitano cattedrali nel deserto se questi territori vengono messi in grado di fuoriuscire dal loro atavico isolamento e diventare spazi agognati per la loro grande qualità della vita e per il rapporto che c’è tra costi e benefici. Viverci sarebbe una scelta e non una congiuntura.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbe, in questo senso, essere un’opportunità da cogliere?

Ci sono delle opportunità che non tornano e per questo vanno adeguatamente intercettate così come il Commissario alla Ricostruzione, Giovanni Legnini ha detto in varie occasioni. Bisogna interpretare Amatrice come un punto di riferimento dentro un’area più grande – in generale l’Appennino centrale – che merita di essere ricongiunta con il resto del Paese. È una questione trasversale che il terremoto ha messo ancora di più in evidenza nella sua drammaticità.

Casa Futuro, un modello di ricostruzione per le altre zone terremotate del Centro Italia?

La rigenerazione del Don Minozzi, un’area vasta circa 20mila metri quadrati – corrispondente al centro storico di Amatrice – è un punto nevralgico di questa fase. Credo che il buon esito della ricostruzione del complesso che fu il Don Minozzi costituisca una speranza concreta per dire che le cose stanno effettivamente cambiando.

Il vescovo alla prima pietra di Casa Futuro: «La rigenerazione passa attraverso questi grandi obiettivi»

«Non basta ricostruire ma è necessario rigenerare questa terra». Lo ha detto il vescovo Domenico Pompili a margine della cerimonia della posa della prima pietra di Casa Futuro, uno dei più impegnativi progetti di ricostruzione privata nelle zone colpite dal terremoto dell’agosto 2016.

La nuova struttura, promossa dalla diocesi di Rieti e dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, sorgerà nell’area del complesso “Padre Giovanni Minozzi”, edificio storico di grande importanza per Amatrice e per tutto il territorio circostante che fin dalla sua nascita, nel 1920, è stato “un luogo di trasmissione del sapere e di accoglienza” grazie alla presenza dei padri della Congregazione Famiglia dei discepoli della Fondazione Don Minozzi.

Per l’esecuzione dei lavori l’Ufficio speciale per la ricostruzione (Usr) del Lazio ha emesso un decreto di contributo di 48 milioni di euro. Per mons. Pompili, «la rigenerazione passa attraverso i grandi obiettivi che Casa Futuro si propone: essere un luogo di accoglienza per giovani; diventare un riferimento per la filiera agroalimentare e dunque un punto di forza economica; essere un luogo di accoglienza per gli anziani; essere un punto di raccolta di servizi amministrativi, facenti capo al Comune, che serviranno a rimettere in moto la macchina dei beni comuni».

Mons. Pompili si è detto convinto che Casa Futuro non diventerà una cattedrale nel deserto «se cerchiamo di continuare ad alimentare quel processo di rigenerazione più ampio di cui Casa Futuro è tassello importante ma non esaustivo. Ciò significa fare in modo che le cosiddette aree interne possano essere rese più facilmente gestibili grazie anche a infrastrutture adeguate».

A tale riguardo il vescovo ha ribadito l’importanza del raddoppio della Salaria e della Ferrovia dei due mari che collegherebbe il Tirreno all’Adriatico, le Marche al Lazio, Ascoli a Roma. Si tratta di opere che favorirebbero «l’accessibilità di questi territori e la loro affidabilità in termini di opportunità di lavoro, di servizi a cominciare dalla salute e dalla scuola. Tutto ciò permetterebbe alle giovani famiglie di poterci restare. Si evitano cattedrali nel deserto se questi territori vengono messi in grado di fuoriuscire dal loro atavico isolamento e diventare spazi agognati per la loro grande qualità della vita e per il rapporto che c’è tra costi e benefici. Viverci sarebbe una scelta e non una congiuntura». In questo senso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbe essere un’opportunità da cogliere.​

Prima pietra per Casa Futuro: «Un modello di ripartenza per l’intero Paese»

«Per il progetto abbiamo voluto ispirarci allo spirito originario del “Don Minozzi” e della sua vocazione a essere un luogo di trasmissione del sapere e di accoglienza. Lo abbiamo fatto attraverso quattro ‘corti’, spazi per la comunità. In nuce Casa Futuro è un progetto di città ed è il modo più bello di partire oggi».

Così l’architetto Stefano Boeri, autore del progetto “Casa Futuro”, in una dichiarazione rilasciata al Sir in occasione della posa prima pietra, ad Amatrice. La nuova struttura, promossa dalla diocesi di Rieti e dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, sorgerà nell’area del complesso “Padre Giovanni Minozzi”.

«La corte – ha aggiunto l’architetto – è l’architettura della comunità e il suo concetto appartiene alla storia italiana ed europea». Secondo l’architetto «le sinergie messe in campo da tutti gli attori e gli enti preposti a questo compito hanno funzionato e sono state formidabili nell’attenzione, nella velocità e nell’efficacia nel passaggio tra le intenzioni e le azioni. Anche il cantiere, nel suo piccolo, sarà un modello: lo abbiamo pensato alla stregua di una scuola in cui, per esempio, le macerie verranno per quanto possibile riutilizzate per farne fondazioni, muri di contenimento e per plasmare i pannelli delle facciate dei nuovi edifici. La sfida è bellissima. Credo che Casa Futuro, per tutti questi motivi, possa essere assunto come modello di ripartenza anche per l’intero Paese».

Il progetto, redatto dall’architetto Stefano Boeri, trae ispirazione anche dall’idea di ecologia integrale espressa da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. Esso prevede “quattro corti”, spazi che uniscono «i piani della contemplazione e dell’azione»: la “corte civica” che ospiterà la sede comunale, una sala polifunzionale e una biblioteca pubblica con un piano interrato destinato a parcheggio e locali tecnici per il funzionamento dell’edificio; la “corte del silenzio”, orientata con la Torre Civica e la chiesa di Santa Maria dell’Assunta, che ospiterà la Casa Madre dell’Opera nazionale con le residenze dei religiosi, una struttura di accoglienza e un centro assistenziale da destinare a casa di riposo; ci saranno anche ambienti museali e liturgici, un giardino e uno spazio comune a servizio degli ospiti; la “corte dell’accoglienza” che sarà dedicata a funzioni di ospitalità per i giovani, con un teatro/auditorium, spazi ricreativi, mensa e sale per la formazione; la “corte delle arti e dei mestieri”, infine, ospiterà laboratori didattici e di trasformazione dei prodotti agroalimentari provenienti dalle filiere locali.

Parte il piano di finanziamenti per le aree colpite dal sisma

Il ministro per la Coesione territoriale Mara Carfagna ha firmato ad un Contratto Istituzionale di Sviluppo che porterà in provincia di Rieti 22,4 milioni di euro. Serviranno a finanziare 13 progetti, 5 dei quali riguardano cultura e turismo, altrettanti la riqualificazione urbana, uno i trasporti e la mobilità e due le infrastrutture sociali.

Tra i comuni interessati, quello di Cittareale per la realizzazione di un’area fieristica, Posta e Amatrice per il biodistretto Terra Viva, ma anche Leonessa, Accumoli, Borbona, Borgo Velino, Cantalice, Castel Sant’Angelo, Cittaducale, Rieti. Ad Antrodoco arriveranno 800mila euro per la ristrutturazione della piscina nell’area termale; altri 3,5 milioni serviranno per la ciclovia dei Monti Reatini.

Finanziato con 3,5 milioni di euro anche il recupero dell’Ospedale vecchio di Rieti, che una volta riqualificato, insieme anche al trasferimento dell’Università a Palazzo Aluffi, risulterà funzionale all’offerta di nuovi spazi nel centro storico della città dedicati alla didattica, alla convegnistica, ad eventi aggregativi-culturali e all’insediamento di nuovi uffici.

«Avevo preso l’impegno di completare entro l’anniversario del terremoto la selezione dei progetti del CIS ‘Sisma’, e sono soddisfatta: abbiamo un elenco di iniziative di assoluta qualità, concordato con tutte le amministrazioni competenti, dalle quattro Regioni interessate ai capoluoghi del cratere, fino ai piccoli Comuni come Amatrice, Accumoli, Castelluccio di Norcia, per cui cinque anni fa si mobilitò tutto il Paese», ha dichiarato il ministro al termine della riunione tecnica sul Contratto Istituzionale di Sviluppo per le aree colpite dalla catastrofe del 2016.

«Sono orgogliosa per la velocità con cui è stato affrontato e portato a termine l’impegno – ha dichiarato il ministro Carfagna nel corso del suo intervento – e sono orgogliosa per l’ottima collaborazione di tutti: il commissario Legnini, i presidenti di Regione, i sindaci e ogni ente coinvolto nell’elaborazione delle proposte».

 

Casa Futuro, si va verso l’apertura dei cantieri

L’Ufficio Speciale per la Ricostruzione del Lazio ha emesso il decreto di contributo per Casa Futuro, il piano di ricostruzione e rifunzionalizzazione dell’Istituto “Padre Giovanni Minozzi” che l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia e la Diocesi di Rieti intendono realizzare ad Amatrice su progetto dello Studio Boeri.

L’originale Istituto “Padre Giovanni Minozzi”, progettato dell’arch. Foschini, comprende, oltre a una chiesa, numerosi edifici destinati a ospitare, educare e formare al lavoro minori. In seguito allo sciame sismico che ha interessato il centro Italia a partire dal 24 agosto 2016, il complesso ha subito gravissimi danni divenendo inagibile.

Con il progetto Casa Futuro, la Diocesi di Rieti e l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia intendono recuperare lo spirito originale dell’Istituto attraverso il concetto di “Ecologia Integrale” formulato da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Si andrà dunque a realizzare un luogo che assicuri accoglienza e ospitalità, soprattutto ai giovani, e attività assistenziali, ma anche un centro per la valorizzazione delle risorse del territorio legate alla produzione agroalimentare e un polo culturale per iniziative di studio e formazione.

Il progetto prevede in particolare la realizzazione di quattro corti: la Corte Civica ospiterà funzioni di carattere amministrativo e sociale, oltre a sale polifunzionali attrezzate per differenti attività; la Corte del Silenzio sarà la sede della Casa Madre dell’Opera Nazionale con le residenze dei religiosi, nonché servizi di accoglienza e di ospitalità per opere caritative aperte al pubblico; la Corte delle Arti e dei Mestieri ospiterà prevalentemente aule didattiche, laboratori e spazi per la formazione fortemente improntati sullo sviluppo delle filiere locali; nella Corte dell’Accoglienza troveranno spazio i servizi di ospitalità per i giovani, spazi e sale ricreative, mensa e sale per la formazione aperte al pubblico oltre a un Centro Studi legato alle Comunità Laudato si’. In questa corte è previsto anche il ripristino della funzione del teatro che potrà ospitare eventi e opere teatrali in genere.

L’atto giunge alla conclusione delle procedure di selezione degli esecutori dei lavori: tramite una procedura negoziata la committenza ha affidato il cantiere a un raggruppamento di imprese specializzate nelle diverse lavorazioni necessarie alla realizzazione dell’opera, costituito da Consorzio Stabile Aurora, La Torre Costruzioni, Consorzio Stabile De Medici e Impresit Lavori.

L’apertura dei cantieri avverrà nei prossimi giorni.

La cecità del male e la fiducia che dà alla vita un’altra possibilità

È un momento duro, vero, faticoso, quello della veglia nella notte tra il 23 e il 24 agosto, vissuto per il quinto anno ad Amatrice. Richiede il sacrificio dell’attesa, la rinuncia al sonno, l’impegno della presenza. Se non può essere altrimenti, è perché il dolore è vivo e il ricordo non può essere sublimato, reso astratto, allontanato quanto basta per viverlo in un altro modo, in un altro orario.

Non si tratta di fare un esercizio di memoria, ma di essere presenti e insieme nel momento esatto in cui la terra ha tremato, le case sono cadute, le vite sono state spezzate. La preghiera aiuta a sentire vicino chi non c’è più e i minuti necessari a leggere tutti i nomi dei caduti sembrano aggiungere al ricordo consistenza e durata. Come i colpi di gong che ne ribattono la presenza fino alle 3 e 36.

«Potranno queste ossa rivivere?». L’interrogativo posto dal profeta Ezechiele ha dato al vescovo Domenico lo spunto per rendere esplicite le domande che nella notte di Amatrice hanno forse attraversato il cuore dei presenti: «Che senso ha la vita se poi passa in maniera così tragica e inaspettata? È possibile poter sperare in un nuovo incontro con chi non è più in mezzo a noi? E che senso ha la mia vita, esposta a questo rischio mortale?». Nel pieno della notte, provocati da quello che è accaduto cinque anni fa, questi dubbi «servono a situarci» e a renderci conto di come «non abbiamo molte risposte». Se non gridare, come il cieco Bartimeo che cerca di farsi notare da Gesù.

Il grido in sé non è una risposta alle domande che albergano nel nostro cuore, «ma è fondamentale se vogliamo che queste non cadano nel vuoto. Fin quando non gridiamo, ha notato mons Pompili, rimaniamo come sospesi. Quando si grida è segno buono, vuol dire che si desidera prepotentemente qualcosa». Anche la veglia nella notte del 24 agosto è un grido, anche se implicito, silenzioso. Un grido simile a quello del bambino che nasce, che avverte della vita che inizia o riprende.

Anche la fede, ha aggiunto il vescovo, nasce da un grido. E spesso sembra rivolto a una promessa mancata. «Ma quando Gesù sente il grido di Bartimeo dice ai discepoli “chiamatelo”. E se non lo convoca lui stesso, è per dire che la fiducia può sorgere solo se ci sono altri intorno a noi che ci si fanno incontro. Lo abbiamo sperimentato in questi cinque anni: quando siamo stati raggiunti da chi ci ha aiutato a continuare a camminare, quando abbiamo avuto la fortuna di essere quasi presi per mano da chi non ci ha mai abbandonati». Segni che vanno presi come un invito a «trovare nella prossimità la forza di reagire alle domande che ci feriscono alle spalle».

Il brano evangelico si conclude con il cieco che si avvicina al Maestro: «Va – gli dice Gesù – la tua fede ti ha salvato». C’è tanta gente sfiduciata, ma «chi è portatore di fiducia dà alla vita un’altra possibilità».

Un atteggiamento che «significa anche onorare quelli che non sono più in mezzo noi», riconoscendo che «la loro vita continua anche attraverso la fiducia che sappiamo seminare».

Da musica e preghiera l’energia segreta che aiuta a superare le difficoltà

Musica e preghiera: è il binomio proposto dal vescovo Domenico al termine della veglia di preghiera vissuta a Grisciano sulla soglia del quinto anniversario del sisma che nella notte del 24 agosto del 2016 ha portato distruzione e lutti nei territori di Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto. Fu la prima di una lunga serie di scosse che hanno progressivamente allargato il fronte dei danni e dei problemi. Questioni concrete a fronte delle quali la bellezza astratta della musica e il raccoglimento della preghiera non sembrano efficaci.

Ma è una lettura superficiale. Perché «la musica è la colonna sonora che ci consente di superare le difficoltà». E per farsi meglio capire monsignor Pompili ha ricordato l’impressione avuta, proprio ad Accumoli, quando alla prima festa vissuta dopo il terremoto giunse la banda musicale: «si vedeva che la musica aveva il sopravvento rispetto alla tristezza che i musicisti portavano dentro e traspariva dai loro volti».

E per questo, a ben vedere, la musica non è mai mancata nei cinque anni che ci separano dalla tragica notte del terremoto. Come non è mai mancata la preghiera: «Anche qui qualcuno può dire che essa non ha molto effetto pratico. Ma esattamente come per impastare il cemento non basta la materia, ma ci vuole anche l’acqua, la preghiera in questi anni è stata l’occasione per ritrovare l’energia interiore che ci ha consentito di superare le tante difficoltà che abbiamo incontrato».

La sintesi di questa forza dello spirito è il crocefisso: c’era anche durante la veglia di questo 23 agosto a Grisciano, posizionato in modo irrituale nel mezzo del cantiere che ha fatto da contesto al momento in comune. Un’immagine che rimanda a quello che ondeggiava in alto durante i funerali delle vittime. «Non ci ha mai abbandonato – ha sottolineato il vescovo – per ribadire che il dolore fatto sperimentare dal terremoto ha una sola forma di reazione possibile: l’amore di cui il crocefisso è l’espressione. Lasciamo allora che questa immagine di Gesù che mostra il suo amore sia anche la musica e la preghiera che ci accompagnano nel futuro».

A cinque anni dal terremoto, i primi cantieri rendono concreta la speranza

Il crocefisso su un cantiere; una pila di sacchi di cemento e qualche mattone per accennare un altare. Sono i segni forti e immediati che hanno creato il contesto del momento di preghiera in memoria delle vittime del terremoto vissuto a Grisciano di Accumoli. A dare il senso dell’incontro è stato il parroco don Stanislao Puzio, che ha riflettuto sull’inconsapevole serenità vissuta da tutti prima delle scosse del 24 agosto 2016. Erano i giorni in cui tanti si preparavano a rientrare a scuola o a lavoro. Momenti ingenui, ma insieme solenni e festivi. Poi la terra ha tremato, ed è stato come perdere l’innocenza. «Non si può dimenticare quello che è accaduto», ha sottolineato il sacerdote: «con la distruzione e la morte è arrivata anche la paura».

«Quella notte l’alba sembrava non arrivasse mai», ha aggiunto don Stanislao, notando che allo stesso modo ha tardato «l’alba della ricostruzione». Perché nella piena emergenza c’è stato «il fiume della solidarietà» a dare sollievo, ma «chi immaginava ci sarebbe voluto così tanto per vedere i primi cantieri?». Non a caso la veglia dell’anno precedente chiedeva di “Vedere la speranza”. Ma in questi giorni, «le prime gru compaiono sul territorio». E dal momento in cui aprono i cantieri la speranza smette di essere un sogno, un’idea che rischia d’esser vuota per diventare «un fatto concreto, visibile, toccante, atteso e preteso dalla popolazione».

Un quartetto d’archi è stato chiamato a sottolineare questo nuovo inizio, come ad annunciare la bellezza di case da abitare che i cantieri non possono lasciare intravedere. Ma tra i ferri e le tavole delle impalcature vengono proiettate immagini che suggeriscono un ponte tra le macerie di ieri e la vita da ricostruire guardando al domani. Tra le foto tante sono delle chiese, crollate come le case, ma non come la speranza. Si è però corso il rischio di vederla rovinare e su questo si sono concentrate le meditazioni del rosario condotto dai frati Mimmo e Carmelo. Ricordando che la ricostruzione è possibile se comprende l’essenziale dimensione spirituale: «Invitiamo il Signore ad essere presente nel mondo delle nostre sofferenze: lui solo, infatti, cambia il buio in luce, la disperazione in speranza, la morte in vita. E per questo è importante lasciarsi plasmare dalla sua grazia».

La luce del videoproiettore scrive “Risorgeremo” tra le lamiere del cantiere. Ora bisogna crederci.

Crescono i numeri della ricostruzione. Legnini: «Case sicure in tempi ragionevoli per rispetto delle vittime»

Il Commissario per la Ricostruzione, Giovanni Legnini, ha presentato oggi a Rieti il Terzo Rapporto sulla Ricostruzione del Centro Italia. Un passaggio significativo anche perché compiuto alla vigilia del quinto anniversario del primo dei tre terremoti che hanno distrutto il Centro Italia. Il pensiero del Commissario è subito andato al ricordo delle vittime, esteso anche ai morti nel più recente sisma di Haiti. Ma alla memoria si affianca la vicinanza verso quanti hanno deciso di rimanere sul territorio. Perché «il modo migliore per onorare i morti è ricostruire case sicure in tempi ragionevoli».

Ma prima ancora, secondo Legnini, c’è da recuperare la fiducia dei cittadini, scoraggiati dal tempo che passa e da procedure lente e complicate. E qui il Commissario ha rivendicato una sburocratizzazione e un rafforzamento delle strutture che oggi garantisce procedure efficaci e «risorse finanziare forse senza precedenti». Un risultato che è anche merito di un lavoro di squadra, «tra il Governo, gli Uffici Speciali per la ricostruzione delle Regioni, gli Uffici Sisma dei Comuni, le Diocesi che fanno da stazione appaltante per la ricostruzione delle chiese, i cittadini, i comitati, i tecnici, le imprese».

E se è vero che c’è ancora molto da fare, vanno però colti i segnali positivi. Le domande di contributo per la riparazione o la ricostruzione degli immobili danneggiati dal sisma 2016 sono cresciute oltre quota 20 mila e riguardano 52 mila unità immobiliari di tipo residenziale e 1.150 immobili produttivi. L’importo richiesto dai cittadini è di 5,4 miliardi di euro. Le richieste approvate, oltre 10 mila, sono cresciute molto velocemente nell’ultimo anno, ed in particolare nei primi sei mesi del 2021, nel corso dei quali sono stati approvate 3.300 richieste di contributo e completati oltre 1.100 cantieri. Dall’avvio della ricostruzione sono stati ultimati 5 mila interventi su edifici, con 12 mila unità residenziali completate, e in corso i lavori in altri 5 mila cantieri, per 13 mila ulteriori abitazioni.

La ricostruzione si trova dunque in una fase matura, anche se sconta dei rischi dovuti alle dinamiche di mercato indotte anche dalla pandemia. Il ritmo acquisito tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 nell’apertura di nuovi cantieri, rischia in primavera di subire un rallentamento a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali da costruzione, al quale si è fatto fronte, recentemente, innalzando la misura del contributo.

«L’accelerazione della ricostruzione, evidente, comporta anche dei problemi. Le imprese che lavorano nella ricostruzione sono tante, 2.659, ma non sufficienti, come il numero dei professionisti che elaborano i progetti. Colgo questa occasione per rivolgere un appello alle imprese e ai professionisti di tutto il Paese: venite a lavorare nel Centro Italia. È un messaggio di fiducia: oggi la governance è ben strutturata e capace di fornire risposte. Se manteniamo questo ritmo, e avremo una capacità attuativa adeguata, quella del Centro Italia, pur difficilissima, può diventare una delle ricostruzioni più veloci», aggiunge il Commissario.

Anche la ricostruzione pubblica, dopo anni di stasi, sta accelerando. Nei primi sei mesi del 2021 gli interventi hanno registrato un sostanziale avanzamento. La spesa, in questo periodo, è stata di 144 milioni di euro (nell’intero 2020 la spesa fu di 62 milioni di euro), portando il totale a 411 milioni di euro.

Le opere pubbliche finanziate dalle Ordinanze, comprese le chiese, le scuole e gli interventi sui dissesti, sono oltre 2.600. In questi sei mesi sono stati sbloccati circa mille interventi. I cantieri al lavoro erano 169, quelli ultimati 251. Nel 2021 hanno visto la luce le 25 Ordinanze Speciali per la ricostruzione dei borghi più distrutti, che danno attuazione ai poteri in deroga concessi al Commissario, e si sono concretizzate le prime iniziative per lo sviluppo economico.

Sono stati avviati il Pacchetto Sisma del PNRR, con 1,780 miliardi, ed il Contratto Istituzionale di Sviluppo, varato dal Ministro della Coesione Territoriale, che finanzia i primi progetti con 160 milioni di euro, la cui programmazione è affidata alla Cabina di Coordinamento, guidata dal Commissario Straordinario, con i rappresentanti di tutte le istituzioni coinvolte.

Nel corso del 2021 è stato definito l’accordo con l’Agenzia delle Entrate sull’uso del Superbonus 110% insieme al contributo pubblico di ricostruzione, che semplifica le procedure e rende possibile coprire con le detrazioni le eventuali spese in accollo ai proprietari. Nello stesso tempo sono stati rafforzati i presidi di legalità sulle attività di ricostruzione, con la firma di numerosi protocolli tra Prefetture, imprese e sindacati finalizzati a contrastare il lavoro nero e le infiltrazioni della criminalità.

«Numeri positivi – sottolinea il Commissario – segno di un’attività che assume finalmente un passo più adeguato alle aspettative dei cittadini colpiti dal sisma, ma anche l’evidenza della necessità di continuare con grandissimo impegno il lavoro intrapreso. Gran parte della ricostruzione deve ancora essere realizzata e le condizioni di sofferenza dei cittadini persistono, ma abbiamo la storica opportunità di una ricostruzione sicura e sostenibile e di nuovi strumenti per il rilancio economico del Centro Italia». E anche in questa prospettiva Legnini si è rivolto alla stampa, ricordando che «il ruolo dell’informazione è molto importante per alimentare fiducia oltre che per evidenziare cosa non va a servizio dei cittadini».

A cinque anni dal sisma, Pompili e Legnini: «Cominciamo a intravedere la luce in fondo al tunnel»

“Forse cominciamo ad intravedere la luce in fondo al tunnel”: cinque anni dopo il sisma del 24 agosto 2016 che devastò l’Italia centrale, il vescovo di Rieti e amministratore apostolico di Ascoli Piceno, mons. Domenico Pompili, si lascia andare ad “un cauto ottimismo” per il futuro del territorio amatriciano, tra i più colpiti dal terremoto. “Nonostante i momenti di incertezza, di difficoltà e di scoraggiamento – racconta al Sir – la parola d’ordine è stata sempre la stessa: ‘andare oltre’”.

Non è un caso che “Andare oltre” è anche il titolo di un volume edito dalla diocesi reatina per raccontare il proprio impegno nel post-terremoto che si può sintetizzare in tre tappe: “Ascoltare, intervenire e contemplare”. Quasi una risposta a “quattro anni di nulla”, alla facile retorica del “non vi abbandoneremo” o peggio ancora del “ricostruiremo come era e dove era”.

Amatrice nei giorni scorsi ha visto la prima gru ergersi sulla “zona rossa”, un segno di grande valore simbolico che prelude all’inizio dei lavori di ricostruzione del condominio vicino il monumento ai Caduti in piazza Antonio Serva. Sono in corso anche i lavori su corso Umberto 1° per il tunnel dei sottoservizi. Altri cantieri sono programmati in questi giorni. Dopo 5 anni, la ricostruzione sembra aver imboccato la strada giusta? Lo abbiamo chiesto al vescovo Pompili e al commissario straordinario del Governo alla ricostruzione, Giovanni Legnini, incontrati nei giorni scorsi ad Amatrice.

Mons. Pompili, la ricostruzione sembra accelerare. Cosa è cambiato?
La semplificazione delle procedure burocratiche, la convergenza delle diverse Istituzioni hanno prodotto negli ultimi 12 mesi una accelerazione che lascia ben sperare. Semplificare e velocizzare è vitale per rianimare le zone colpite. Si cominciano adesso a vedere delle gru. Quella impietosa fotografia del centro storico – che resta tale – dunque va contestualizzata dentro una serie di interventi che stanno venendo a maturazione. Come Chiesa anche noi daremo presto il via alla cantierizzazione dell’opera Casa Futuro, nell’area del Don Minozzi. Accanto ad una obiettiva disillusione di tempi che si sono protratti direi che adesso c’è anche una concreta fiducia che forse si comincia a fare sul serio.

In questi 5 anni la Chiesa non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla popolazione terremotata. Quali sono state le principali azioni messe in campo?
Tre sono state le azioni della Chiesa che hanno accompagnato in modo costante questo quinquennio e che abbiamo voluto raccontare in questa sorta di Libro bianco intitolato “Andare oltre”. La prima è stata l’ascolto, la voglia di sentire il battito cardiaco di questo altopiano che ha vissuto la lunga sequenza sismica che si è protratta da agosto 2016 fino alla primavera successiva. A questo si è aggiunto il Covid-19. L’ascolto significa intercettare i bisogni, inizialmente solo materiali, ma successivamente anche psicologici, morali e spirituali. La seconda azione di vicinanza è stata quella dell’intervento sul piano economico e sociale per aiutare anche le piccole e medie aziende, per sostenere chi era rimasto e che non aveva possibilità di lavoro. Abbiamo creato anche una impresa sociale che ha dato lavoro a giovani e donne e aiutato persone che avevano voglia di ricominciare. Terza azione: ricostruire i beni culturali, metterli in sicurezza e rialzarli. Tre azioni che hanno evidenziato una continuità di presenza vicino alla comunità locale.

Dopo 5 anni come vive la popolazione, come ha rielaborato questo dramma del sisma?
L’impatto è stato devastante. In quei frangenti

la fede è tornata all’essenziale misurandosi con questa prova così dolorosa

e aiutando la gente a sostenersi, penso in particolare agli anziani e ai giovani, anche davanti la difficoltà di tenere insieme le popolazioni in un territorio che ha subìto il contraccolpo emotivo e fisico di questa tragedia.

A breve l’apertura del cantiere di Casa Futuro, il progetto che la diocesi di Rieti e l’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia intendono realizzare nell’area del complesso “Don Minozzi”. È forse questa l’opera che segna il passaggio dall’emergenza alla rinascita?
Casa Futuro è la prova tangibile che Amatrice sta provando a rinascere senza lasciarsi fiaccare dalla sfiducia. E questo grazie a un ripensamento moderno e sostenibile dell’intera area, che offrirà proposte per i giovani, opportunità per la filiera dell’agroalimentare, accoglienza per gli anziani, ospitalità per i servizi amministrativi del Comune. Credo che sia il segno che premia una lunga fase di elaborazione dei progetti, di verifica di vincoli e di individuazione delle aree adatte. Dopo cinque anni speriamo di poter chiudere definitivamente la fase dell’emergenza per cominciare l’opera di rigenerazione di questa terra.

Basterà questo per fermare l’esodo degli abitanti dei monti della Laga?
L’esodo da queste zone nasce ben prima del sisma del 2016. Alla fine dell’800 questo altopiano era molto più popolato di oggi. È un fenomeno tipico delle cosiddette aree interne che devono misurarsi con questo fenomeno che il terremoto ha solo slatentizzato e fatto emergere. La possibilità che l’Appennino possa tornare vivere – dopo la pandemia ci siamo resi conto che i luoghi isolati offrono una migliore qualità di vita – sarà concreta solo se riusciremo a superare questo atavico isolamento delle infrastrutture materiali e immateriali. Credo che ciò evochi molte cose, per esempio la ferrovia dei due mari. Ora che sono anche amministratore apostolico di Ascoli mi rendo conto che collegare le due zone, la tirrenica all’adriatica, significherebbe introdurre un elemento di accelerazione di processi che darebbe una spallata a questo immobilismo. La difficoltà dello spopolamento è un problema più di sistema – non direttamente legato al sisma – che riguarda tutta l’Italia centrale.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbe aiutare in questa direzione?
Certamente. Bisognerà capire se si riuscirà ad inserire almeno la progettazione che è la premessa – come abbiamo visto qui nel cratere – per poter realizzare l’opera anche se non nell’immediato. Mai si comincia mai si arriva a destinazione.

Commissario Legnini, a 5 anni dal sisma qual è il suo bilancio della ricostruzione?
Finalmente ci siamo. Su tutto il territorio di Amatrice i cantieri aperti sono circa 200. Ci sono progetti  importanti come il Don Minozzi. La ricostruzione del capoluogo, dopo l’emanazione dell’ordinanza speciale in deroga, prenderà il via nell’arco di alcune settimane. Secondo i dati del terzo rapporto sulla ricostruzione del Centro Italia dopo i terremoti del 2016-2017, aggiornato alla fine dello scorso mese di giugno, sono state più di 10mila le domande di contributo approvate su 20mila presentate, 3.300 delle quali nel solo primo semestre 2021, con la concessione di 2,7 miliardi di euro per la riparazione e la ricostruzione degli edifici danneggiati. Cinquemila edifici riparati con la consegna di oltre 12mila abitazioni e il rientro a casa di altrettante famiglie, con una forte accelerazione nell’ultimo anno, che ha segnato anche l’avvio concreto, sia in termini di avanzamento dei lavori che della spesa erogata, delle oltre 2.600 opere pubbliche finanziate dalle ordinanze.

Possiamo guardare avanti con una certa fiducia.

Nuove e più efficaci procedure, pensate e varate anche durante la pandemia, hanno velocizzato la ricostruzione non solo delle strutture pubbliche ma anche di quelle private. La burocrazia – freno a mano della ripresa – sembra essere stata sconfitta, è così?
La riforma incisiva che abbiamo elaborato nel 2020 sulla procedura per la ricostruzione privata ci ha consentito di triplicare, nei primi sei mesi del 2021, il numero dei decreti, delle autorizzazioni e dei finanziamenti per gli edifici privati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno sbloccando ciò che era fermo per problemi burocratici e normativi e ma anche per la grande difficoltà nell’intervenire in una situazione di distruzione totale come Amatrice, Accumoli, Arquata e molti altri… Su questi siamo intervenuti con provvedimenti speciali in deroga, semplificando e fornendo supporto ai comuni, In queste settimane vedremo l’avvio di questi interventi.

I centri più colpiti dal sisma sono in larga parte territori e piccoli borghi che ora, dopo la messa in sicurezza, sono chiamati a tornare alla loro bellezza originaria. “Disertare questi luoghi” sarebbe “ucciderli una seconda volta” per usare parole di mons. Pompili.
Lo spopolamento, purtroppo, è già accaduto. Ci sono stati decenni di progressivo spopolamento e impoverimento di questi territori, dopodiché il terremoto ha dato il colpo di grazia. Ora bisogna risalire e ripopolare questi borghi e queste terre. La ricostruzione sarà una leva fondamentale in questa direzione insieme alle misure sullo sviluppo che dovranno essere attuate.

Questo esempio di ricostruzione può essere assunto come modello di ripartenza anche per l’Italia post Covid, magari con l’aiuto del Pnrr?
Stiamo sperimentando alcune innovazioni procedurali, nel rapporto tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione, tra questa e i professionisti e le imprese. Mi auguro che possano funzionare qui e poi nel caso costituire un punto di riferimento per il futuro.

Come giudica il lavoro condotto con la Chiesa cattolica per quel che riguarda i beni ecclesiali come chiese e luoghi di culto di interesse artistico?
La collaborazione con la Chiesa cattolica è decisiva e importante. Abbiamo lavorato in totale sinergia e anche sulle chiese e sui beni artistici è previsto un impegno enorme.