Ecologia, il vescovo Pompili: «da Nord a Sud, crescono le comunità “Laudato si’»

Dopo la presentazione il 16 marzo a Roma, sale il numero delle comunità “Laudato si’”, promosse dalla diocesi di Rieti e da Slow Food.

Da Roma a Enna, da Belluno a Catania, passando per Rieti, Moncalieri, Bologna, Bergamo e altre città italiane, le comunità “Laudato si’” sono un modo “pratico, concreto, possibile” per fare dell’ambiente e dell’ecologia integrale uno stile di vita secondo i principi dell’enciclica di Papa Francesco.
Le parole di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, che da Accumoli, terra segnata dal terremoto del 24 agosto 2016, torna a lanciare la proposta.

Un modo concreto per dare seguito all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, pubblicata quasi tre anni fa e un’occasione per riproporre a tutti quelli che condividono lo spirito e i principi dell’enciclica di impegnarsi sul fronte ambientale”.

Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, torna a parlare delle comunità “Laudato si’” promosse dalla diocesi reatina e da Slow Food, l’associazione internazionale no profit “impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi”.

E lo fa da Accumoli, uno dei centri maggiormente colpiti, insieme ad Amatrice, dal terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016, dove si è recato nei giorni scorsi in occasione delle festività pasquali.

«È importante per noi che viviamo in questo ambiente che è ancora segnato dalle ferite del terremoto avere la possibilità di rinascere stabilendo un nuovo rapporto con il mondo circostante. Ma diventa anche l’occasione per riproporre a tutti quelli che condividono lo spirito e i principi dell’enciclica di impegnarsi su questo fronte».

Le comunità “Laudato si’” sono state presentate lo scorso 16 marzo in una conferenza stampa cui ha partecipato anche il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini. Scopo di ogni Comunità è “diffondere in piena autonomia” l’educazione ai temi dell’ecologia integrale, della giustizia sociale e della solidarietà attraverso eventi, conferenze, laboratori, corsi, pubblicazioni, scambi e iniziative sul territorio. L’adesione è libera e spontanea, aperta al mondo laico come a quello cattolico. L’iniziativa, afferma mons. Pompili, «che ha già riscosso decine di adesioni, dal Nord al Sud dell’Italia e anche in qualche Paese estero, si prefigge per i primi tre anni di dare anche un contributo per la costruenda “Casa Futuro” ad Amatrice. Sarà un centro studi internazionale dedicato alle tematiche ambientali e alle loro ricadute sociali”.

Comunità sono nate a Rieti e Moncalieri, altre a Bologna, Ferrara, Novara, Belluno, Bergamo, Torino, Alessandria-Casale Monferrato, Viterbo-Orte, Roma- Castel Gandolfo, Roma- Capodarco -Torre Spaccata, Ragusa, Catania, Paternò e Enna-Pietraperzia.

«Ciò che è più importante – rimarca il vescovo – è che si creino gruppi di persone che hanno voglia di fare dell’ambiente e dell’ecologia integrale il loro punto di vista privilegiato».

Da una terra ferita. Un tema molto a cuore a mons. Pompili e al fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, come da entrambi ripetuto nella conferenza stampa di presentazione a marzo scorso.

«Partiamo da una terra ferita dal terremoto e che attende impazientemente di essere rigenerata. Uso il termine rigenerazione – aveva sottolineato il presule – e non ricostruzione perché in questi mesi abbiamo già maturato qualche sospetto sul tempismo e sulla capacità di ricostruzione».

La novità della “Laudato si’”, per il vescovo di Rieti, «è quella di aver messo in stretta connessione il tema della giustizia sociale con quello dell’ecologia sin qui trattatati in modo separato. La provocazione di Laudato si’, non ancora del tutto recepita è nell’idea che la visione ecologica dell’ambiente implichi una relazione a più vettori con il Creato, con le persone e con Dio, cioè una visione olistica. Siamo convinti che qui tutto è connesso e che non sarà possibile rigenerare questo territorio se non riuscendo a mettere in relazione tra di loro le persone, le persone con l’ambiente che potrà essere vissuto e non desertificato, a condizione che si facciano delle proposte eco-sostenibili. Le Comunità Laudato si’ sono un modo pratico, concreto, possibile che proponiamo a chi vorrà essere della partita».

Per Petrini «non c’è dubbio che il riferimento più forte dal punto di vista ambientale, ma anche nell’ottica di una diversa economia, sia in questi anni la Laudato si’. Queste comunità sono chiamate a fare in modo che le tematiche di questo straordinario documento prendano corpo attraverso una mobilitazione nell’educazione, nelle buone pratiche, nella condivisione, nella capacità di fare rete mantenendo le proprie identità e adattando i propri obiettivi a quelli specifici dei territori».

Obiettivi che verranno perseguiti dalla rete «all’interno di un percorso aconfessionale, trasversale e aperto a tutti perché tutti siamo ugualmente fratelli su questa terra, che è la nostra madre».

Le Comunità potranno formarsi a partire da esperienze già presenti (associazioni, parrocchie, condotte di Slow Food) oppure organizzate allo scopo, sono realtà associative “leggere”, non hanno statuti ma si chiede la semplice adozione di alcune linee guida. È importante comunicare la propria adesione all’indirizzo [email protected] o al numero telefonico 3888881848 per ricevere aggiornamenti, newsletter e supporto.

Tutti i dettagli sono sul sito https://comunitalaudatosi.org/

dal Sir

Nei percorsi di memoria e identità collettiva si parla di ricordi legati alle nozze

Continuano gli incontri nelle comunità di Amatrice, Accumoli, Posta, Cittareale, Borbona e con gli ospiti del Rsa di Borbona per il progetto Memoria e Identità Collettiva.

Come sempre la serie di incontri è iniziata ad Amatrice con un pubblico adulto e nei giorni successivi gli appuntamenti si sono svolti anche negli altri comuni.

L’incontro di Amatrice si è aperto con un tema principale inerente i matrimoni ai tempi dei protagonisti presenti. Sono stati raccolti i racconti legati alle varie storie, utilizzando un variopinto cartellone: al centro un grande cartoncino raffigurante un’immagine caratteristica dei matrimoni e tutt’intorno tredici “nuvolette” da riempire con le storie e i passaggi salienti che hanno accompagnato il lieto evento.

Tuffi nella memoria dai parte dei partecipanti, i quali hanno ricordato con emozione quei tempi, dimostrandosi particolarmente felici per il tema trattato, occasione anche per brevi parentesi di battute e goliardia.

Al termine della giornata è stato proiettato un video amatoriale sugli incontri precedenti, per ripercorrere i bei momenti vissuti insieme in nome del ricordo.

A seguire la location degli incontri si è spostata nel comune di Accumoli, territorio dove il tema delle nozze ha riscosso lo stesso entusiasmo, con una finestra culturale aggiuntiva incentrata sul confronto tra il matrimonio in Italia e il matrimonio in Russia, a partire dalle origini di una delle partecipanti.

Il terzo giorno la serie di incontri ha visto come protagonisti le verdissime generazioni del comune di Posta: stavolta al posto della foto i bambini hanno realizzato un disegno della propria famiglia, descrivendo in breve il lavoro dei genitori, per poi divertirsi tutti insieme disegnando varie forme grazie ai colori a dita.

Lo slancio di un cuore giovane per leggere la ricostruzione nella risurrezione

Amatrice è stato il borgo che ha fatto contare il maggior numero di morti a causa del sisma che l’ha squassato il 24 agosto del 2016. Il violento movimento della terra non ha risparmiato non ha risparmiato nulla, facendo crollare con gli edifici anche i rapporti, le abitudini, l’economia.

Con queste premesse è stato semplicemente bello vedere le strade ripopolarsi nei giorni di Pasqua e pasquetta. Tanti i turisti che sono saliti fino al paese, complice la riapertura di Corso Umberto I.

A diciannove mesi dal terremoto, alte paratie in legno nascondono alla vista la tabula rasa delle demolizioni. Un panorama triste per chi ama ricordare Amatrice com’era, ma anche un segno felice per chi si apre alla speranza e preferisce ragionare su cosa sarà.
Comunque vada, i due consolidati filoni del turismo e della produzione alimentare di qualità avranno di sicuro il loro spazio. La voglia di fare dimostrata dai ristoratori ai fornelli lo ha confermato e ha dato a tutti il benvenuto.

Ma un altro pilastro di questo sforzo per la ricostruzione, ovviamente, lo si trova nella Chiesa. Da quando la terra ha tremato non è mai mancata la voce dei sacerdoti, dei frati e del vescovo tra i Monti della Laga, né la diocesi è stata avara nell’offerta di strutture sociali. E proprio nel primo centro di comunità, creato subito dopo il disastro, tanti turisti e residenti hanno partecipato alla messa nel giorno di Pasqua, presieduta dal vescovo Domenico.
Senza fede, forse, è difficile riempire i vuoti impressionati lasciati dalle ruspe che hanno portato via le macerie. Le immagini dall’alto del paese non lasciano scampo, riaprono una ferita. A contrastare lo scoramento non può che essere l’annuncio della Pasqua, che parla della vita che vuole prepotentemente riaffiorare, a ogni costo, e presto.

Non a caso don Domenico nell’omelia si è soffermato sui piedi svelti di Giovanni, «che hanno la freschezza e l’energia del giovane che sa spingersi oltre le distanze e colmarle con il proprio impeto». Un invito a non perdere la vitalità che riguarda l’intera Europa, ma che ad Amatrice assumo un sapore speciale. «È urgente essere rapidi» ha spiegato mons Pompili, perché «l’appuntamento con la vita esige prontezza per fare piazza pulita di tante indecisioni che non tardano a trasformarsi in stagnazione. La stessa ripresa economica e sociale a pensarci esige una rapidità diversa da quella che ad oggi è dato di constatare. Si richiedono persone rapide: capaci di assumersi responsabilità, idonee a gestire la complessità, pronte ad essere audaci, senza mai essere spregiudicate».

Ci vuole, insomma, «un cuore giovane», uno slancio che si può trovare nel sorriso riconquistato con determinazione da tutti quelli che si stanno rimettendo in gioco e vogliono ricominciare e fanno sentire che tra i Monti della Laga la Pasqua è di Resurrezione più che mai.

Via Crucis con il vescovo ad Accumoli: «sulla ricostruzione, no all’individualismo e all’invidia»

«A fronte dei nostri dolori ciò che conta è non pensare alle nostre angosce, ma lasciarsi trascinare da Cristo, condividendo le ansie e le tristezze del mondo. Così è la sofferenza dell’altro e non la nostra a diventare misura di Dio e di essere uomo».

Lo ha detto mons Domenico Pompili, vescovo di Rieti, chiudendo oggi pomeriggio la Via Crucis che si è svolta ad Accumoli, tra le ‘casette’ edificate dopo il sisma del 24 agosto 2016 che ha praticamente distrutto l’intero centro abitato. Parlando della Croce e della Passione, mons. Pompili ha affermato che «Gesù non è un superman con cui faremmo fatica ad identificarci, piuttosto un uomo che sovrasta gli ometti che lo circondano (Pilato, Caifa, Pietro, le guardie…) e capovolge la situazione. Così sulla Croce Gesù dice ‘tutto è compiuto’ e non tutto è finito. Riscatta così l’assurdità di quella fine cruenta, assegnandole un senso che va oltre la nostra comprensione umana. Grazie alla croce di Gesù nessun uomo è più solo, nessuna sofferenza inutile, nessun sospiro dimenticato, nessuna lacrima versata invano, perché Dio porta tutto a compimento con l’amore».

Una Via Crucis tra le casette Sae è cominciata con queste parole, insieme a un centinaio di fedeli: «vogliamo pensare alla nostra ricostruzione, perché pure noi nel passato con ammirazione guardavamo le opere delle nostre mani, la bellezza dei nostri borghi. Cercavamo di trascorrere un po’ di tempo nei nostri paesi per ammirare la bellezza delle chiese, i palazzi, le vie, goderci la tranquillità… Tuttavia il male distruttivo, causato dal terremoto, si è infiltrato così profondamente in questa nostra realtà che praticamente ha buttato giù tutto. Adesso bisogna pensare alla vera e profonda ricostruzione».

Dietro la croce gli abitanti di Accumoli, guidati dal vescovo Domenico, hanno chiesto che «questa ricostruzione non sia una cosa sbrigativa, malpensata, senza fondamenta, senza abbracciare tutte le realtà della vita dell’uomo. Deve essere ben pensata, ben programmata. E quindi non soltanto scritta sul tavolino dei nostri uffici, ma anche elaborata in preghiera per coinvolgere in questa causa Dio, l’Artefice delle nostre vite».

Durante la prima Stazione i fedeli hanno pregato perché «non si ripeta l’errore di eliminare Dio dalla storia dell’uomo» come quando venne condannato a morte .

«Non vogliamo nessuna ricostruzione eliminando Te dalla nostra vita. Sarebbe una ricostruzione parziale, superficiale, senza toccare tutti gli aspetti della vita umana. L’uomo non è soltanto un pezzo di carne a cui dare da mangiare, coprirlo e metterlo in una casetta, ma è anche una realtà spirituale che ha bisogno di Te, o Signore, e non può eliminarti dalla propria vita se vuole funzionare bene».

La condanna a morte di Gesù equivale alla condanna a morte della “nostra terra” se si pensa alle «molte famiglie che non hanno più la casa dove tornare per trascorrere magari qualche giornata. I giovani del posto spesso non hanno il lavoro e sono condannati a guardare come lavorano gli altri. È brutto scoprirsi inutile, percepire che delle mie mani, del mio operato non ha bisogno nessuno. Tale situazione è un problema che fa morire questo territorio. Ma nonostante le difficoltà vogliamo guardare il futuro con la speranza. In apparenza anche Tu Gesù cammini verso la morte. In realtà verso la vita. È solo grazie a Te questo cammino doloroso della nostra vita attuale, non è un cammino verso la morte di questa terra, ma può essere un cammino verso la vita, la ricostruzione, la risurrezione».

«L’individualismo – sintomo del tessuto sociale che si è sgretolato dopo il terremoto – è una pericolosa caduta nel cammino verso la ricostruzione».

Da qui la necessità di «coltivare le nostre relazioni in modo sano, rispettoso ed edificante».

La preghiera della Via Crucis è stata un invito a «scoprire il lato positivo dell’altro e non considerarlo un problema, un ostacolo, un nemico – ma piuttosto un’opportunità, un aiuto, un benefattore, anche quando in apparenza è lui ad aver bisogno del nostro aiuto».

Durante le Stazioni i partecipanti hanno rimarcato l’importanza del perdono «nel cammino della nostra ricostruzione. Ci siamo detti un po’ troppo. Ci siamo fatti, o non fatti, un po’ troppo. Adesso non si può scavare nel fango del peccato, ma semplicemente si deve gettare una pietra sopra e dire: Io ti perdono, perché anch’io voglio essere perdonato».

Altra ‘caduta’ in questo “cammino di vera e profonda ricostruzione” è rappresentata dall’invidia: «l’invidia di tutto, perché a qualcuno è rimasto un pezzo di muro in più. L’invidia, perché qualcuno lavora. L’invidia, perché ha ricevuto le scarpe di un’altra marca. L’invidia, perché la sua camicia ancora non si è strappata. L’invidia senza sapere neanche per quale motivo. L’invidia come se fosse uno stile di vita. L’invidia come un tumore. L’invidia come una edera che avvolge l’anima e non le permette di godersi la vita».

Tutto questo, è stato detto, è un grande «no all’attaccamento alle cose materiali».

«Tanti di noi hanno lasciato molte cose nelle case distrutte dal terremoto. Ma non siamo più poveri per questo. Possiamo essere più poveri, se amiamo di meno, se condividiamo di meno, se ci aiutiamo di meno. Ricco non è uno chi prende e prende e prende senza fermarsi mai. Ricco è uno che sa dare e vuole amare senza fermarsi mai».

Tra gioco e memoria: prosegue il progetto di ricostruzione dell’identità collettiva

Gli “incontri di comunità” iniziati martedì 13 marzo ad Amatrice e dedicati al progetto “Memoria e identità collettiva”, sono proseguiti nei giorni successivi nei comuni di Accumoli, Posta, Borbona e Cittareale. L’iniziativa è stata pensata da Caritas e diocesi di Rieti con l’obiettivo di accompagnare la ricostruzione materiale alla ricostruzione e al mantenimento della memoria degli usi e delle tradizioni locali, attraverso l’ascolto di testimonianze raccolte dalla viva esperienza dei testimoni.

Rotto il ghiaccio con un quiz, si lascia dunque spazio al racconto convenuti. Come nel caso degli ospiti della Rsa San Raffaele di Borbona, la cui riunione ha segnato l’inizio della seconda settimana del progetto. Per facilitare il lavoro, gli operatori Caritas hanno fornito ai presenti due cartoline raffiguranti la ciambella del bambino, tradizione amatriciana del 6 gennaio, e il cavallo di Sant’Antonio, simbolo della tradizione del comune di Posta. A partire dalle immagini, ogni presente ha avuto l’occasione di ricordare e raccontare la propria esperienza al riguardo.

Durante l’incontro sono stati inoltre mostrati agli anziani due brevi filmati, nei quali si narrano le due tradizioni e la loro origine.

Giovedì e venerdì, altri incontri si sono svolti a Steccato di Posta e Borbona, con protagonisti i bambini e i loro genitori. Gli operatori Caritas hanno proposto giochi inerenti la Pasqua e messo a disposizione creta per modellare piccoli oggetti. Le attività hanno visto grande collaborazione fra i bambini, i genitori e gli operatori, suscitando in tutti molta soddisfazione.

L’allarme di Slow Food: «i più bei borghi italiani stanno morendo. Le nostre comunità stanno soffrendo»

«Non c’è bisogno delle ferite traumatiche del terremoto per vedere che i nostri più bei borghi italiani stanno morendo. Non c’è più parroco, non c’è più farmacia, non ci sono più osterie, scuole e uffici postali. Penseremo mica che la bellezza dell’Italia sia data solo dai muri? La bellezza dell’Italia è data anche dal profumo del pane». Lo ha detto oggi a Roma il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, nel corso della presentazione delle Comunità Laudato si’, progetto pensato con la diocesi di Rieti e ispirato all’enciclica di Papa Francesco.

«Uno degli obblighi non solo di Slow Food e delle Comunità Laudato si’, ma di tutti quelli che vogliono lavorare – ha sottolineato Petrini – è quello di favorire botteghe multifunzionali di giovani che presidiano il nostro Paese. Non possiamo andare avanti con un turismo che vede il depauperamento della socialità dei luoghi più belli per andare a chiuderci tutti, alla domenica, in un outlet, bambini compresi».

«Dobbiamo ricostruire i nostri borghi, questa è ecologia. Le nostre comunità stanno soffrendo!», è stato l’appello del fondatore di Slow Food, per il quale «non è una bella cosa che gli anziani che vivono in questi Paesi debbano pietire un passaggio per andare in farmacia o a fare spesa in un supermercato a fondo valle. Dobbiamo ricostruire questa socialità».

Una visione condivisa anche dall’economista Luigino Bruni che, nella conferenza stampa, ha rimarcato la novità della Laudato si’ parlando della necessità «di avviare un processo generativo del territorio nella sua dimensione identitaria anche attraverso l’idea di un centro che formi giovani diventando parte del bene comune. Un progetto che potrebbe essere allargato anche alle abbazie che hanno avuto danni o che sono state in parte distrutte facendole diventare beni comuni dell’umanità. Diversamente sono destinate a finire quando non ci saranno più monaci ad abitarle. Bella l’idea di ritrovarsi attorno ad una terra ferita. Formiamo una alleanza a partire dalle vittime e senza ideologia, come facevano Peppone e don Camillo che univano le forze quando c’era l’inondazione del grande fiume. Se l’Italia non ritrova una base civile di collaborazione prima delle divisioni politiche si finisce in una guerra di tutti contro tutti e ci si disfa come Paese».

Al via il progetto “Memoria e identità collettiva”, un viaggio sensoriale per riscoprire la comunità

Un quiz iniziale pensato per rompere il ghiaccio, poi il racconto dalla viva voce dei presenti delle tradizioni e degli episodi di vita. Si è svolto così, il primo incontro di comunità lo scorso 13 marzo ad Amatrice. Il 14 è stata la volta di Accumoli. Parliamo del progetto “Memoria e identità collettiva”, nato dall’idea di condividere alcuni incontri con le comunità di Posta, Borbona, Cittareale, Accumoli, Amatrice, oltre che con gli ospiti della Rsa di Borbona.

Eventi rivolti innanzitutto alla partecipazione di un pubblico adulto, con l’animazione degli operatori Caritas, per riflettere sull’esperienza prima e dopo il sisma, attraverso tematiche selezionate che riguardano tradizioni locali, eventi religiosi, riti, arti e mestieri. Un modo per affrontare il difficile periodo della ricostruzione ragionando insieme sulle esperienze di volontariato post sisma, sulla resilienza e la fede, condotti dal vescovo Domenico e dal direttore di Caritas diocesana don Fabrizio Borrello.

Il progetto promosso dalla Chiesa di Rieti in collaborazione con Caritas prevede la partecipazione delle parrocchie e si muove in continuità con il progetto “Tracce di memoria” realizzato lo scorso anno presso la Rsa di Borbona in collaborazione con la delegazione Caritas Lombardia.

Un’iniziativa sociale che intende tessere le trame dei ricordi di un’intera comunità attraverso scatti fotografici, immagini, video, poesie o racconti, in modo da rendere il materiale fruibile a tutti, e offrendo a ciascuno la possibilità di riscoprire la propria città attraverso un vero e proprio viaggio sensoriale.

Inoltre, tra gli obiettivi del progetto è previsto l’avvio di laboratori artistici e manuali frutto di quanto emerso ed atti alla valorizzazione delle risorse locali. Gli incontri partiti nel mese di marzo avranno cadenza mensile o quindicinale a seconda del comune, e saranno pubblicizzati con volantini e locandine.

Durante le sessioni, aperte a tutti, sarà condotto un corso di formazione per liceali basato sull’elaborazione dei contenuti multimediali che oltre a riconoscere crediti formativi da parte degli istituti scolastici, faciliterà l’avvicinamento dei giovani agli argomenti trattati e favorirà lo scambio generazionale e l’acquisizione di competenze tecniche.

Caritas diocesana in azione per fronteggiare l’emergenza gelo

Le zone del cratere, già minate dalle tante difficoltà post terremoto, si sono trovate ad affrontare l’eccezionale morsa del vento gelido siberiano Burian.

Nella notte tra domenica e lunedì una copiosa nevicata ha ricoperto Cittareale, Amatrice, Accumoli e molti comuni limitrofi causando disagi, fortunatamente limitati, alle popolazioni.

Gli operatori della Caritas diocesana sono entrati subito in azione per sopperire alle difficoltà delle persone.

«Abbiamo immediatamente attivato un tavolo di coordinamento – dichiara il direttore don Fabrizio Borrello – per l’emergenza neve ma anche per altre tipologie di emergenze correlate. I nostri operatori si sono messi in contatto telefonicamente con gli abitanti del cratere, dando priorità alle persone attenzionate, che sappiamo essere particolarmente fragili e bisognose di assistenza materiale o psicologica. Questa prima fase ci ha permesso di comprendere le esigenze della popolazione ed eventualmente di raggiungere personalmente gli utenti e portare aiuto nei modi più appropriati. La giornata tuttavia è stata abbastanza tranquilla per via della poca neve accumulata. Per i prossimi giorni ci sarà da monitorare il problema ghiaccio».

Il centro Caritas di Amatrice resterà regolarmente fin dal primo mattino per accogliere le richieste degli ospiti che vi fanno riferimento.

Chiese e ricostruzione: tanti i lavori pronti a partire

Sono diverse le chiese danneggiate dal terremoto sulle quali stanno per partire i necessari interventi.

Due ordinanze del Commissario del Governo per la ricostruzione dei territori interessati dal sisma del 24 agosto 2016, infatti, hanno stabilito i criteri per la messa in sicurezza degli edifici a fronte di un panorama di interventi quanto mai vasto e articolato. È evidente infatti, che il consistente numero di edifici compromessi e il diverso grado di danneggiamento richiede differenti approcci. Edifici gravemente lesionati come la chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice richiederanno un sostanziale intervento di ricostruzione, ma non tutte le situazioni sono così difficili.

Di conseguenza la prima ordinanza, diffusa lo scorso maggio, indica come criteri per l’individuazione dei centri urbani e degli edifici da inserire nel programma di intervento immediato l’assenza di altri luoghi di culto nell’ambito territoriale di riferimento della comunità, l’apertura al culto dell’edificio interessato alla data del 24 agosto 2016 e un livello di danneggiamento modesto, anche risolvibile con interventi strutturali di carattere locale.

Il costo complessivo per gli interventi selezionati e inseriti nel programma è stato stimato dagli organi di governo preposti alla gestione post-sisma ed è stato ripartito tra tutte le diocesi coinvolte nel cratere del Centro Italia. Per questo primo programma, la diocesi di Rieti ha visto inserite nell’elenco quattro chiese: due hanno completato l’iter progettuale, e sono quella dei SS. Dionisio Eleuterio e Rustico, comunemente conosciuta come San Dionigi, a Borgo Velino; la chiesa di Santa Maria del Cerreto della frazione Piedelpoggio di Leonessa; della chiesa di San Lorenzo Martire a Colle di Tora e di quella dedicata a San Nicola di Bari a Concerviano, invece, devono ancora essere presentati i progetti, in elaborazione dai rispettivi professionisti incaricati, che seguono l’iter previsto e normato nella stessa ordinanza, la quale entra nel merito anche delle procedure di affidamento dei lavori.

A questo primo programma di interventi, è seguito, in meno di due mese, un secondo elenco, che riprende dal primo l’intera struttura e le finalità. In questo programma, della diocesi di Rieti sono state le chiese di Cittareale (Santuario Santa Maria Capodacqua), Borgo Velino (San Matteo), Poggio Bustone (SS. Angeli Custodi), Posta (Santa Maria Assunta), Leonessa (Madonna delle Grazie), Limiti di Greccio (Santa Maria di Loreto), Castelfranco (San Giovanni Battista), Rieti (San Pietro Martire), Borbona (Santa Maria Assunta), Amatrice (San Pietro Apostolo, nella frazione di Nomisci), Posta (Santa Maria Assunta, nella frazione di Sigillo e San Vito Martire nella frazione Figino), Leonessa (San Vincenzo Ferrer) e Contigliano (San Filippo).

Come per l’elenco della prima ordinanza, per alcune chiese – le ultime sette – devono essere ancora consegnati i progetti, che si trovano in fase di elaborazione da parte dei progettisti, mentre le prime sette sono in fase di approvazione presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione del Lazio.