La gioia degli accumolesi da papa Francesco: «Con poche parole ci ha dato la forza di andare avanti»

Grande emozione per una delegazione di cittadini accumolesi che, mercoledì 23 ottobre, è stata ricevuta da papa Francesco nel corso dell’udienza generale.

«È stata un’esperienza molto emozionante – ha raccontato il sindaco di Accumoli Franca D’Angeli – che ha regalato un sorriso alle persone presenti, scacciando via per un attimo i loro problemi».

Da qui, la prima cittadina ha cominciato a raccontare lo svolgimento della giornata. «Eravamo in 27 partiti direttamente dal territorio di Accumoli, mentre coloro che frequentano comunemente le terre accumolesi ma risiedono a Roma ci hanno raggiunto direttamente in piazza San Pietro insieme a parenti e gli amici: così, siamo diventati 55».

«È stato davvero molto bello», prosegue il sindaco. «Ci è stato concesso di seguire la cerimonia dal sagrato e alla fine il Santo Padre ci ha anche nominato, venendoci poi a salutare personalmente e a farsi delle foto con noi. Ho avuto modo di parlarci per illustrargli la situazione di Accumoli, purtroppo non molto diversa da quando è venuto a trovarci nell’ottobre 2016, solo qualche mese dopo il terremoto».

«Papa Francesco si è rammaricato molto e ha ricordato con tristezza quel giorno in cui pregò davanti ai resti della chiesa di San Francesco, diventata tristemente famosa a causa dell crollo del campanile che provocò la morte di un’intera famiglia. Abbiamo rievocato quei terribili momenti e poi ci siamo congedati. Sua Santità è stato gentilissimo, con poche e semplici frasi riesce a darti davvero tanto: e noi abbiamo bisogno di questo, non di grandi chiacchiere ma di poche parole, purchè siano efficaci e riescano a cogliere i nostri sentimenti».

Un incontro certamente indimenticabile e con una valenza simbolica molto importante, come rimarcatoda Franca D’Angeli: «Cerchiamo di fare queste esperienze, di modo che la nostra gente possa lentamente ricominciare a ristabilire una comunità. Siamo ancora così lontani, preoccupati e isolati tra di noi e questo non va bene perché se le case si ricostruiscono, le ferite interiori sono più difficili da sanare. Un momento di gioia e spensieratezza cpme quello dell’incontro con papa Francesco ci ha fatto bene, ci ha aiutati nel cammino dell’accettazione di quello che abbiamo ora e dato la forza per andare avanti, piano piano».

Foto Agenzia Ansa

Padre Mimmo e padre Carmelo arrivano ad Accumoli: «Apprezzate la ricchezza della vita così com’è adesso»

Lo scorso primo ottobre, padre Mimmo e padre Carmelo sono approdati nel villaggio Sae di Accumoli, che sarà la loro casa per i prossimi anni. Un convento del tutto particolare, che non si trova in un eremo o alla periferia della città, ma all’interno di una casetta d’emergenza posta nel cuore di un’area che, da tre anni a questa parte, rappresenta il nuovo quartiere di molte persone.

Entrambi i frati sono felici di aver intrapreso questo nuovo percorso, ultima tappa di un percorso spirituale che li ha condotti fino al paese terremotato. Padre Mimmo proviene da un convento del foggiano, dove curava la parte gestionale ed economica della comunità. «Durante il Capitolo Intermedio, in cui si è deciso chi dovesse partire per le zone terremotate, ho ricevuto la chiamata dal frate superiore e la mia risposta è stata immediata: quando parto?».

Una gioia che pervade tuttora il frate, contento del compito ma consapevole dell’impegno «così importante e delicato, nel quale saremo guidati dall’aiuto del Signore».

Diversa la formazione di padre Carmelo che, lo scorso luglio, è tornato da una missione in Africa durata ben 16 anni.

«Tutto è nato – racconta – dalla mia richiesta di tornare in Italia. Da qui, rispondendo alla decisione dello scorso Capitolo, che prendeva in considerazione la possibilità di aprire una fraternità inserita in una realtà concreta anche nelle zone terremotate, ho dato subito la mia disponibilità: sarei partito anche da solo se fosse stato necessario».

È sicuramente presto per fare un bilancio dettagliato di questa nuova avventura, ma pur in pochi giorni di permanenza nei luoghi del sisma i due frati hanno avuto modo di elaborare le prime riflessioni. «Abbiamo notato – afferma padre Mimmo – che le persone si stanno ripiegano un po’ su se stesse a causa del proprio dolore e dunque hanno bisogno di una mano che le aiuti a raddrizzare le spalle. Abbiamo capito che hanno avuto uno squarcio profondo nella loro vita al seguito del quale è iniziato un percorso di ricostruzione morale e spirituale. Tuttavia, dimostrano tutti anche una grande forza e tenacia, e noi daremo il massimo per farli continuare in questa direzione».

«Dopo l’esperienza africana – interviene padre Carmelo – ho capito che non siamo qui perché abbiamo qualcosa da dire alla gente, ma siamo qui perché vogliamo imparare a stare con la gente. Il trauma che queste persone hanno vissuto è estremo, in pochi minuti hanno perso tutte le sicurezze, e si sono abituati a vivere in una dimensione di essenzialità che, per certi aspetti, richiama molto lo spirito francescano.  Rivedere la propria vita secondo un nuovo concetto di normalità è un processo che necessita di tempo e mette in discussione anche la relazione con il prossimo, e il nostro nostro compito è quello di stare con loro in questo percorso. Vogliamo essere fratelli che devono imparare, ma che devono anche riuscire a far apprezzare alle persone la ricchezza della vita così com’è adesso».

Prosegue il frate «anche noi abitiamo nelle Sae e naturalmente siamo arrivati qui senza nessuna pretesa: padre Mimmo dorme nella camera e io nel divano della cucina, mentre il bagno è in comune. Tuttavia, abbiamo qualcosa che altri non hanno perché se molti vengono, visitano e vanno via, noi restiamo e viviamo come gli abitanti del posto, come loro fratelli, e con le stesse condizioni. Questo ci porta a sperimentare quello che loro stessi hanno vissuto e vivono e, pur avendo ridimensionato le nostre attività come frati, stiamo vivendo come una famiglia inserita».

Il lavoro dei frati in termini di azione pastorale sarà quello di conoscere sempre di più le persone, creando gruppi di ascolto e aprendo le porte della casetta per ogni tipo di sfogo, pronti ad imparare a vivere secondo le condizioni di due qualsiasi abitanti del paese terremotato.

E poi, come obiettivo, spazio per lanciare speranze per il futuro. Il primo a parlare è fissare dei propositi è padre Mimmo: «Sono convinto che se il Signore ci ha mandato nel canale del dolore e della sofferenza è perché dobbiamo osare, dobbiamo cercare di depennare i pensieri negativi nel cuore delle persone che, altrimenti, rimangono saldamente ancorate alle macerie. Perciò, per quello che possiamo fare, saremo un punto di riferimento».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il pensiero di padre Carmelo: «Bisognerebbe uscire dalla logica del riformare e ricostruire secondo una concezione ancorata al passato ma si dovrebbe investire nell’innovazione e ispirazione alla vita comune, al volersi bene e all’orgoglio di essere accumolesi. Noi abbiamo la possibilità di ispirare un nuovo inizio, nato da un esperienza negativa, ma che può trasformarsi in un futuro brillante».

Ad Accumoli tornano in piazza due monumenti simbolo del paese: «Riscopriamo le nostre radici»

Lo scorso 6 ottobre, ad Accumoli, si è tenuta la cerimonia per l’inaugurazione e nuova collocazione di due elementi simbolo della città: il monumento ai caduti e il monumento dedicato a Salvatore Tommasi. Un appuntamento molto atteso che, oltre alla cittadinanza, ha riunito centinaia di alpini provenienti da diverse delegazioni italiane.

Grazie all’aiuto di Renzo Colucci, presidente dell’Associazione Radici Accumolesi, è possibile ripercorrere la storia delle due opere che, fino alla tragica data del sisma, troneggiavano sulla piazza del paese.

«I due monumenti erano posizionati ai lati della piazza: il monumento ai caduti su un lato e quello a Salvatore Tommasi nell’altro. Il primo, venne inaugurato il 4 novembre 1958 alla presenza dell’allora sindaco Bucci, mentre il secondo nel 1927».

Soffermandosi sulla figura di Salvator Tommasi, Renzo Colucci sottolinea come egli fosse, oltre che un grande studioso, anche una figura di spicco del Risorgimento, avendo dimostrando spiccate abilità diplomatiche nella procedura dell’annessione dell’Abruzzo al Regno d’Italia.

Purtroppo il sisma non ha risparmiato nemmeno la solidità delle due opere. «Il monumento ai caduti è crollato, la madonnina che si erigeva su di esso è stata recuperata dalla soprintendenza mentre il monoblocco è rimasto danneggiato fino all’intervento degli alpini che lo hanno recuperato per restaurarlo. Il busto bronzeo di Salvator Tommasi, invece, è caduto con la scossa del 24 agosto, mentre le lastre laterali si sono staccate con quella del 30 ottobre, che ne ha distrutta una per intero».

«Come associazione Radici Accumolesi – continua Colucci – abbiamo chiesto al Comune l’autorizzazione per restauralo e, dopo un iter di due anni e diverse raccolte fondi, siamo riusciti a portare a termine il progetto».

Un duplice lavoro, quindi, portato avanti da un lato dagli alpini, rappresentati nella cerimonia da Alessandro Federici, responsabile ANA della sezione di Roma, e dall’altro dall’Associazione Radici Accumolesi. Ciononostante, si è optato per celebrare un’unica inaugurazione, affinché tutti potessero partecipare alla rinascita di quei monumenti che facevano parte della vita quotidiana degli abitanti.

Non sono mancate infatti le testimonianze delle persone che in questi due simboli hanno ancora oggi ancorati i loro ricordi. «Una signora mi ha raccontato che in questa piazza giocavano i suoi figli e suo i nipoti – ricorda Colucci – e io stesso da bambino avevo guardato il busto di Salvator Tommasi centinaia di volta e, per questo, vederlo a terra mi ha fatto impressione. Inoltre, accompagnato dalle maestre, ho partecipato in prima persona all’inaugurazione del monumento ai caduti il 4 novembre 1958 e se penso a questo provo un grrande rammarico, perché all’epoca c’erano tanti bambini mentre quest’anno la scuola non è stata riaperta a causa della loro assenza, segno della crisi dell’abbandono che è stato incrementato dal sisma».

Riportare in vita due opere come queste rappresenta quindi un messaggio importante, che va oltre il gesto materiale. «È infatti un piccolo segno rispetto all’immane lavoro della ricostruzione che, però, può servire da stimolo per non abbattersi e andare avanti. Con questi due simboli – conclude il presidente dell’Associazione – riscopriamo le nostre radici, riscopriamo un pezzo di quello che era Accumoli».

“Le magnifiche Terre di Centro” si presentano a Montecitorio

La linea di faglia come strappo a cui aggrapparsi dandosi forza con gli altri, per non caderci dentro. È la visione di chi non chiama “cratere” l’area dei terremoti di tre anni fa, ma “Le magnifiche Terre di Centro“. Ovvero il progetto che verrà presentato mercoledì 9 ottobre nella Sala della Regina, Camera dei Deputati/Palazzo di Montecitorio. Un’idea di cooperazione, patrimonio culturale, sviluppo e promozione territoriale: il futuro delle comunità nel cuore degli Appennini.

Una progettualità nata dal basso dall’Associazione “Laga Insieme onlus di Amatrice e Accumoli”, poi tradotta in “Appennino Solidale” dopo le scosse tra Accumoli e Amatrice e che ha lavorato, insieme ad altri soggetti e poi alla rete di Tour Operator di Inside Marche, per unire verso un unico obiettivo undici comuni di Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio. A questo scopo, poco più di un anno fa è stato ufficializzato a Recanati un protocollo d’intesa tra il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso – Monti della Laga per una strategia di collaborazione volta alla rinascita e valorizzazione dei paesi colpiti dai terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017.

A creare la prima rete tra il Lazio e le Marche, sono state le pietre, fotografate con cura e passione da Adriana Pierini: quelle di Padre Pietro Lavini, poste a mano per la costruzione prodigio dell’Eremo di San Leonardo a Montefortino, nel Fermano, e quelle dolorose di Amatrice. Due lavori fotografici che hanno rafforzato l’esigenza e l’impegno di far conoscere “l’anima” dei luoghi appenninici: i monti azzurri e gli interminati spazi evocati   e immortalati nei suoi idilli da Giacomo Leopardi.

All’incontro alla Camera dei Deputati, la fotografa recanatese presenterà il suo libro “Amatrice il profumo della sua terra“, dopo aver ascoltato l‘Infinito di Giacomo Leopardi, nel bicentenario dalla composizione, declamato dai bambini della scuola primaria di Amatrice. Seguiranno poi l’intervento di Antonio Baleani, presidente onorario del Fotocineclub di Recanati, e la proiezione del cortometraggio “Le magnifiche Terre di Centro“, a cura dell’associazione Laga Insieme Onlus.

Antonio Fontanella, sindaco di Amatrice, interverrà in rappresentanza dei comuni aderenti al progetto, ovvero Capitignano, Montereale, Campotosto, Accumoli, Cittareale, Norcia, Arquata del Tronto, Montegallo, Montemonaco, Montefortino. Racconteranno inoltre la loro esperienza agricoltori, rappresentanti di associazioni e realtà attive sul territorio: un grande itinerario naturalistico e di conoscenza, come spiegherà anche Paolo Piacentini, presidente di FederTrek. Natura e tradizione, ovvero una civiltà appenninica, da difendere, promuovere e divulgare anche nelle scuole: saranno questi i temi toccati da Paolo Coppari dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata. A chiudere l’incontro Lorenza Bonaccorsi, sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Coordinerà i lavori Linda Cittadini, giornalista dell’emittente E’tv Marche e ideatrice del programma televisivo settimanale “Sibilla, le voci della ricostruzione” dedicato al post sisma dell’Italia Centrale.

La nuova vita del B&B di Illica: «Arrivano a portarci forza, se ne vanno fortificati»

I racconti di coraggio, la forza di volontà e la speranza verso il futuro sono elementi che il tragico evento del sisma non è riuscito a distruggere: per questo è importante metterli in risalto e raccontarli per comprendere come siano le persone, a fare realmente la differenza.

Riapre tra le difficoltà ma con una grande tenacia il Bed and Breakfast “Lago Secco” di Illica, gestito dai fratelli Davide e Clementina Carosi.

«Il B&B nasce nel 2001 – racconta Clementina – ed è stato il primo della provincia di Rieti nel territorio dei monti della Laga. L’idea parte dal fatto che, soprattutto d’estate, arrivava sempre qualcuno che chiedeva una stanza quindi, avendo una casa grande, abbiamo deciso di avviare l’attività».

Da allora i proprietari hanno portato avanti il loro progetto, apportando una serie di migliorie volte ad una maggiore fruibilità della struttura. «Nel 2016 avevamo praticamente finito, gli ultimi lavori erano stati fatti il 12 agosto, mancava solo la parte esterna…invece solo pochi giorni dopo, con il terremoto sono finiti i sogni».

«Non ci siamo mai arresi», afferma lapidaria Clementina, descrivendo come, fin da subito, insieme a Davide si siano attivati per capire come riaprire.

«Ci abbiamo messo quasi due anni ma ad aprile 2019, tra moltissime difficoltà, ci siamo riusciti». Ora la struttura sorge su cinque casette localizzate su quello che era il giardino della casa e ognuna di esse corrisponde ad una stanza del precedente B&B.

«Dal momento che la casetta per l’accoglienza risultava essere troppo piccola, con qualche sacrificio ci siamo inoltre attrezzati per acquistare una tensostruttura. Ma ora bisogna trovare una nuova soluzione per l’inverno perché la plastica non regge neve e freddo».

Nonostante gli ostacoli, Davide e Clementina sono ottimisti rispetto al futuro: «Speriamo si possa andare avanti senza troppi intoppi cercando di mantenere quello che abbiamo, e migliorandolo. Da quando abbiamo riaperto è andata discretamente bene, il “Cammino delle Terre Mutate” ha portato tanta gente, abbiamo avuto più di cento presenze dall’apertura, con due picchi di sessanta persone».

Proprio in merito all’esperienza del “Cammino delle Terre Mutate” i due fratelli sembrano essere molto sensibili, tanto da raccogliere i pensieri dei pellegrini in un quaderno che, nel futuro, potrà trasformarsi in libro. «È interessante il motivo per cui lo percorrono: è un cammino che nasce dalla solidarietà. Molto spesso nessuno si rende conto della situazione reale di questi luoghi ma chi fa il cammino per intero affronta delle tappe molto problematiche nelle quali mancano addirittura le strutture o i punti di ristoro».

Dare accoglienza a queste persone significa molto e sancisce un legame che va oltre la mera dimensione lavorativa, perchè «le persone che vengono qui molto spesso dicono che il loro obiettivo era quello di infondere coraggio a noi, ma quando se ne vanno, quelli fortificati da noi risultano essere loro».

E di forza Davide e Clementina ne hanno davvero tanta, un po’ come “l’albero della rinascita” che sorge nel loro giardino che continua a fruttificare nonostante la corteccia danneggiata. Hanno deciso di non abbandonare la loro terra natia, continuando ad investire su quel territorio tanto bello quanto fragile, pronti ad accogliere ogni viandante con un caloroso sorriso di benvenuto.

Accumoli rinsalda le sue Radici: a tre anni dal terremoto tornano a casa due Monumenti simbolo

In onore al proprio nome, l’Associazione Radici Accumolesi continua nella propria azione volta a mantenere vivo il senso di appartenenza della popolazione del Comune raso al suolo dal terremoto di tre anni fa. Domenica prossima, 6 ottobre, torneranno a casa due monumenti identitari per la comunità accumolese. Un evento di portata simbolica – accolta dal Comune di Accumoli – perché residenti e non, potranno ritrovare nel centro Sae del capoluogo proprio quei monumenti che erano posti nei giardini di piazza San Francesco, all’ingresso del paese.

Si tratta delle prime opere a tornare fra i cittadini dopo il sisma del 2016.

Il monumento a Salvatore Tommasi, luminare della ricerca medica di metà Ottocento e patriota risorgimentale, era stato eretto nel 1927; è stato restaurato a cura dell’Associazione Radici Accumolesi che si è fatta promotrice di una raccolta fondi.

Il monumento ai Caduti invece, inaugurato nel 1958, è stato restaurato grazie all’intervento dell’Associazione Nazionale Alpini regionale del Lazio e del gruppo alpini di Accumoli.

La cerimonia di riposizionamento, come detto, avrà luogo domenica prossima 6 ottobre presso il centro Sae di Accumoli a partire dalle 10 della mattina.

«Un uomo in divisa non può inginocchiarsi e piangere»: il libro dell’ex questore D’Andrea sul sisma

C’erano tutti quelli che c’erano, alla presentazione romana del libro Ricominciare, scritto dall’ex questore di Rieti, Gualtiero D’Andrea. Quelli che c’erano in quei momenti tragici subito dopo il 24 agosto 2016, quelli che lo affiancarono nella prima e nella seconda emergenza, durante i soccorsi, durante la gestione della logistica per i funerali, durante il sostegno ai familiari, durante quei momenti in cui il tempo sembrava essersi fermato su un fotogramma di un film di guerra.

C’erano l’allora prefetto Walter Crudo, il vescovo Domenico Pompili, l’allora comandante provinciale dei Vigili del Fuoco Maria Pannuti, Fabrizio Curcio che era ai tempi a capo della Protezione Civile, le tante istituzioni, i religiosi e le forze dell’ordine che respirarano insieme al questore quell’odore di polvere, di lacrime e di morte.

Visibilmente emozionato, il dottor D’Andrea rivive ancora quei momenti, a tratti non riesce a separarsene: «Non riesco a fermare nella mia mente, a tutt’oggi, le immagini di quel paesaggio; non riesco a fermare il corso dei miei pensieri. La razionalità si perde nel torpore dei ricordi». In prima linea fin da subito, l’allora questore dalla normale e quasi pacata routine della questura reatina si trova improvvisamente catapultato a lavorare all’inferno, cercando di rimanere lucido per gestire in maniera ponderata le incombenze burocratiche, per dare ordini ai suoi uomini senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni».

Tuttora, dalle pagine del suo libro, sembra non voler credere alla realtà, a quelle immagini terribili che la mente non riesce a cancellare, come «i corpi di bimbi esanimi recuparati sotto le macerie e avvolti in copertine verdi, trasportati in un’area nella quale un tempo avevavano giocato felici».

Ma la verità «è che il tempo non si ferma, e per rendersi conto di cosa sia un terremoto non basta guardare la televisione», e non è neppure sufficiente «recarsi sui luoghi del sisma per veirficare l’entità dei danni oppure osservare lo strazio di persone e cose».

Un libro dedicato non solo a chi c’era, ma anche nato con il desiderio di sostenere chi è rimasto tra mille difficoltà, con l’intento di mantenere viva la memoria di chi è perito in quella disgrazia, perchè il sacrificio della gente accumolese e amatriciana non sia vano.

D’Andrea rivive ognuno di quei tragici momenti, dalla prima scossa delle 3 e 36: «un dramma nel sogno che poi diventa incubo», le urla di dolore dei familiari, l’ultimo addio degli strazianti funerali sotto la pioggia con le autorità assiepate in uno spazio angusto e ristretto, tra la folla: una situazione difficile da gestire non solo emotivamente, ma anche professionalmente, da uomo delle istituzioni. E Gualtiero D’Andrea lo spiega bene: «La cosa più difficile per una persona in divisa è trovare un posto nascosto dove piangere, dove nessuno ti vede; un uomo in divisa che viene chiamato in soccorso non può inginocchiarsi e piangere, lo può fare solo in solitudine, a fine turno, lontanto dagli sguardi degli altri».

E in qualche modo, la narrazione diventa una sorta di terapia per ciò che è stato vissuto, e forse mai elaborato fino in fondo: la devastazione, il sangue, il senso di smarrimento, le problematiche che si ponevano giorno dopo giorno sui tavoli di lavoro improvvisati qua e là, in una situazione a dir poco devastante e precaria, ma dove si doveva decidere lucidamente e insieme la cosa più giusta. E si doveva farlo in fretta.

E poi, la gestione della sicurezza per le visite dei rappresentanti del Governo, delle tante autorità, del Presidente della Repubblica e addirittura del Papa. Incontrare il Papa e doverne tutelare la sicurezza in un posto dove di sicuro ormai non c’era più nulla, né a livello materiale, né a livello emotivo. Un quattro ottobre scolpito nella mente in maniera indelebile, immagini veloci e rubate di quella visita improvvisata e rapida, che il dottor D’Andrea conserva gelosamente al punto da sceglierne una come immagine del proprio profilo, sulla chat telefonica personale. Papa Francesco in primo piano, gli uomini delle forze dell’ordine di finaco, lui sullo sfondo, con un’espressione tra lo stupito e l’incredulo, il volto provato da tante notti insonni.

Un epilogo ancora da scrivere per le popolazioni dei paesi distrutti, una rabbia ancora viva, ferite ancora aperte, menti e cuori vulnerabili. E come conclude Gualtiero D’Andrea, ancora, a distanza di tre anni, «non sai con chi prendertela».

Illica in festa per l’inaugurazione della Casa della Cultura

Una data importante quella del 21 settembre 2019 per gli abitanti di Illica, un giorno di festa che ha sancito l’inizio di un nuovo percorso grazie all’inaugurazione della Casa della Cultura, struttura interamente antisismica volta a diventare un punto di raccolta e confronto per tutta la cittadinanza.

Presenti al taglio del nastro il sindaco di Accumoli, Franca D’Angeli e Vincenzo Vavuso, presidente del Maric (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali) grazie al quale questo sogno è potuto diventare realtà. Non è tuttavia mancata la presenza di tutti gli artisti che, con le loro opere, hanno adornato la Casa della Cultura e degli esponenti di altre numerose associazioni che hanno contribuito alla realizzazione del progetto.

Dopo aver inaugurato la scultura dell’artista Stefania Maffei, raffigurante un volto bifronte che esprime la forza di non arrendersi alle difficoltà e di “guardare oltre”, ed esposto la targa della Casa della Cultura, si è proceduto con l’ingesso ufficiale nello stabile per assistere alla messa e alla benedizione.

«C’è ancora tanta paura, tanto dolore e tristezza che devono essere smaltite e questo è possibile anche grazie al contributo della fede» ha detto il parroco don Stanislao in apertura della celebrazione. Parlando dell’opera presente nella sala ha poi spiegato il significato: «Essa rappresenta il Golgota della nostra terra, è stata realizzata con alcuni pezzi di legno abbattuti dal vento nei quali sono stati incastonati dei sassi provenienti dalle diciotto chiese del comune del Accumoli che, oggi, sono distrutte o inagibili».

«Il nome Golgota – ha proseguito – deve far pensare alla vittoria del bene sul male, alla vittoria della vita sulla morte».

Durante l’omelia, commentando un passaggio del Vangelo di Matteo, don Stanislao ha colto due spunti di riflessione validi per la comunità. Il primo è stato quello di vedere la cultura come incontro attraverso «la capacità di spendere il proprio tempo facendo il bene per gli altri» mentre il secondo ha riguardato la capacità di investire in se stessi più che nei beni materiali. «Alcune persone del nostro territorio si stanno perdendo. Per la ricostruzione dell’essere umano non basta solo il polo materiale ma ci devono essere altri tre elementi: l’aspetto psicologico, l’aspetto sociale che mira alla collaborazione con il prossimo e, infine, quello spirituale che dona la speranza».

Alla fine della messa, si è aperto un spazio dedicato ai ringraziamenti. La prima a parlare è stata il sindaco Franca D’Angeli: «Oggi dobbiamo ripartire da qui. Il terremoto ti toglie la vita oppure te la cambia, noi non siamo più gli stessi. Parliamo di ricostruzione ma quello che mi preoccupa è la popolazione: il tessuto sociale non è ricostruito. Perciò, questa struttura è fondamentale perché offre la possibilità di stare insieme e unirsi significa riconquistare il sorriso».

La parola è passata poi al presidente del Maric, Vincenzo Vavuso che ha ricordato il percorso turbolento del progetto che, però, alla fine è stato portato alla luce grazie alla sinergia di molte attività. Il perno del suo messaggio è però rivolto alla popolazione, «qui bisogna lavorare insieme, non bisogna farsi la guerra perché il terremoto passa, quello che rimane siamo noi e noi dobbiamo reagire restando uniti, rispettandoci e amandoci. Il rispetto – ha proseguito – va dimostrato anche nei confronti delle istituzioni e delle regole perché aspettando i tempi tecnici, tutto può rinascere».

In conclusione, ha ricordato che il Maric sarà sempre presente, anche grazie al progetto del Festival della Speranza che, sulla scia del Giffoni Film Festival, porterà in queste terre tanta arte e cultura.

A questo punto Vincenzo Vavuso ha consegnato ufficialmente le chiavi della Casa della Cultura al sindaco, gesto che è stato accompagnato da un oggetto dal forte valore simbolico: una scarpina di terracotta che rappresenta la forza di voler camminare ancora nonostante le difficoltà.

L’ultimo intervento è stato effettuato dal Presidente dell’Associazione Illica Onlus che ha sottolineato come l’obiettivo dell’associazione sia quello di «riportare gli illichesi a Illica e di ricostruire il tessuto sociale anche attraverso l’organizzazione di eventi».

In conclusione, si sono aperte le porte del Museo della Civiltà Contadina “Franco Casini” allestito all’interno della Casa della Cultura, che racchiude tutti gli oggetti della memoria della vita contadina, recuperati con fatica del vecchio museo.

L’augurio è la Casa della Cultura, come suggerisce il parroco, possa davvero essere una porzione di mondo nuovo capace di risanare quelle crepe interiori che, seppur invisibili, hanno arrecato maggior danno al cuore delle persone.

Il Museo di Illica di Accumoli torna a casa

Sabato 21 settembre 2019 alle 12.00 a Illica di Accumoli, riaprirà ufficialmente il museo della civiltà contadina “Franco Casini”.

A più di tre anni dal tragico sisma del 24 agosto 2016 Alessandro Carosi, presidente dell’Associazione Illica Onlus, taglierà il nastro di questa nuova inaugurazione alla presenza del sindaco di Accumoli Franca D’Angeli.

La riapertura del museo avverrà all’interno della casa della Cultura, struttura donata al comune di Accumoli dal Maric di Salerno grazie ai fondi privati raccolti da quest’ultimo e al contributo dell’Associazione Illica Onlus.

Il Museo della Civiltà Contadina di Illica, gemellato con Museo Civico delle Tradizioni popolari di Micigliano (RI), venne fondato negli anni ‘90 da Franco Casini per rendere merito alle tradizioni e agli antichi mestieri che caratterizzavano il territorio dell’alto Lazio e che, ancora oggi, costituiscono le origini e le radici della cultura contadina.

In esso sono custoditi attrezzi di ogni genere legati alle arti contadine e all’allevamento del bestiame, fino a qualche anno fa tra le maggiori risorse del borgo e dell’intera zona.

Nato per mantenere viva la memoria storica del lavoro e della vita dell’uomo nel territorio dell’alto reatino, il Museo della Civiltà Contadina Franco Casini di Illica, non rappresenta solo la storia passata delle genti di questi luoghi, ma il loro futuro.

Gli oggetti del museo sono stati recuperati dalla Protezione Civile e dall’Associazione Illica Onlus all’interno dell’edificio comunale gravemente lesionato nel terremoto del 24 agosto 2016 e, negli ultimi tre anni, sono stati custoditi nei magazzini dell’Amministrazione comunale.

È Alessandro Carosi, presidente dell’Associazione Illica Onlus, a riassumere il sentimento delle genti del luogo e a raccontare lo spirito che ha animato e anima questa iniziativa di ricostruzione e rinascita: «Si potrebbe proseguire in lungo e largo nel narrare le attività e le usanze dei nostri luoghi. Quello che preme evidenziare è che tutto questo bagaglio di conoscenze e tradizioni rischia oggi di perdersi se non si hanno più a disposizione luoghi e persone che lo possano custodire e tramandare. La riapertura del Museo della Civiltà Contadina si pone quindi come il progetto di un luogo dal quale ripartire, nel quale veder rinascere un germoglio nuovo con radici antiche».

L’appuntamento è sabato 21 settembre ad Illica di Accumoli (Rieti) strada statale salaria km.139,500.

Ad Accumoli l’inaugurazione della “Casa della Cultura” e il Festival della Speranza

Avrà luogo sabato 21 settembre alle ore 10 ad Illica, frazione di Accumoli, la cerimonia di inaugurazione della “Casa della cultura”, il centro polifunzionale destinato alle popolazioni colpite dal terremoto, voluto e sostenuto dal M.A.R.I.C., Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali. A seguire, alle 10.30, si terrà la Santa Messa, con la benedizione della struttura.

La Casa della Cultura – nata da un’idea di Vincenzo Vavuso, Presidente e fondatore del M.A.R.I.C, nonché sottufficiale dell’Esercito italiano – dopo due anni di incessante attività e di eventi per raccogliere fondi, a distanza di soli 4 mesi dalla posa della prima pietra, si presenta alla cittadinanza, già pronta per il pieno utilizzo. Un’impresa agli occhi di tanti vista come impossibile, è diventata realtà.

Saranno presenti all’inaugurazione, oltre agli artisti del M.A.R.I.C., alle Associazioni ed aziende sostenitrici e ai cittadini, numerose autorità, tra cui l’attuale Sindaco di Accumoli Franca D’Angeli, l’ex sindaco Stefano Petrucci, che per primo ha creduto nel progetto, Vincenzo Vavuso, Alessandro Carosi presidente dell’Associazione Illica Onlus, e rappresentanti delle istituzioni.

La struttura è pronta in tutto il suo splendore, è stata costruita in maniera impeccabile, rifinita e curata nei minimi particolari. La Casa della Cultura sarà un centro di ritrovo per la comunità locale ed una possibile sede per dibattiti, conferenze, riunioni, studio, eventi culturali ed artistici, infatti proprio il 21 si inaugurerà anche il museo di arte contadina di Illica e l’esposizione permanente delle opere degli artisti del M.A.R.I.C., donazione degli Artisti al Comune di Accumoli e che diventeranno patrimonio artistico dello stesso Comune.

Subito dopo l’inaugurazione, la Casa della Cultura ospiterà il suo primo evento, la nuova grande “sfida” del M.A.R.I.C.: il Festival della Speranza, che vedrà protagonisti gli Artisti del Movimento con le loro performance e non solo, un evento pronto a ripetersi annualmente e destinato a coinvolgere l’intera popolazione. In questa occasione saranno presentati i nuovi libri della poetessa Stefania Maffei e della scrittrice Teresa D’Amico. Un weekend, quello del 21 e 22 settembre, che si prospetta sicuramente indimenticabile.

Le parole del Maestro Vincenzo Vavuso: «Ringrazio tutti coloro che sono stati al mio fianco fin dall’inizio, partecipando alla realizzazione di un sogno che oggi è finalmente realtà! Tutto è iniziato da una scarpina che ho raccolto personalmente tra le macerie. Proprio quella scarpina mi ha dato, e ci ha dato, la forza di superare tutti gli ostacoli che in questi due anni abbiamo dovuto superare. Quella scarpina che ha fatto il giro dei social, sarà l’icona della “Casa della Cultura” e potrete vederla il 21 settembre ad Illica. Ritorna nuovamente nella sua terra e non sarà la rappresentazione di un doloroso ricordo, ma l’icona della speranza! Ringrazio l’ex sindaco Stefano Petrucci, uomo di inesauribile forza e persona valorosa che ho potuto apprezzare giorno dopo giorno, l’attuale sindaco Franca D’Angeli, l’Azienda Industrial Starter di Vicenza, l’ Azienda Arti Grafiche Boccia di Salerno, l’Associazione Illica Onlus, l’On. Antonio Tajani ex presidente del Parlamento Europeo, il Comune di Curti (CE) e tutte le Associazioni, gli Istituti scolastici e ogni singola persona che ha voluto partecipare al progetto. È arrivato il momento di festeggiare ed iniziare un nuovo cammino al fianco dei cittadini di Illica e di Accumoli».