Il Carnevale ad Amatrice tra divertimento e tradizione

Oltre al sostegno materiale delle persone, tra gli obiettivi della Caritas c’è quello di contribuire a una maggiore coesione sociale.

Una prospettiva che impegna nell’aiuto dei più deboli, ma anche ad acquisire una visione generale del del territorio, alla quale non sfuggono i momenti di festa.

In quest’ottica, lo scorso 13 febbraio è stato organizzato ad Amatrice un evento per far incrociare il divertimento del Carnevale con il racconto dei ricordi delle tradizioni locali.

Un’occasione che ha visto la presenza del vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, che con piacere è stato ad ascoltare le diverse narrazioni delle tradizioni locali.

All’evento, organizzato presso le strutture del Centro Caritas di Amatrice, non sono ovviamente mancati i vari dolci tipici di Carnevale, come le frappe e le castagnole, affiancati da un ricco rinfresco: una tavolata messa insieme con il contributo tutti i partecipanti.

L’iniziativa ha destato l’interesse anche degli abitanti dei Comuni e delle frazioni attorno ad Amatrice e, viste le difficoltà degli anziani e dei ragazzi a raggiungere il Centro di comunità, è stato attivato, già da qualche mese, un servizio navetta in grado di raggiungere ogni luogo.

La festa è stata vissuta in due ambienti: nel primo sono stati disposti i banchetti per accogliere i dolci e ospitati i bambini in maschera, che si sono divertiti a giocare, seguendo le proposte degli operatori della Caritas, e non si sono risparmiati nel fare scherzi e tirare coriandoli e stelle filanti.

In un altro locale, si è invece creata un’atmosfera familiare tra i partecipanti, che hanno raccontato le tradizioni, di anni ormai lontani, del proprio paese di appartenenza. In ogni racconto ha risuonato un forte entusiasmo, accompagnata dall’ascolto attento dei convenuti.

L’incontro ha inoltre fornito l’occasione per presentare un nuovo progetto promosso dalla Caritas dalla diocesi di Rieti, che prevede la partecipazione delle parrocchie dei comuni di Posta, Cittareale, Borbona, Accumoli e Amatrice.

Il progetto si chiama Memoria e Identità collettiva, e verrà realizzato anche in collaborazione con la Residenza Sanitaria Assistita San Raffaele Borbona.

L’iniziativa che ha come scopo la creazione di un percorso che approfondisca gli insegnamenti cattolici sulla resilienza post-trauma, intende tessere le trame dei ricordi della comunità attraverso scatti fotografici, immagini, video, poesie e racconti, offrendo così ad ognuno la possibilità di riscoprire la propria città attraverso un viaggio fatto di paesaggi e racconti.

A fine giornata i partecipanti hanno salutato il Carnevale con la tradizione del “Focaraccio”.

Mario, Stefania e il sorriso di Filippo

«Avevamo due soluzioni: o impazzire, o reagire, e abbiamo deciso per la seconda». Mario Sanna è deciso e pragmatico nonostante gli occhi che di tanto in tanto si lucidano parlando di Filippo.

Lui e la moglie Stefania sono genitori sconvolti dalla morte di un figlio avvenuta dopo giorni di agonia a causa del terremoto del 24 agosto 2016 ad Amatrice.

Filippo Sanna, uno dei tre figli della coppia, allora non aveva ancora 23 anni. Quel dolore «che ti annebbia e non ti fa ragionare» lo hanno trasformato quasi subito in iniziative, idee, rassegne, memorial affinché il suo ricordo non si perda nel tempo.

L’Associazione “Il sorriso di Filippo” è nata subito dopo l’elaborazione del lutto, «una cosa nata dalla necessità» realizzata grazie al supporto di amici, associazioni e conoscenti che hanno voluto dare il proprio supporto in memoria di una giovane e solare vita spezzata. Proprio in virtù della vivacità di Filippo, amante della musica e della lettura, tutte le attività volute dalla sua famiglia andranno a supporto dei giovani, per permettere loro di vivere un’esistenza culturalmente piena ed appagata.

In nome di Filippo Sanna sono nate due borse di studio alla facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila, ed altre due al conservatorio per ricordare anche Anna Grossi, giovane musicista anche lei scomparsa a causa del sisma. E poi la prima edizione del Premio Letterario Nazionale per ragazzi che sta per vedere la luce e tante altre bozze da sviluppare. Ma Stefania e Mario non hanno intenzione di fermarsi. Parlano a raffica, si sovrappongono, elencano le molte idee in cantiere che sono tenacemente motivati a realizzare.

Viene spontaneo chiedersi da dove attingano tanta forza e tanta energia per andare avanti con un simile entusiasmo dopo un dolore così atroce. Stefania tira fuori dalla sua borsa le sue risposte, e le dispone in bella mostra sul tavolo. La prima è un vecchio numero di «Frontiera», settimanale della diocesi di Rieti, datato 9 settembre 2016.

È un po’ spiegazzato e consunto, non ci vuole molto a capire che lo porta sempre con sé, aperto a pagina 10. «Non ricordo neppure bene in base a quale casualità mi capito questo giornale tra le mani, ma tutto è partito da questo articolo».

Una pagina scritta pochissimi giorni dopo la tragedia del terremoto che riportava le parole del teologo Simone Morandini, ospite del primo Meeting dei Giovani di Greccio: «Dio non è mai indifferente al nostro dolore».

A corredo dell’articolo, l’inquietante fotografia di una casa ridotta ad un cumulo di sassi, con un’utilitaria bianca miracolosamente intonsa in primo piano. Per Stefania è un segnale forte: è la loro casa, quella dove è morto Filippo, e quella è la sua macchina. Non fa che domandarsi «perché proprio la mia casa tra tante foto».

Ci sono altre “risposte” disposte sul tavolo di fronte a noi. C’è “Gocce di Memoria”, il libricino voluto dalla diocesi di Rieti per ricordare le 249 vittime, che ha contribuito a maturare nell’animo di Mario e Stefania la volontà di proseguire nel percorso del ricordo del figlio e delle altre persone scomparse. E poi ancora, un libro donato casualmente che invita a «trasformare la propria vita in danza».

Ma i tempi per “andare oltre”e volgere il dolore in propositività non sono ancora maturi, la sofferenza è forte, talvolta insopportabile. La “svolta”, quella decisiva, arriva attraverso le parole di Riccardo, l’altro figlio ventenne, studente universitario a L’Aquila: «se mamma e papà continueranno a piangere finirà che non vorrò più vederli e rimarrò definitivamente a L’Aquila».

Attraverso queste parole taglienti come rasoi Mario e Stefania capiscono che dopo aver perso Filippo non possono permettersi di perdere anche gli altri due figli. Così voltano pagina. Trasformano la voglia di lasciarsi morire in voglia di fare. A servizio di tutti i ragazzi che vorranno proseguire a coltivare le proprie passioni, le stesse passioni bruscamente interrotte dal tremore della terra in quella tragica notte d’estate.

La maestra Cinzia e la “rinascita” che passa attraverso la musica

Dall’ottobre 2017 sono tornate ad Amatrice le attività e i corsi di musica. Un movimento possibile grazie alla disponibilità della maestra Cinzia, che dopo aver insegnato per 5 anni musica ai bambini della scuola di primo e di secondo grado, ha deciso di tornare in paese per dare vita ad attività musicali adatte ad ogni fascia di età, soprattutto per quelle più delicate dei bambini e degli anziani.

Il progetto è stato attuato grazie al supporto del Centro Caritas di Amatrice, che ha messo a disposizione le aule per svolgere tutte le attività.
«Non è stato facile tornare qui e insegnare musica ai ragazzi dopo la tragedia che avevano vissuto, bisognava iniziare con delicatezza cercando di appesantirli tanto», dice la maestra Cinzia, che viaggia viaggia tutti i giorni da Ascoli verso Amatrice ed Accumoli portando con sé tutti gli strumenti musicali. «Nei primi mesi il viaggio era un po’ pesante perché il corso di Amatrice era chiuso e l’unica strada percorribile era la Romanella piena di curve e molto pericolosa in inverno, ora va meglio».

Sono circa una ventina i ragazzi di Amatrice che frequentano oggi le variegate attività musicali svolte nel Centro Caritas: tra canto ed uso degli strumenti come tastiera e chitarra, le lezioni sono organizzate secondo le fasce d’età. Con i bambini più piccoli, dai 3 ai 5 anni, la maestra Cinzia fa esercitazioni di canto e di propedeutica, mentre per i ragazzi delle scuole medie e qualcuno delle scuole superiori vengono organizzate lezioni di tastiera e di chitarra sia di gruppo che individuali.

Ma c’è spazio anche per gli adulti: Cinzia è anche creatrice dell’Associazione Coro, un gruppo composto da 20-25 persone dai 50 ai 80 anni che frequentano le sue lezioni due volte a settimana il lunedì e il giovedì.

Molto vario il repertorio proposto, con canti che comprendono il repertorio liturgico e quello polifonico, ma anche le melodie popolari. E il tutto riesce quasi come una terapia canora, che consente alle persone di trascorrere qualche ora spensierata: «è incredibile vedere l’impegno che ci mettono e i risultati che raggiungono durante le lezioni, lasciando fuori da queste pareti tutto quello che è successo» spiega Cinzia.
Risultati tangibili anche professionalmente, poiché nonostante la sua recente creazione il coro è già riuscito a realizzare alcune animazioni liturgiche e soprattutto e cinque concerti per le festività natalizie.

«Siamo riusciti a fare un bellissimo concerto in un teatro all’Aquila per Natale ma anche nell’area food ad Amatrice dove abbiamo dimostrato la nostra unione – spiega la maestra con voce commossa – quello che queste persone riescono a darmi nel loro piccolo è indescrivibile».

Viaggio tra le Sae con gli operatori Caritas, tra problemi e speranza per il futuro

Gli operatori della Caritas si recano periodicamente nelle casette di Amatrice ed Accumoli, per raccogliere confidenze ed eventuali difficoltà degli abitanti, ed offrire supporto alle loro esigenze. Le conversazioni sono spaccati di vita quotidiana, stralci di ricordi, iniezioni di speranza e momenti di sconforto.

«Avevamo casa nel centro storico di Amatrice, in pochi secondi ci siamo trovati in mezzo alla strada senza più niente, ma fortunatamente sani e salvi», dice Monia raccontando quei tragici attimi in cui persero la vita molti amici e parenti. Monia è madre di due bambine, e ora abita insieme alla famiglia in una Sae dell’area Colle Magrone 2 dopo più di un anno trascorso in un hotel di San Benedetto del Tronto.

Il numero degli alloggi Sae (soluzioni abitative d’emergenza) finora assegnati nella regione Lazio sono 687. Nel comune di Amatrice fino ad ora sono state consegnate 488 casette, nel comune di Accumoli 199.

Per la famiglia di Monia il ritorno non è stato semplice, «dovevamo spostarci di nuovo dopo aver raggiunto un po’ di tranquillità e stabilità e bisognava prendere una decisione sul far tornare o no le bambine nei luoghi circondati solo da macerie», racconta con gli occhi lucidi. La figlia minore ci tiene a mostrare il peluche di “Titti il canarino”, l’unica cosa recuperata dalle macerie.

Il discorso Sae viene affrontato con meno emozione, «nella nuova sistemazione ci troviamo bene, siamo circondati da amici e le nostre figlie sono state nel accolte da compagni di scuola e vicini di casa». Tuttavia, i problemi affrontati nei Sae sono molti, come il congelamento dell’acqua delle caldaie posizionate all’esterno delle casette dove d’inverno si arriva anche a -18°.

«Non posso credere che nessuno abbia pensato al fatto che qui dentro non prende il segnale del telefono, soprattutto considerando che la maggior parte degli abitanti sono anziani – racconta Monia con rabbia – bisogna andare di fuori al freddo per poter fare una telefonata». Il problema della mancanza del segnale è un problema diffuso, che pare dipenda dagli accorgimenti di isolamento e schermatura di cui le casette sono dotate.

«Non è stato facile poter ritornare ad Amatrice, le bimbe si erano abituate ormai a San Benedetto e si erano integrate nella scuola materna, si è trattato di tornare in un luogo dove in quel momento non c’era neanche un negozio dove fare la spesa». Eppure nonostante le difficoltà del presente negli occhi di Monia c’è grande speranza nel futuro.

Una “Casa del Futuro” con le radici nel passato

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia costruita con prorompente energia spirituale e intellettuale da don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria fu a suo tempo perno di ricostruzione sociale e materiale.

Negli anni 20 si trattava di rimediare ai danni provocati dalla prima guerra mondiale; oggi, l’area in cui l’Istituto sorge ad Amatrice sembra ereditare quella stessa vocazione in funzione del terremoto, ma con la possibilità di vivere quell’anelito al progresso materiale e morale in chiave moderna.

È difficile attraversare oggi Amatrice e immaginare la moltitudine di bambini che trovarono riparo nell’orfanotrofio maschile fatto costruire da don Giovanni Minozzi.

Ma quello spirito non è scomparso. Con lo stesso approccio, infatti, la Chiesa di Rieti intende realizzare la sua “Casa del Futuro” nell’area che vide il religioso nato nella frazione di Preta prendersi cura dell’avvenire di tanti ragazzi.

Sull’impronta dell’Opera minozziana, la struttura della diocesi sarà infatti un luogo di accoglienza ed educazione, di riflessione e produzione, di vita attiva più che di assistenza.

L’amatriciano Giovanni Minozzi doveva aver ben intuito il genius loci della sua terra natia, l’intreccio dei significati radunati tra i Monti della Laga.

Aiutato dall’accorta progettazione dell’architetto Arnaldo Foschini, era riuscito a coniugare le singole vocazioni in un’architettura funzionale, razionale, efficiente.

Mise insieme l’esigenza di accogliere ed educare con quella di emancipare e produrre, organizzando in una sola area gli alloggi per i suoi ragazzi, i laboratori per insegnare loro i mestieri, il teatro e la biblioteca per coltivare la bellezza e il sapere, la chiesa per curare lo spirito.

Accanto alla scuola c’erano la tipografia, l’officina meccanica, la scuola professionale per elettricisti, l’azienda agricola che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare dell’orfanotrofio e forse raccontava un bisogno di autosufficienza appropriato alle zone di montagna.

L’indagine su come riordinare gli spazi per adeguargli agli scopi di oggi è stato affidato allo Studio Boeri. Ad Amatrice l’architetto ha già detto la sua disegnando l’Area Food, ma l’impegno chiesto dalla diocesi è più complesso e ambizioso perché intende rispecchiare lo spirito della Laudato si’.

L’area dell’Istituto “Don Minozzi” sembra infatti avere tutte le carte in regola per dare forma e sostanza a quell’«approccio ecologico» che il Papa ha mostrato necessariamente connesso all’«approccio sociale».

E a suo modo il terremoto ha certamente mostrato la relazione tra il «grido dei poveri», che ha mosso l’intera esistenza di Giovanni Minozzi, e il «grido della terra».

Ecco perché una “Casa del Futuro”: perché sui paesi travolti dalle scosse del 24 agosto 2016 non si gioca solo la scommessa della ricostruzione, ma si affrontano alcuni nodi di fon““do del nostro tempo e del nostro Paese.

Ad esempio se la tendenza a privilegiare la concentrazione nei grandi centri a discapito delle periferie sia irreversibile, se scommettere sull’Italia minore, autentica ricchezza del Paese, è ancora possibile o bisogna rassegnarsi a una dorsale appenninica desertificata e senza speranza.

Don Giovanni Minozzi trovò le sue strade per servire i poveri e portare sviluppo tra i Monti della Laga.

Chi oggi è al lavoro per realizzare il domani dovrà probabilmente inventare strategie nuove, forse più leggere. Ma la fede non può che rimanere la stessa.

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“Andare oltre” si presenta, il vescovo: «strumento per non abbassare l’attenzione sull’area del cratere»

Alla presenza di Aldo Cazzullo, firma de «Il Corriere della Sera», l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti ha presentato ai cronisti locali, riuniti nel Palazzo papale di Rieti in occasione del patrono San Francesco di Sales, un nuovo servizio pensato per offrire ulteriori fonti sulla situazione post terremoto.

Il sito andareoltre.org è stato infatti pensato per «raccontare la ricostruzione», con particolare attenzione verso i piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area colpita dal sisma al fine di sostenere la popolazione e contribuire alla rinascita dei paesi dal punto di vista materiale, spirituale e sociale.

Il sito, che sarà costantemente aggiornato sulle attività promosse dalla Chiesa di Rieti, è stato pensato per dare informazioni in maniera snella e veloce, con una grafica immediata e basata sul verde, colore che rappresenta la speranza.

Così come il nome, che allude all’obiettivo del superamento delle paure, oltre i timori, oltre le polemiche, oltre gli ostacoli quotidiani.

Sul logo appare una matita, simbolo di nuovi progetti e creatività, perché appaia chiaro che il futuro di queste comunità ferite ripartirà solo se ognuno di noi, con il proprio personale tratto, inizierà a tracciare il solco del proprio apporto fattivo.

Tramite il sito sarà seguito l’evolversi di grandi progetti, come la “Casa del Futuro” o il bando “Ripartiamo Insieme”, ma anche i piccoli fatti, le attività quotidiane, l’ascolto dei bisogni e delle necessità, i lieti eventi.

La prospettiva è quella di «comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo», secondo l’invito che papa Francesco ha fatto lo scorso anno in occasione della Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, ma riprende anche la tematica scelta dal Santo Padre per il messaggio di quest’anno «Notizie false e giornalismo di pace», volto a favore di un’informazione basata sulla «verità che ci rende liberi».

Papa Francesco ha offerto ai giornalisti uno spunto di riflessione su un lavoro obiettivo e veritiero, perché chi fa questo mestiere tenga sempre a mente «che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone».

Sulla stessa linea si è mossa la “lectio” di Aldo Cazzullo ai colleghi locali, il quale ha voluto ricordare che al di là delle notizie che raccolgono “click” e di quelle che suscitano sensazione immediata, il mestiere del giornalista va alimentato quotidianamente, certificando, approfondendo e soprattutto stando in mezzo alle persone, «unico modo per salvare questo mestiere, e farlo bene».

Nel suo intervento a conclusione di una giornata trascorsa assieme agli operatori della comunicazione, il vescovo Domenico ha sottolineato l’intenzione di partenza del sito andareoltre.org: «volevo condividere con voi questo embrione di comunicazione che si inserisce nel solco di ciò ci ha detto Aldo. Questo sito è specchio di un giornalismo fatto andando di persona, cercando di conoscere quello che è al dentro dell’area duramente colpita dal terremoto. Ciò accadrà valorizzando vita quotidiana dei luoghi di tutta l’area del cratere, perché la cosa più necessaria oggi è alimentare la comunicazione per tenere alta l’attenzione, partendo dalla quotidianità di questi territori».

Uno strumento dunque a servizio di tutti, organi di informazione e non solo, perché chiunque abbia una certificata e veritiera contezza di ciò che è stato fatto e si farà dopo il 24 agosto 2016, affinché il racconto del terremoto non sia fatto solo di problemi, ma anche di opportunità, occasioni di miglioramento e motivazioni di speranza nel futuro.

Francesco e l’esperienza dei campi Caritas: «ho scoperto la bellezza della condivisione»

La scorsa estate, grazie al felice esperimento dei campi estivi organizzati dalla Caritas, 270 persone hanno abitato ad Amatrice risiedendo nei container e prestando servizio presso le attività organizzate dagli operatori Caritas.

L’esperienza, nata dall’incontro tra la richiesta dei volontari – in cerca della possibilità di portare un aiuto concreto sui territori di Amatrice ed Accumoli – e quella della popolazione di non esser lasciata sola, ha prodotto l’incontro tra realtà molto diverse tra loro, ma che sono riuscite a ben conciliarsi e a creare anche forti legami tra coloro che hanno prestato servizio e chi ogni giorno affronta le paure e le incertezze del presente e del prossimo futuro.

Se il terremoto ha portato disgregazione e solitudine, l’esperienza del campo ha riempito di sollievo, almeno per qualche ora, le abitazioni temporanee di molti.

Tra i volontari – che hanno visto alternarsi gruppi di seminaristi, coppie, gente di parrocchia, suore e comunità, c’è Francesco Bertolini, un ragazzo ventiquattrenne appartenente al movimento dei “Focolari”.

Dopo aver sperimentato il campo Caritas nei mesi estivi, ha voluto tornare a dare una mano alla Caritas anche durante le festività natalizie.

«Dopo il campo Caritas vissuto questa estate – spiega – mi sono reso conto che è fondamentale dare continuità sul territorio amatriciano con la propria presenza fisica».

Un esperimento iniziato dal gruppo dei focolarini senza avere particolari aspettative: «solo la promessa di costruire un clima familiare con i giovani e le famiglie del posto, cercando di vivere ogni giornata fino in fondo con ogni persona che ci passava affianco, nonostante le varie situazioni che avevamo lasciato a casa».

Prima di intraprendere l’attività di volontario, Francesco era stato ad Amatrice, oltre al giorno seguente al terremoto, nei primi giorni di marzo 2017.

«A primo impatto, quando sono arrivato, non facevo altro che guardare macerie su macerie… un paese devastato! Poi comprendi che i danni maggiori non erano nelle case crollate, ma nelle famiglie intere che sono rimaste sotto cumuli di macerie».

Una dimensione che si capisce davvero solo «condividendo rapporti con persone del posto».

E da questi rapporti costruiti tra la polvere sollevata dal sisma è nata l’idea di festeggiare capodanno con i ragazzi di Amatrice: «la cosa interessante è stata che oltre ai 7 volontari del campo estivo della Caritas ci sono state altre 15 persone provenienti da varie d’Italia che sono venute per aiutarci ad animare il capodanno, portando ognuno nella propria semplicità una luce di gioia e speranza condivisa».

Un legame creato con il territorio e la comunità di Amatrice che è stato graduale, costruito tassello dopo tassello: «con i ragazzi di Amatrice siamo partiti da 4 persone e dopo 5 mesi e dopo tanta fiducia costruita ci siamo ritrovati in un gruppo di quattordici: insieme abbiamo costruito un clima di unità fin da subito, ed il fatto di coltivare i nostri rapporti ci sta permettendo di vivere liberamente come fratelli e sorelle. Oltre ai ragazzi stiamo tenendo i rapporti vivi con alcune famiglie dove personalmente mi ci sono ritrovato a cena o pranzo, riscoprendo la gioia e la semplicità dello stare insieme. Quel grido “non lasciateci soli” lo fai scomparire dando semplicemente continuità ai rapporti personali e diretti costruiti in questi mesi».

Francesco dopo le prime esperienze ha deciso di tornare ancora ad Amatrice: «mi sono semplicemente reso conto che le persone che ho incontrato in questi mesi non avevano bisogno delle mie parole, quanto della mia presenza».

«Lavoriamo perché le persone sperino nel futuro», parla il direttore della Caritas diocesana don Fabrizio Borrello

Don Fabrizio Borrello, 49 anni, responsabile della Caritas diocesana, risponde alle domande tra un impegno a l’altro, con il telefono che perde campo a singhiozzo tra le gole che portano verso Amatrice ed Accumoli.

E’ in quelle zone, dal 24 agosto 2016 in poi, che la Caritas ha concentrato la maggior parte delle proprie risorse ed energie, per stare accanto alle comunità colpite dal terremoto: «oggi ad Amatrice, nell’area del don Minozzi, c’è il nostro centro pastorale Caritas, una sorta di spazio multi service che funge da coordinamento logistico grazie gli spazi che mettiamo a disposizione per attività non solamente religiose, come incontri o lezioni di vario genere».

Don Fabrizio allude ai numerosi corsi ospitati nella struttura prefabbricata che ospita il centro Caritas, dal decoupage all’inglese, dal ballo alla ginnastica o al judo fino alle attività ludiche passando per tutto ciò che crei opportunità di aggregazione in un luogo sfaldato e privo di riferimenti quotidiani.

«Oltre a questo tipo di attività – prosegue – abbiamo sportelli di ascolto per problematiche di tipo personale ma anche di tipo tecnico: c’è infatti un ufficio che ci fornisce supporto per tutte le informazioni che concernono case, richieste burocratiche, attività economiche e progetti rivolti alle aziende».

L’azione della Caritas si muove ad ampio raggio e senza mai aver interrotto il servizio fin dalle prime ore di quel tragico giorno d’estate : «ci siamo attivati immediatamente, all’inizio per fornire beni di primissima necessità come cibo, riparo, abbigliamento e naturalmente sostegno psicologico. In questi mesi abbiamo affrontato man mano le problematiche che ci si paravano davanti, cercando di offrire di volta in volta le soluzioni più appropriate, come ad esempio i circa 50 container messi a disposizione delle fasce più deboli a ridosso della scossa del 30 ottobre e del rigido inverno dello scorso anno».

Tra gli impegni continuativi dei volontari Caritas c’è il servizio domiciliare alle persone, mai interrotto, anzi incrementato nei momenti più difficili, e che oggi prosegue all’interno delle Sae, con particolare attenzione verso anziani, malati e persone con problematiche di vario genere: «offriamo vicinanza e prossimità, magari può capitare di dover accompagnare qualcuno, oppure portiamo generi di conforto, o semplicemente forniamo occasioni di sfogo o conversazione».

Alla domanda sul momento più difficile attraversato in questi 17 mesi, don Fabrizio non ha esitazioni: «certamente la copiosa nevicata del gennaio 2017, in concomitanza con violente scosse che non davano tregua. Con oltre due metri di neve non riuscivamo ad assistere tutte le persone, alcune erano rimaste isolate o bloccate, in certi casi abbiamo messo a rischio la nostra stessa vita per raggiungerle. Quest’anno abbiamo regalato anche le pale, per essere previdenti!»

Com’è noto le feste amplificano solitudini e dolori, soprattutto quando all’appello mancano persone care, e sotto Natale l’attività della Caritas diocesana si è intensificata anche attraverso piccoli doni, con la finalità di far spuntare un sorriso: «abbiamo regalato addobbi natalizi per decorare le casette, le calze della befana ai malati, piccoli gesti che simboleggiassero però affetto e vicinanza».

Tanti i momenti difficili e le problematiche affrontate dal 24 agosto 2016 ad oggi, ma tante anche le soddisfazioni e le emozioni, soprattutto quelle scaturite dalla riconoscenza delle gente, dal legame creato in questi mesi.

E poi, arriva il momento, quello che ti ripaga dalla fatica, dal freddo, dalle notti insonni.

Era il 4 ottobre 2016 – giorno di San Francesco – , quando il Papa arrivò a bordo di un’anonima utilitaria nelle zone terremotate: «fu il momento più toccante e più bello perché più significativo, principalmente per lo stile in cui si svolse. Mentre gli altri ospiti illustri erano arrivati preceduti da annunci e proclami, Papa Francesco arrivò in silenzio, senza il codazzo dei media, con una voglia di essere vicino a quelle genti che gli partiva direttamente dal cuore».

Don Fabrizio ricorda il silenzio di quella visita, le poche parole pronunciate dal Pontefice, non riesce a citare una sua frase, ricorda però molto bene quello sguardo fortemente impressionato alla vista delle prime macerie: «lo portammo a fare un giro per le frazioni, a Sant’Angelo, a Saletta, dov’era tutto completamente distrutto: ne rimase davvero colpito, gli si leggeva negli occhi».

Oggi l’attività della Caritas non si ferma, anzi è in pieno fermento per realizzare i progetti concreti finalizzati in particolar modo a ricostruire il tessuto economico dei territori terremotati: «abbiamo aperto uno Sportello Lavoro per sostenere imprese e lavoratori, siamo in attesa di vagliare i 42 progetti arrivati per il bando Ripartiamo Insieme, tramite il quale finanzieremo proposte che coinvolgono attività in ambito sociale, agro-alimentare, culturale, ricreativo e turistico a fronte di un supporto economico di oltre 2 milioni di euro. E poi c’e il grande progetto da attuare nell’area del Don Minozzi, un accordo programmatico che è stato firmato giusto nei giorni scorsi per cui occorre lavorare tanto e celermente».

Rimangono tuttavia alcuni punti ancora da scoprire in termini di prospettive future, su ciò che accadrà dopo le fase delle Sae: «bisognerà comprendere bene tutti i punti riguardanti la ricostruzione, quando e dove avverrà, e in che modo. C’è una comprensibile incertezza in questa fase sul futuro di questi territori, ma è proprio in questa direzione che proseguiamo a lavorare: per far sì che le persone vedano uno spiraglio, e riversino speranze verso il loro futuro e quello delle generazioni che verranno».

«Un’ora rilassante in cui i dolori svaniscono»: osteopati volontari al Centro Caritas di Amatrice

Giovedì 18 gennaio giornata dedicata all’osteopatia al Centro Caritas di Amatrice. I volontari della Complementary and Alternative Medicine Education dell’associazione Educam hanno iniziato a lavorare alle 9 del mattino per offrire il proprio servizio a chiunque ne avesse bisogno.

Il volontario Andrea originario di Modica in Sicilia, insieme ad altri volontari arrivati da tutta Italia, racconta come si svolge la loro attività prestata ad Amatrice da dicembre 2016: «ci occupiamo della salute e del benessere delle persone, in particolare cerchiamo di risolvere i problemi post-traumatici da stress».

Durante la seduta gli osteopati si intrattengono con i loro “pazienti” parlando del più e del meno e delle problematiche quotidiane della comunità: «oltre alla cura delle patologie fisiche, ci occupiamo di far conoscenza con le persone per alleviare in qualche modo anche il loro comprensibile malessere interiore. In pratica il nostro lavoro consiste anche in vere e proprie infusioni di fiducia».

I trattamenti osteopatici riscuotono molto successo tra i cittadini di Amatrice e dintorni: «viviamo il piacere dell’attesa nei giorni precedenti – raccontano i coniugi Elvira e Giovanni che usufruiscono frequentemente del servizio – e poi godiamo dei benefici fisici e psicologici nei giorni a seguire».

Il gradimento degli utenti è documentato su un piccolo diario che gli operatori hanno voluto mettere a disposizione per eventuali consigli e messaggi. Una delle frasi lasciate sul diario testimonia il grande consenso che gli operatori lasciano nel corpo e nell’anima delle persone segnate dal terremoto: «la vostra esperienza e la vostra capacità lavorativa ci aiutano a dimenticare. È un’ora rilassante in cui i dolori svaniscono, aiutateci finché potete». Gli osteopati torneranno al centro Caritas giovedì 1 febbraio 2018 per tutta la giornata a partire dalle ore 9.

Amatrice, “Don Minozzi” al cuore della ricostruzione. Firmato l’accordo programmatico

Sarà l’area dell’Istituto “Don Minozzi” il cuore della nuova Amatrice. È stato infatti firmato l’accordo tra l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, la Chiesa di Rieti, il Commissario Straordinario per la Ricostruzione, i ministeri per i Beni Culturali e l’Istruzione, la Regione Lazio e il Comune di Amatrice «per il recupero, il restauro e la rifunzionalizzazione del complesso monumentale» che sorge a pochi passi dal centro storico del paese devastato dai terremoti del 2016.

La “regia” dell’operazione è stata affidata dai padri del Don Minozzi, proprietari del complesso, alla diocesi di Rieti: «ilprotocollo che abbiamo firmato – ha spiegato il vescovo Domenico – sancisce la condivisione di un progetto comune di recupero di un’area decisiva per la rinascita di Amatrice».

L’intento è infatti quello collocare nell’area strutture importanti come la “Casa del Futuro”, un polo attraverso il quale la diocesi intende realizzare tre scopi connessi: assicurare accoglienza e ospitalità, soprattutto ai giovani; dare vita a un centro di cultura, di studio e formazione legato ai valori dell’enciclica Laudato si’ ; avviare un centro di valorizzazione delle risorse del territorio legate alla produzione agroalimentare. Un progetto complesso, che la diocesi sta portando avanti in collaborazione con Slow Food per avvalersi della competenza in materia dell’associazione guidata da Carlo Petrini e per inserire la “Casa del Futuro” in una più vasta rete di comunità.

Gli spazi del “Don Minozzi” andranno inoltre ad ospitare uffici della pubblica amministrazione e un Museo della Memoria, grazie al quale sarà possibile far tornare ad Amatrice le opere d’arte messe in salvo dal disastro, ma che al momento sono custodite lontano dal paese. «Lo studio dell’architetto Stefano Boeri è già al lavoro per una lettura e una definizione complessiva dell’area – spiega mons Pompili – poi si lavorerà sui dettagli delle singole opere previste».

«Aver messo intorno al tavolo tutti gli enti coinvolti e aver raggiunto l’accordo sulla procedura da utilizzare per il recupero strutturale del don Minozzi ci consente di guadagnare tempo e iniziare con più speditezza i lavori» ha spiegato da parte sua il commissario straordinario per la ricostruzione Paola De Micheli. «L’accordo di programma riconosce, infatti, il ripristino del complesso monumentale amatriciano, come “urgente, indifferibile e prioritario nell’ambito degli interventi di ricostruzione privata”». Il complesso monumentale dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, che ha rappresentato per Amatrice un polo di attrazione e un motore “sociale”, si prepara dunque costituire il fulcro della rinascita culturale, sociale ed economica di Amatrice.