Il Carnevale ad Amatrice tra divertimento e tradizione

Oltre al sostegno materiale delle persone, tra gli obiettivi della Caritas c’è quello di contribuire a una maggiore coesione sociale.

Una prospettiva che impegna nell’aiuto dei più deboli, ma anche ad acquisire una visione generale del del territorio, alla quale non sfuggono i momenti di festa.

In quest’ottica, lo scorso 13 febbraio è stato organizzato ad Amatrice un evento per far incrociare il divertimento del Carnevale con il racconto dei ricordi delle tradizioni locali.

Un’occasione che ha visto la presenza del vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, che con piacere è stato ad ascoltare le diverse narrazioni delle tradizioni locali.

All’evento, organizzato presso le strutture del Centro Caritas di Amatrice, non sono ovviamente mancati i vari dolci tipici di Carnevale, come le frappe e le castagnole, affiancati da un ricco rinfresco: una tavolata messa insieme con il contributo tutti i partecipanti.

L’iniziativa ha destato l’interesse anche degli abitanti dei Comuni e delle frazioni attorno ad Amatrice e, viste le difficoltà degli anziani e dei ragazzi a raggiungere il Centro di comunità, è stato attivato, già da qualche mese, un servizio navetta in grado di raggiungere ogni luogo.

La festa è stata vissuta in due ambienti: nel primo sono stati disposti i banchetti per accogliere i dolci e ospitati i bambini in maschera, che si sono divertiti a giocare, seguendo le proposte degli operatori della Caritas, e non si sono risparmiati nel fare scherzi e tirare coriandoli e stelle filanti.

In un altro locale, si è invece creata un’atmosfera familiare tra i partecipanti, che hanno raccontato le tradizioni, di anni ormai lontani, del proprio paese di appartenenza. In ogni racconto ha risuonato un forte entusiasmo, accompagnata dall’ascolto attento dei convenuti.

L’incontro ha inoltre fornito l’occasione per presentare un nuovo progetto promosso dalla Caritas dalla diocesi di Rieti, che prevede la partecipazione delle parrocchie dei comuni di Posta, Cittareale, Borbona, Accumoli e Amatrice.

Il progetto si chiama Memoria e Identità collettiva, e verrà realizzato anche in collaborazione con la Residenza Sanitaria Assistita San Raffaele Borbona.

L’iniziativa che ha come scopo la creazione di un percorso che approfondisca gli insegnamenti cattolici sulla resilienza post-trauma, intende tessere le trame dei ricordi della comunità attraverso scatti fotografici, immagini, video, poesie e racconti, offrendo così ad ognuno la possibilità di riscoprire la propria città attraverso un viaggio fatto di paesaggi e racconti.

A fine giornata i partecipanti hanno salutato il Carnevale con la tradizione del “Focaraccio”.

La maestra Cinzia e la “rinascita” che passa attraverso la musica

Dall’ottobre 2017 sono tornate ad Amatrice le attività e i corsi di musica. Un movimento possibile grazie alla disponibilità della maestra Cinzia, che dopo aver insegnato per 5 anni musica ai bambini della scuola di primo e di secondo grado, ha deciso di tornare in paese per dare vita ad attività musicali adatte ad ogni fascia di età, soprattutto per quelle più delicate dei bambini e degli anziani.

Il progetto è stato attuato grazie al supporto del Centro Caritas di Amatrice, che ha messo a disposizione le aule per svolgere tutte le attività.
«Non è stato facile tornare qui e insegnare musica ai ragazzi dopo la tragedia che avevano vissuto, bisognava iniziare con delicatezza cercando di appesantirli tanto», dice la maestra Cinzia, che viaggia viaggia tutti i giorni da Ascoli verso Amatrice ed Accumoli portando con sé tutti gli strumenti musicali. «Nei primi mesi il viaggio era un po’ pesante perché il corso di Amatrice era chiuso e l’unica strada percorribile era la Romanella piena di curve e molto pericolosa in inverno, ora va meglio».

Sono circa una ventina i ragazzi di Amatrice che frequentano oggi le variegate attività musicali svolte nel Centro Caritas: tra canto ed uso degli strumenti come tastiera e chitarra, le lezioni sono organizzate secondo le fasce d’età. Con i bambini più piccoli, dai 3 ai 5 anni, la maestra Cinzia fa esercitazioni di canto e di propedeutica, mentre per i ragazzi delle scuole medie e qualcuno delle scuole superiori vengono organizzate lezioni di tastiera e di chitarra sia di gruppo che individuali.

Ma c’è spazio anche per gli adulti: Cinzia è anche creatrice dell’Associazione Coro, un gruppo composto da 20-25 persone dai 50 ai 80 anni che frequentano le sue lezioni due volte a settimana il lunedì e il giovedì.

Molto vario il repertorio proposto, con canti che comprendono il repertorio liturgico e quello polifonico, ma anche le melodie popolari. E il tutto riesce quasi come una terapia canora, che consente alle persone di trascorrere qualche ora spensierata: «è incredibile vedere l’impegno che ci mettono e i risultati che raggiungono durante le lezioni, lasciando fuori da queste pareti tutto quello che è successo» spiega Cinzia.
Risultati tangibili anche professionalmente, poiché nonostante la sua recente creazione il coro è già riuscito a realizzare alcune animazioni liturgiche e soprattutto e cinque concerti per le festività natalizie.

«Siamo riusciti a fare un bellissimo concerto in un teatro all’Aquila per Natale ma anche nell’area food ad Amatrice dove abbiamo dimostrato la nostra unione – spiega la maestra con voce commossa – quello che queste persone riescono a darmi nel loro piccolo è indescrivibile».

Una “Casa del Futuro” con le radici nel passato

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia costruita con prorompente energia spirituale e intellettuale da don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria fu a suo tempo perno di ricostruzione sociale e materiale.

Negli anni 20 si trattava di rimediare ai danni provocati dalla prima guerra mondiale; oggi, l’area in cui l’Istituto sorge ad Amatrice sembra ereditare quella stessa vocazione in funzione del terremoto, ma con la possibilità di vivere quell’anelito al progresso materiale e morale in chiave moderna.

È difficile attraversare oggi Amatrice e immaginare la moltitudine di bambini che trovarono riparo nell’orfanotrofio maschile fatto costruire da don Giovanni Minozzi.

Ma quello spirito non è scomparso. Con lo stesso approccio, infatti, la Chiesa di Rieti intende realizzare la sua “Casa del Futuro” nell’area che vide il religioso nato nella frazione di Preta prendersi cura dell’avvenire di tanti ragazzi.

Sull’impronta dell’Opera minozziana, la struttura della diocesi sarà infatti un luogo di accoglienza ed educazione, di riflessione e produzione, di vita attiva più che di assistenza.

L’amatriciano Giovanni Minozzi doveva aver ben intuito il genius loci della sua terra natia, l’intreccio dei significati radunati tra i Monti della Laga.

Aiutato dall’accorta progettazione dell’architetto Arnaldo Foschini, era riuscito a coniugare le singole vocazioni in un’architettura funzionale, razionale, efficiente.

Mise insieme l’esigenza di accogliere ed educare con quella di emancipare e produrre, organizzando in una sola area gli alloggi per i suoi ragazzi, i laboratori per insegnare loro i mestieri, il teatro e la biblioteca per coltivare la bellezza e il sapere, la chiesa per curare lo spirito.

Accanto alla scuola c’erano la tipografia, l’officina meccanica, la scuola professionale per elettricisti, l’azienda agricola che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare dell’orfanotrofio e forse raccontava un bisogno di autosufficienza appropriato alle zone di montagna.

L’indagine su come riordinare gli spazi per adeguargli agli scopi di oggi è stato affidato allo Studio Boeri. Ad Amatrice l’architetto ha già detto la sua disegnando l’Area Food, ma l’impegno chiesto dalla diocesi è più complesso e ambizioso perché intende rispecchiare lo spirito della Laudato si’.

L’area dell’Istituto “Don Minozzi” sembra infatti avere tutte le carte in regola per dare forma e sostanza a quell’«approccio ecologico» che il Papa ha mostrato necessariamente connesso all’«approccio sociale».

E a suo modo il terremoto ha certamente mostrato la relazione tra il «grido dei poveri», che ha mosso l’intera esistenza di Giovanni Minozzi, e il «grido della terra».

Ecco perché una “Casa del Futuro”: perché sui paesi travolti dalle scosse del 24 agosto 2016 non si gioca solo la scommessa della ricostruzione, ma si affrontano alcuni nodi di fon““do del nostro tempo e del nostro Paese.

Ad esempio se la tendenza a privilegiare la concentrazione nei grandi centri a discapito delle periferie sia irreversibile, se scommettere sull’Italia minore, autentica ricchezza del Paese, è ancora possibile o bisogna rassegnarsi a una dorsale appenninica desertificata e senza speranza.

Don Giovanni Minozzi trovò le sue strade per servire i poveri e portare sviluppo tra i Monti della Laga.

Chi oggi è al lavoro per realizzare il domani dovrà probabilmente inventare strategie nuove, forse più leggere. Ma la fede non può che rimanere la stessa.

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“Andare oltre” si presenta, il vescovo: «strumento per non abbassare l’attenzione sull’area del cratere»

Alla presenza di Aldo Cazzullo, firma de «Il Corriere della Sera», l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti ha presentato ai cronisti locali, riuniti nel Palazzo papale di Rieti in occasione del patrono San Francesco di Sales, un nuovo servizio pensato per offrire ulteriori fonti sulla situazione post terremoto.

Il sito andareoltre.org è stato infatti pensato per «raccontare la ricostruzione», con particolare attenzione verso i piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area colpita dal sisma al fine di sostenere la popolazione e contribuire alla rinascita dei paesi dal punto di vista materiale, spirituale e sociale.

Il sito, che sarà costantemente aggiornato sulle attività promosse dalla Chiesa di Rieti, è stato pensato per dare informazioni in maniera snella e veloce, con una grafica immediata e basata sul verde, colore che rappresenta la speranza.

Così come il nome, che allude all’obiettivo del superamento delle paure, oltre i timori, oltre le polemiche, oltre gli ostacoli quotidiani.

Sul logo appare una matita, simbolo di nuovi progetti e creatività, perché appaia chiaro che il futuro di queste comunità ferite ripartirà solo se ognuno di noi, con il proprio personale tratto, inizierà a tracciare il solco del proprio apporto fattivo.

Tramite il sito sarà seguito l’evolversi di grandi progetti, come la “Casa del Futuro” o il bando “Ripartiamo Insieme”, ma anche i piccoli fatti, le attività quotidiane, l’ascolto dei bisogni e delle necessità, i lieti eventi.

La prospettiva è quella di «comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo», secondo l’invito che papa Francesco ha fatto lo scorso anno in occasione della Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, ma riprende anche la tematica scelta dal Santo Padre per il messaggio di quest’anno «Notizie false e giornalismo di pace», volto a favore di un’informazione basata sulla «verità che ci rende liberi».

Papa Francesco ha offerto ai giornalisti uno spunto di riflessione su un lavoro obiettivo e veritiero, perché chi fa questo mestiere tenga sempre a mente «che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone».

Sulla stessa linea si è mossa la “lectio” di Aldo Cazzullo ai colleghi locali, il quale ha voluto ricordare che al di là delle notizie che raccolgono “click” e di quelle che suscitano sensazione immediata, il mestiere del giornalista va alimentato quotidianamente, certificando, approfondendo e soprattutto stando in mezzo alle persone, «unico modo per salvare questo mestiere, e farlo bene».

Nel suo intervento a conclusione di una giornata trascorsa assieme agli operatori della comunicazione, il vescovo Domenico ha sottolineato l’intenzione di partenza del sito andareoltre.org: «volevo condividere con voi questo embrione di comunicazione che si inserisce nel solco di ciò ci ha detto Aldo. Questo sito è specchio di un giornalismo fatto andando di persona, cercando di conoscere quello che è al dentro dell’area duramente colpita dal terremoto. Ciò accadrà valorizzando vita quotidiana dei luoghi di tutta l’area del cratere, perché la cosa più necessaria oggi è alimentare la comunicazione per tenere alta l’attenzione, partendo dalla quotidianità di questi territori».

Uno strumento dunque a servizio di tutti, organi di informazione e non solo, perché chiunque abbia una certificata e veritiera contezza di ciò che è stato fatto e si farà dopo il 24 agosto 2016, affinché il racconto del terremoto non sia fatto solo di problemi, ma anche di opportunità, occasioni di miglioramento e motivazioni di speranza nel futuro.

Francesco e l’esperienza dei campi Caritas: «ho scoperto la bellezza della condivisione»

La scorsa estate, grazie al felice esperimento dei campi estivi organizzati dalla Caritas, 270 persone hanno abitato ad Amatrice risiedendo nei container e prestando servizio presso le attività organizzate dagli operatori Caritas.

L’esperienza, nata dall’incontro tra la richiesta dei volontari – in cerca della possibilità di portare un aiuto concreto sui territori di Amatrice ed Accumoli – e quella della popolazione di non esser lasciata sola, ha prodotto l’incontro tra realtà molto diverse tra loro, ma che sono riuscite a ben conciliarsi e a creare anche forti legami tra coloro che hanno prestato servizio e chi ogni giorno affronta le paure e le incertezze del presente e del prossimo futuro.

Se il terremoto ha portato disgregazione e solitudine, l’esperienza del campo ha riempito di sollievo, almeno per qualche ora, le abitazioni temporanee di molti.

Tra i volontari – che hanno visto alternarsi gruppi di seminaristi, coppie, gente di parrocchia, suore e comunità, c’è Francesco Bertolini, un ragazzo ventiquattrenne appartenente al movimento dei “Focolari”.

Dopo aver sperimentato il campo Caritas nei mesi estivi, ha voluto tornare a dare una mano alla Caritas anche durante le festività natalizie.

«Dopo il campo Caritas vissuto questa estate – spiega – mi sono reso conto che è fondamentale dare continuità sul territorio amatriciano con la propria presenza fisica».

Un esperimento iniziato dal gruppo dei focolarini senza avere particolari aspettative: «solo la promessa di costruire un clima familiare con i giovani e le famiglie del posto, cercando di vivere ogni giornata fino in fondo con ogni persona che ci passava affianco, nonostante le varie situazioni che avevamo lasciato a casa».

Prima di intraprendere l’attività di volontario, Francesco era stato ad Amatrice, oltre al giorno seguente al terremoto, nei primi giorni di marzo 2017.

«A primo impatto, quando sono arrivato, non facevo altro che guardare macerie su macerie… un paese devastato! Poi comprendi che i danni maggiori non erano nelle case crollate, ma nelle famiglie intere che sono rimaste sotto cumuli di macerie».

Una dimensione che si capisce davvero solo «condividendo rapporti con persone del posto».

E da questi rapporti costruiti tra la polvere sollevata dal sisma è nata l’idea di festeggiare capodanno con i ragazzi di Amatrice: «la cosa interessante è stata che oltre ai 7 volontari del campo estivo della Caritas ci sono state altre 15 persone provenienti da varie d’Italia che sono venute per aiutarci ad animare il capodanno, portando ognuno nella propria semplicità una luce di gioia e speranza condivisa».

Un legame creato con il territorio e la comunità di Amatrice che è stato graduale, costruito tassello dopo tassello: «con i ragazzi di Amatrice siamo partiti da 4 persone e dopo 5 mesi e dopo tanta fiducia costruita ci siamo ritrovati in un gruppo di quattordici: insieme abbiamo costruito un clima di unità fin da subito, ed il fatto di coltivare i nostri rapporti ci sta permettendo di vivere liberamente come fratelli e sorelle. Oltre ai ragazzi stiamo tenendo i rapporti vivi con alcune famiglie dove personalmente mi ci sono ritrovato a cena o pranzo, riscoprendo la gioia e la semplicità dello stare insieme. Quel grido “non lasciateci soli” lo fai scomparire dando semplicemente continuità ai rapporti personali e diretti costruiti in questi mesi».

Francesco dopo le prime esperienze ha deciso di tornare ancora ad Amatrice: «mi sono semplicemente reso conto che le persone che ho incontrato in questi mesi non avevano bisogno delle mie parole, quanto della mia presenza».

«Lavoriamo perché le persone sperino nel futuro», parla il direttore della Caritas diocesana don Fabrizio Borrello

Don Fabrizio Borrello, 49 anni, responsabile della Caritas diocesana, risponde alle domande tra un impegno a l’altro, con il telefono che perde campo a singhiozzo tra le gole che portano verso Amatrice ed Accumoli.

E’ in quelle zone, dal 24 agosto 2016 in poi, che la Caritas ha concentrato la maggior parte delle proprie risorse ed energie, per stare accanto alle comunità colpite dal terremoto: «oggi ad Amatrice, nell’area del don Minozzi, c’è il nostro centro pastorale Caritas, una sorta di spazio multi service che funge da coordinamento logistico grazie gli spazi che mettiamo a disposizione per attività non solamente religiose, come incontri o lezioni di vario genere».

Don Fabrizio allude ai numerosi corsi ospitati nella struttura prefabbricata che ospita il centro Caritas, dal decoupage all’inglese, dal ballo alla ginnastica o al judo fino alle attività ludiche passando per tutto ciò che crei opportunità di aggregazione in un luogo sfaldato e privo di riferimenti quotidiani.

«Oltre a questo tipo di attività – prosegue – abbiamo sportelli di ascolto per problematiche di tipo personale ma anche di tipo tecnico: c’è infatti un ufficio che ci fornisce supporto per tutte le informazioni che concernono case, richieste burocratiche, attività economiche e progetti rivolti alle aziende».

L’azione della Caritas si muove ad ampio raggio e senza mai aver interrotto il servizio fin dalle prime ore di quel tragico giorno d’estate : «ci siamo attivati immediatamente, all’inizio per fornire beni di primissima necessità come cibo, riparo, abbigliamento e naturalmente sostegno psicologico. In questi mesi abbiamo affrontato man mano le problematiche che ci si paravano davanti, cercando di offrire di volta in volta le soluzioni più appropriate, come ad esempio i circa 50 container messi a disposizione delle fasce più deboli a ridosso della scossa del 30 ottobre e del rigido inverno dello scorso anno».

Tra gli impegni continuativi dei volontari Caritas c’è il servizio domiciliare alle persone, mai interrotto, anzi incrementato nei momenti più difficili, e che oggi prosegue all’interno delle Sae, con particolare attenzione verso anziani, malati e persone con problematiche di vario genere: «offriamo vicinanza e prossimità, magari può capitare di dover accompagnare qualcuno, oppure portiamo generi di conforto, o semplicemente forniamo occasioni di sfogo o conversazione».

Alla domanda sul momento più difficile attraversato in questi 17 mesi, don Fabrizio non ha esitazioni: «certamente la copiosa nevicata del gennaio 2017, in concomitanza con violente scosse che non davano tregua. Con oltre due metri di neve non riuscivamo ad assistere tutte le persone, alcune erano rimaste isolate o bloccate, in certi casi abbiamo messo a rischio la nostra stessa vita per raggiungerle. Quest’anno abbiamo regalato anche le pale, per essere previdenti!»

Com’è noto le feste amplificano solitudini e dolori, soprattutto quando all’appello mancano persone care, e sotto Natale l’attività della Caritas diocesana si è intensificata anche attraverso piccoli doni, con la finalità di far spuntare un sorriso: «abbiamo regalato addobbi natalizi per decorare le casette, le calze della befana ai malati, piccoli gesti che simboleggiassero però affetto e vicinanza».

Tanti i momenti difficili e le problematiche affrontate dal 24 agosto 2016 ad oggi, ma tante anche le soddisfazioni e le emozioni, soprattutto quelle scaturite dalla riconoscenza delle gente, dal legame creato in questi mesi.

E poi, arriva il momento, quello che ti ripaga dalla fatica, dal freddo, dalle notti insonni.

Era il 4 ottobre 2016 – giorno di San Francesco – , quando il Papa arrivò a bordo di un’anonima utilitaria nelle zone terremotate: «fu il momento più toccante e più bello perché più significativo, principalmente per lo stile in cui si svolse. Mentre gli altri ospiti illustri erano arrivati preceduti da annunci e proclami, Papa Francesco arrivò in silenzio, senza il codazzo dei media, con una voglia di essere vicino a quelle genti che gli partiva direttamente dal cuore».

Don Fabrizio ricorda il silenzio di quella visita, le poche parole pronunciate dal Pontefice, non riesce a citare una sua frase, ricorda però molto bene quello sguardo fortemente impressionato alla vista delle prime macerie: «lo portammo a fare un giro per le frazioni, a Sant’Angelo, a Saletta, dov’era tutto completamente distrutto: ne rimase davvero colpito, gli si leggeva negli occhi».

Oggi l’attività della Caritas non si ferma, anzi è in pieno fermento per realizzare i progetti concreti finalizzati in particolar modo a ricostruire il tessuto economico dei territori terremotati: «abbiamo aperto uno Sportello Lavoro per sostenere imprese e lavoratori, siamo in attesa di vagliare i 42 progetti arrivati per il bando Ripartiamo Insieme, tramite il quale finanzieremo proposte che coinvolgono attività in ambito sociale, agro-alimentare, culturale, ricreativo e turistico a fronte di un supporto economico di oltre 2 milioni di euro. E poi c’e il grande progetto da attuare nell’area del Don Minozzi, un accordo programmatico che è stato firmato giusto nei giorni scorsi per cui occorre lavorare tanto e celermente».

Rimangono tuttavia alcuni punti ancora da scoprire in termini di prospettive future, su ciò che accadrà dopo le fase delle Sae: «bisognerà comprendere bene tutti i punti riguardanti la ricostruzione, quando e dove avverrà, e in che modo. C’è una comprensibile incertezza in questa fase sul futuro di questi territori, ma è proprio in questa direzione che proseguiamo a lavorare: per far sì che le persone vedano uno spiraglio, e riversino speranze verso il loro futuro e quello delle generazioni che verranno».

“Ripartiamo Insieme”: 42 i progetti ricevuti dalla diocesi. Richieste di finanziamento per oltre 2 milioni di euro

42 progetti da 30 distinte realtà tra associazioni, cooperative e comitati nati sul territorio o stabilmente operanti in esso: sono le proposte raccolte dall’iniziativa lanciata dalla Diocesi di Rieti insieme alla Caritas italiana per la promozione di iniziative a sostegno della solidarietà e dell’occupazione nei territori colpiti dal sisma.

Il bando “Ripartiamo Insieme” ha suscitato un notevole interesse e le proposte coinvolgono attività in ambito sociale (iniziative a favore di minori, anziani, ammalati…), agro-alimentare (promozione delle eccellenze del territorio, anche attraverso specifiche “filiere”), culturale (poli museali, spazi culturali, recupero delle tradizioni locali…), ricreativo (luoghi/iniziative di aggregazione, attività teatrali, sportive…) e turistico (ripristino di sentieri e di luoghi significativi, accoglienza, informazione…). A fronte di un costo totale dei progetti di 3,3 milioni di euro, sono state presentate richieste di finanziamento (ancora in fase di valutazione) per oltre 2 milioni di euro.

Operativamente, un’apposita commissione sta verificando e condizioni di ammissibilità delle richieste pervenute, con particolare attenzione alla rispondenza con gli obiettivi del bando, alla capacità/affidabilità del soggetto proponente, alla congruità delle azioni proposte rispetto ai bisogni rilevati, al lavoro di rete (con associazioni, enti e organizzazioni del territorio) e di attivazione delle comunità locali (effettiva promozione delle risorse umane locali e utilizzo di beni a favore dei territori). Solo successivamente agli esiti positivi di questa fase istruttoria verranno contattate le varie realtà per eventuali richieste di integrazione del materiale proposto.

I progetti saranno valutati anche secondo alcuni specifici criteri pastorali (coinvolgimento diretto dei destinatari, interventi comunitari, riferimento – o condivisione dei valori – ecclesiale della realtà proponente).

La commissione prevede di poter completare almeno la fase istruttoria entro il mese di gennaio, per poi poter sostenere le progettualità che saranno approvate fin dalla prossima primavera.

Accumoli, nel nuovo centro di comunità torna la statua della Madonna: «con lei ci sentiremo meno soli»

«È tornata lei, ed è già tanto». Non trattengono le lacrime gli accumolesi quando alle 14.38 del pomeriggio di sabato 13 gennaio la statua della Madonna dell’Addolorata è scesa dal furgone della diocesi di Rieti per essere sistemata sul piedistallo della nuova chiesa prefabbricata finanziata dalla Caritas.

Il Centro di comunità SS Pietro e Lorenzo, struttura antisismica in legno realizzata in poco più di un mese e mezzo è stata inaugurata con una celebrazione liturgica presieduta dal vescovo Domenico, alla presenza del primo cittadino Stefano Petrucci, del parroco don Stanislao Puzio, di don Francesco Soddu, Direttore di Caritas Italiana, e don Fabrizio Borrello, Direttore della Caritas diocesana di Rieti.

Una festa per la comunità tutta che per usare le parole dell’emozionatissimo don Stanislao, «pensava di non riconoscere più la felicità». E invece una boccata di felicità è arrivata insieme a questa colorata struttura dove troneggia la statua della Vergine fresca di restauro e sopravvissuta a tanti terremoti, ad indicare la forza, la speranza e la prosecuzione della tradizione: «con lei ci sentiremo meno soli».

La statua della Madonna è stata estratta dalle macerie della distrutta chiesa della Misericordia, aveva perso dei pezzi di una mano, aveva subito dei piccoli danni ma ora è stata restaurata ed è tornata a far compagnia alla sua gente, con la stessa struggente espressione di sofferenza e speranza. Così, ad Accumoli la banda è tornata a suonare, i bambini a giocare sul sagrato, e le donne del posto ad impastare crostate per il rinfresco dopo la messa.

La comunità riparte piano piano, tassello dopo tassello, anche quando si pensava di aver toccato il fondo della disperazione, ed è lo stesso vescovo Domenico a sottolinearlo durante l’omelia: «D’improvviso però, in questa situazione squallida e senza speranza, l’appello di Dio si fa strada. Anche in mezzo alla condizione più negativa c’è sempre una possibilità insperata. Ciò è possibile se ci arrendiamo ad un fatto: non tutto dipende da noi. A noi sta di cogliere le chiamate che la vita ci pone in forme impreviste, distinguendo in esse il senso con un cuore attento, ma soprattutto pronto. Il contrario è ‘vegetare’ e subire tutto, senza farsi interrogare da quello che ci è capitato. Questa struttura prefabbricata è un segno che tutto può venir meno, meno la certezza che siamo chiamati a ricominciare. E si ricomincia a partire da Dio che ci convoca sempre di nuovo».

«Qui – ha aggiunto don Domenico – verremo non per ‘intrattenerci’ tra noi, ma per ‘trattenerci’ con Lui. Oggi tutto tende all’intrattenimento, mentre il nostro cuore cerca di essere trattenuto da Qualcuno. E avrà un’altra funzione questa modesta struttura. Ciò che blocca la ricostruzione non è solo la burocrazia, ma la frenesia di ciascuno di farsi strada da solo, contro tutti. Soltanto insieme si riuscirà a trovare la strada. Lo scopritore dei ‘neuroni specchio’, Giacomo Rizzolati, sostiene che la natura ci ha dotato di un meccanismo grazie al quale tu ed io siamo in qualche maniera la stessa cosa, l’io e gli altri in certi momenti coincidono. Questa scoperta condanna l’individualismo che blocca ogni ripresa. E ci dice la strada da ascoltare e seguire».

Giovani a servizio dei beni culturali dopo il sisma

Nel tardo pomeriggio di lunedì 9 ottobre, al piano nobile dell’episcopio, il vescovo Domenico ha incontrato i volontari di #Si riparte con il patrimonio artistico e la cultura, il progetto di servizio civile di cui la Provincia di Rieti è ente capofila e la diocesi uno degli enti attuatori.

A tre mesi dall’inizio dell’attività dei 14 ragazzi presso la curia vescovile, mons Pompili si è voluto sedere con loro intorno a tavolo per fare il punto della situazione e ascoltare le loro prime impressioni. Nelle intenzioni del vescovo quello con i volontari dovrebbe diventare un appuntamento almeno mensile.

Dopo un’introduzione generale a cura dell’ing. Pierluigi Pietrolucci, direttore dell’Ufficio per i Beni Culturali e l’Edilizia di Culto nella cui area di competenza ricade il grosso del lavoro dei ragazzi, ciascuno è stato invitato a presentarsi e a fare un bilancio di questo primo scampolo di servizio civile trascorso in diocesi. In un clima amichevole e leggero tutti hanno avuto modo di esprimersi sul loro inserimento in curia e sulle attività svolte, tutte in vario modo attinenti alla gestione della situazione post-sisma. Tra i primi risultati conseguiti il riordinamento e la digitalizzazione dell’archivio dell’Ufficio Beni Culturali, con le numerose schede della soprintendenza ormai tutte reperibili e sfruttabili, il lavoro sui fondi parrocchiali recuperati nell’Amatriciano e la collaborazione all’organizzazione della mostra Le carte tra le macerie, inaugurata lo scorso 8 ottobre all’Archivio di Stato.

Il vescovo ha espresso il suo apprezzamento per il modo generoso in cui i giovani si stanno spendendo al servizio della Chiesa reatina e della sua cooperazione al difficile processo di ricostruzione nelle zone terremotate, ha abbozzato alcune proposte per un possibile allargamento dei campi d’azione dei volontari e ha poi offerto loro un meritato momento conviviale al termine dell’ennesima, per loro, dura giornata di lavoro.

La donazione della scuola “Caterina Cittadini” di Bergamo per la rinascita delle zone terremotate

Sabato 23 settembre si è riso e pianto ad Amatrice, ci si è abbracciati e conosciuti, uniti e sostenuti nel dolore come in un castello di carte, fragile ma bellissimo.

Per proseguire il filone di solidarietà tra nord e centro iniziato lo scorso maggio, una delegazione bergamasca ha visitato il paese appenninico devastato dal terremoto del 24 agosto consegnando nelle mani del vescovo Domenico Pompili i proventi delle iniziative di beneficenza messe in atto dalla scuola cattolica “Caterina Cittadini” di Ponte San Pietro.

Un “ponte” di amore e solidarietà, appunto, come ama definirlo suor Fiorangela Loi, cuore, anima nonché attivissima direttrice dell’istituto elementare.

Tutto prese avvio quando insegnanti e genitori decisero di dedicare un fine settimana alla tragedia che ha colpito il centro Italia, a partire dalla presentazione del libro Gocce di memoria, che racchiude le tracce biografiche delle vittime del sisma raccolte da Sabrina Vecchi per la diocesi di Rieti. La proiezione di filmati e i racconti di ciò che accadde un anno fa commosse i bambini al punto di voler proseguire la conoscenza delle persone coinvolte e contribuire attivamente alla ricostruzione.

Grazie alla vendita delle opere pittoriche degli studenti e alle generose offerte della comunità della “Casa Gialla” di Bergamo, l’auspicio è diventato realtà e ha portato i suoi frutti in termini materiali e affettivi.

Una giornata iniziata con la messa celebrata, nella struttura del centro polifunzionale Sant’Agostino, dal vescovo Domenico, che ha avuto parole di affetto e gratitudine per i sei genitori e il maestro elementare giunti da Bergamo.

«Non è solo una donazione di denaro – ha spiegato un genitore – è molto di più. Oltre all’aspetto economico, la cosa più importante per queste persone è la relazione umana, sentire la vicinanza di altre persone e di altri destini». Grazie a questo intento è proseguita la rispettosa visita ad Amatrice, con la distribuzione di doni per la scuola elementare e per alcuni abitanti che, dopo aver perso casa e affetti, occupano le cosiddette “casette”.

Dopo il pranzo a base di pasta all’amatriciana nella nuova Area Food, progettata dall’architetto Stefano Boeri, i commossi saluti e la promessa di non spezzare questo legame agendo all’insegna della “perseveranza”, parola più volte citata dal vescovo Domenico.

La donazione della scuola cattolica di Ponte contribuirà alla realizzazione del nuovo asilo nido di Amatrice: la primaria era già stata donata dalla Provincia autonoma di Trento, così s’è pensato ai più piccoli.

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