Da comitato a bio-distretto: Amatrice Terra Viva inaugura la sua sede

Da comitato a bio-distretto: Amatrice Terra Viva ha ufficialmente la sua sede. L’impresa sociale, che ha come scopo quello di valorizzare il territorio attraverso un’agricoltura locale e totalmente biologica, durante la mattina del 30 agosto ha inaugurato la struttura che rappresenterà la sede centrale, situata nella frazione amatriciana di Bagnolo.

All’entrata del complesso sono presenti due uffici che ospiteranno anche uno studio di agronomia perché, come spiegato da Marco Santori, consigliere di Amatrice Terra Viva e consigliere tecnico di Alce Nero, «la sede vuole essere anche l’incubatore del bio-distretto di Amatrice, che faccia convenire anche altri agricoltori per cercare di costruire un percorso bio su questo territorio, insieme all’amministrazione e agli esercenti».

La stanza centrale è stata invece progettata per accogliere una confezionatrice di legumi, prodotto che affiancherà la produzione del grano. Infine, oltre ai servizi igienici, c’è il magazzino ad oggi colmo di merce pronta al lancio.

«L’idea dell’impresa sociale – ha spiegato Santori – nasce dal fatto che i soci hanno deciso che la maggioranza degli utili verrà investita tutta nel bio-distretto, affinché la società cresca insieme ai soci e il territorio cresca insieme alla società».

Adelio Di Marco, presidente dell’associazione, ha invece ricordato il percorso di nascita dell’impresa. «Abbiamo iniziato con l’intervento di qualche socio di Alce Nero che è venuto qui subito dopo il terremoto e ci ha dato qualche spunto per creare un’associazione. L’abbiamo creata e abbiamo iniziato a seminare i grani antichi nella zona».

Il primo anno si è contata la semina di 150 ettari e il raccolto è stato venduto a granella. Dal momento che non si riusciva a raggiungere il traguardo prefissato, si è deciso di iniziare a trasformare il prodotto. «Grazie ai soci che hanno seminato, abbiamo stoccato 800 quintali di grano e abbiamo iniziato a lavorarli nel mese di luglio. Oggi siamo già in qualche supermercato e negozio ma speriamo di far degustare i nostri prodotti in tutta Italia». Sono 4 i tipi di pasta lanciati sul mercato: strozzapreti, pappardelle, tagliatelle e fettuccine, derivati interamente da filiera biologica.

Entusiasmo anche da parte dell’amministrazione comunale che, nella figura del vice sindaco Massimo Bufacchi, ha tagliato il nastro d’entrata. «Vorrei che questo filo potesse tornare un nodo, un nodo di fratellanza per questo territorio e un nodo di amicizia per tutti quelli che ci vivono e crescere», ha detto l’assessore.

La cerimonia si è conclusa con la benedizione del vescovo Domenico Pompili che, rifacendosi alle parole dell’omelia pronunciate poco prima nella messa, ha ricordato che il «vero atto di realismo è accettare la vita con le sue contraddizioni». Così, richiamando il significato greco della parola bios, cioè vita, don Domenico ha spiegato che il bio-distretto è volto a «riscoprire le cose fondamentali: la salute, il lavoro, gli affetti e la fede».

Ospedale di Amatrice, apertura del cantiere il 15 settembre. Di Berardino: «Guardiamo al futuro con rinnovato ottimismo»

In occasione dell’anniversario del sisma, l’assessore al Lavoro e Politiche per la ricostruzione della Regione Lazio, Claudio Di Berardino, ha presentato i dati che riguardano la ricostruzione pubblica e privata.  «Per quanto riguarda la ricostruzione privata sono 1500 le domande presentate. Attualmente sono 550 i cantieri avviati per i quali sono stati concessi oltre 110 milioni di euro. Di altri 600 cantieri se ne prevede l’apertura entro fine anno per ulteriori 55 milioni di euro», spiega l’assessore regionale. Sul fronte della ricostruzione pubblica sono in progettazione oltre 120 interventi, per alcuni dei quali si stanno già avviando le procedure di gara per l’affidamento dei lavori.

 Tra i lavori già avviati vi sono invece: le opere di urbanizzazione della frazione di Collespada a Accumoli; il consolidamento del Ponte Tre Occhi a Amatrice; la sistemazione della strada di acceso a Amatrice; la scuola di Collevecchio, comune fuori cratere.

 Tra i lavori già ultimati sono da segnalare: la sistemazione del cimitero di Antrodoco e il Terminal di Selvarotonda a Cittareale. Inoltre, tra le opere pubbliche più significative già realizzate vi sono le scuole di Amatrice, Accumoli e Leonessa.

Altre 18 opere pubbliche partiranno entro l’anno per un importo pari a 51 milioni di euro. Tra queste: l’ospedale di Amatrice, con apertura del cantiere il 15 settembre; il centro di formazione professione a Amatrice; il cimitero monumentale di Amatrice; lo chalet Pantani a Accumoli.

Sono oltre 100 gli appartamenti di edilizia abitativa già ultimati e in fase di ultimazione ad Amatrice e che saranno consegnati a altrettante famiglie assicurando loro il ripristino dei servizi. È in completamento lo storico albergo di Amatrice, il Castagneto, che sarà consegnato nei prossimi mesi. Il comune di Amatrice sta affidando la redazione del piano di ricostruzione del centro storico e delle frazioni perimetrate. Ad Accumoli l’Ufficio speciale ricostruzione del Lazio ha già redatto il Programma straordinario per la Ricostruzione del comune che  sta seguendo l’iter per la sua approvazione.

«La ricostruzione del terremoto grazie alle ultime scelte compiute dal Commissario Giovanni Legnini può ora andare molto più veloce. La sua nomina a commissario di Governo per il sisma è stata una scelta lungimirante. Le ordinanze che ha emanato hanno inciso profondamente sul processo di ricostruzione, sanando molteplici difficoltà e innescando un’accelerazione significativa. La gestione del precedente Commissario, caratterizzata da incertezza e paralisi, ha significato perdere almeno un anno di tempo, un prezzo alto che il territorio non meritava», dichiara Di Berardino.

«Il cambio di rotta – conclude l’assessore – ora è evidente: basti osservare il numero delle domande per la ricostruzione privata dell’ultimo mese. Al bilancio sulla ricostruzione che abbiamo voluto presentare come atto di trasparenza e rispetto nei confronti dei cittadini, credo sia importante sottolineare anche quest’altro elemento perché ci fa guardare al prossimo futuro con rinnovato ottimismo».

Anniversario del sisma, il vescovo: «post-terremoto spartiacque per l’Italia. Dalla vecchia idea di ricostruzione alla rigenerazione»

«Da Amatrice può venire qualcosa di buono?»: ha usato le parole di Natanaele – «Da Nazareth può venire qualcosa di buono?» – mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, per denunciare le gravi condizioni in cui versano le popolazioni terremotate a quattro anni dal sisma (24 agosto 2016) che devastò il Centro Italia e che spazzò via interi centri abitati come Accumoli e Amatrice. E proprio da Amatrice, alla presenza tra gli altri del Premier Giuseppe Conte e del Commissario alla Ricostruzione, Giovanni Legnini, durante la messa, in diretta su Rai Uno, il vescovo di Rieti ha ricordato «la lentezza non più sostenibile della ricostruzione».

«Da Amatrice può venire qualcosa di buono?»: «niente di buono – ha detto mons. Pompili – visto che molti sono altrove e non torneranno. Niente di buono, visto che tutto l’Appennino non ha ‘smosso’ quanto da solo ha mobilitato il ponte di Genova (sic!). Eppure – esattamente come il Covid–19 ha creato una netta cesura tra quello che è stato e ciò che sarà dopo – anche il post-terremoto può segnare uno spartiacque per il nostro Paese. Un passaggio, appunto, tra una vecchia idea di ricostruzione e una nuova idea di rigenerazione». Perché, ha spiegato mons. Pompili, «la ricostruzione non basta se non si cura la qualità dei legami interpersonali, piuttosto che inseguire ciascuno gli interessi propri. Di sicuro, per tutto il Centro Italia l’investimento edilizio potrebbe rivelarsi una leva potente, ma a essere privilegiata dovrà essere la relazione e non la speculazione, la fiducia e non il sospetto, se si vuole davvero rinascere».

«La ricostruzione non basta – ha aggiunto – se non si stabilisce un rapporto nuovo con l’ambiente naturale e storico che parla, interroga, ispira. Solo ritrovando l’incanto di questa terra si avrà lucidità sufficiente per immaginare soluzioni che reggano l’urto di una terra pur sempre ballerina, insieme capaci di produrre opportunità di lavoro e farsi laboratorio di ‘sostenibilità integrale’ per tutto il Paese». «La ricostruzione non basta – ha avvertito il presule – senza la necessaria contemplazione e cioè uno sguardo differente che modifica il nostro modo di vivere, trasformandolo dall’interno. E apre a uno slancio e a una fiducia che lasciano dietro di sé le tristezze della vita e il senso di impotenza o rassegnazione».

«Dalle terre mutate dal terremoto, dunque, può venire qualcosa di buono. A condizione che non si abbassi lo sguardo. È tempo di rialzare gli occhi, senza sudditanza e senza arroganza. Non vogliamo morire di aiuti. – ha detto con forza mons. Pompili -. Vogliamo semmai vivere di risorse. Le nostre, in particolare: l’acqua, quella che disseta Roma; l’aria ancor più rarefatta e pura ai tempi del virus; la terra, una sterminata possibilità di vita». Quella vera come disse Leopardi: «La vita debb’essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio».

Il segno della notte del 24 agosto: «Continuare a condividere i pesi gli uni degli altri»

«Continuare a condividere i pesi gli uni degli altri»: è stata questa la preghiera del vescovo Domenico durante la veglia che ha visto tante persone riunite sul campo da calcio di Amatrice per ricordare i tragici momenti del 24 agosto 2016. A quattro anni dal terremoto è infatti necessario più che mai non perdere la speranza, anche quando «sembrerebbe che la cosa migliore sarebbe di andare altrove».

Perché anche quando la situazione sembra disperata, è sempre aperta la possibilità di scommettere sul futuro. A patto di essere «capaci di fare qualcosa che “prima però” pensa ad altri rispetto a noi stessi».

Un atteggiamento testimoniato in questi anni da tanti parenti delle vittime, «che sono orfani di una presenza che li ha impoveriti in modo irreversibile», e tuttavia «sono capaci di andare avanti nella vita di ogni giorno dando addirittura la precedenza ad altri».

«Questa grandezza d’animo – ha sottolineato mons Pompili – è il segno di una speranza che non muore», e aiuta a capire le parole di Gesù quando annuncia la beatitudine di chi piange e di chi ha fame e sete, mentre mette in guardia i ricchi e i sazi. «Non si tratta di un augurio per alcuni o di una maledizione per altri. Ma dell’assicurazione che anche la condizione ad oggi più compromessa può essere aperta al futuro. Mentre quella più garantita può essere esposta al fallimento».

Il sottinteso è che «soltanto condividendo quello che si è e si ha sarà possibile capovolgere la realtà» e cioè far accadere ciò che sembra «l’impossibile».

Veglia nella notte ad Amatrice: momento della memoria in silenzio e riflessione

«Amatrice non molla, vuole ancora volare»: ha preso il via con una poesia la veglia di preghiera in memoria di quanti hanno perso la vita nel terremoto del 24 agosto 2016. Una veglia silenziosa, di ascolto rigoroso, di dolorosa concentrazione. Le voci che leggono la Parola sono moltiplicate dall’eco prodotto dalle rovine del “Don Minozzi”. Rimbalzano sulla testa dei presenti anche i nomi dei caduti, pronunciati uno a uno, come lo scorso anno, come due anni fa, e ancora indietro, fino a quella tragica notte. Ma il tempo non fa sconti, il dolore non è diminuito, la commozione è sempre forte.

Senza la fiaccolata, impedita dal Covid-19, manca il rintocco delle campane. Lo sostituisce un gong, che vibra metallico e profondo ad ogni colpo, risuonando per 239 volte nell’aria umida della notte. L’elenco dei nomi è lungo, le percussioni sul metallo sembrano non finire mai. Ma davvero interminabile è sembrato il silenzio rimasto subito dopo. Così sono passati gli ultimi minuti, in attesa delle 3.36. Silenzio per un minuto ancora, poi ciascuno ha potuto prendere un lumino e recarsi sul memoriale, sempre in modo composto, per dare ancora un segno, un saluto, o concedersi ancora una preghiera.

Terremoto Centro Italia 4 anni dopo: «disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta»

«No passerelle, non siete più credibili», «Tana per tutti, nessuno escluso» e poi un significativo quanto perentorio invito: «Zona terremoto, fate inversione». Scritte che campeggiano in alcuni manifesti ben visibili a chi arriva ad Amatrice ed Accumoli e che descrivono lo stato d’animo delle popolazioni terremotate, quattro anni dopo il sisma del 24 agosto 2016. Una protesta contro le Autorità competenti per la ricostruzione che tarda. Dopo 4 anni, ad Amatrice spuntano le prime gru che non mitigano la rabbia di chi ha perso tutto, casa, attività e affetti.

Solo lo scorso 15 luglio le prime cinque famiglie amatriciane, hanno lasciato le Sae, soluzioni abitative di emergenza per rientrare in vere case. Cinque appartamenti di 90 metri quadrati circa ognuno, interamente ricostruiti nel pieno rispetto degli standard di sicurezza e risparmio energetico. Un anticipo di ricostruzione, «un segnale di speranza e incoraggiamento per tutti che dà la misura di come è possibile tornare a vivere in questo territorio» come detto dal vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili. Sono molti i cantieri aperti per decine di abitazioni, ma anche di un albergo.

Il punto sulla ricostruzione nel Lazio. A riguardo l’Assessorato al Lavoro, Scuola e Politiche per la ricostruzione della Regione Lazio, guidato da Claudio Di Berardino, il 18 agosto, ha fatto il punto sulla ricostruzione: «il processo di ricostruzione dell’area del cratere laziale prosegue con grande impegno. In particolare, per quanto riguarda la ricostruzione delle abitazioni private, una più significativa accelerazione la stiamo registrando negli ultimi mesi. Un’energica spinta è stata sicuramente la recente ordinanza del Commissario straordinario per la ricostruzione, Legnini, tanto che solo nell’ultimo mese sono state circa 200 le richieste di attestazione, propedeutiche alla richiesta di contributo, solo nel comune di Amatrice, a fronte di circa 1500 istanze presentate nel corso degli anni. Attualmente sono 550 i cantieri avviati per i quali sono stati concessi oltre 110 milioni di euro. Ulteriori 55 milioni di euro sono in fase di approvazione per oltre 600 cantieri da aprire entro l’anno in corso».

Circa la ricostruzione, «oggi sono in progettazione oltre 120 interventi, per alcuni dei quali si stanno già avviando le procedure di gara per l’affidamento dei lavori. Proprio in questi giorni è in corso la gara per uno dei cantieri più importanti per Amatrice, la ricostruzione dell’Ospedale Grifoni. Tanti i lavori già avviati tra i quali: le opere di urbanizzazione della frazione di Collespada a Accumoli, il consolidamento del Ponte Tre Occhi a Amatrice, la sistemazione della strada di acceso a Amatrice, la scuola di Collevecchio.

E tanti sono i lavori già ultimati, tra i quali la sistemazione del cimitero di Antrodoco e il Terminal di Selvarotonda a Cittareale». Tra le opere pubbliche più significative già realizzate, secondo l’assessore, «sono da ricordare le scuole di Amatrice, Accumoli e Leonessa. Altre 18 opere pubbliche partiranno entro l’anno per un importo pari a 51 milioni di euro. Tra queste vi sono, oltre all’ospedale di Amatrice, il centro di formazione professionale e il cimitero monumentale di Amatrice, e lo chalet Pantani a Accumoli. Sono oltre 100, inoltre, gli appartamenti di edilizia abitativa già ultimati e in fase di ultimazione a Amatrice e che saranno consegnati a altrettante famiglie».

Per quanto riguarda Accumoli, l’Ufficio speciale ricostruzione del Lazio ha già redatto il Programma straordinario per la Ricostruzione del comune che sta seguendo l’iter per la sua approvazione. È di ieri, invece, la pubblicazione del Rapporto sullo stato di avanzamento della ricostruzione privata e pubblica nel Centro Italia. L’impegno del commissario per accelerare la lenta ricostruzione: «Il nostro obiettivo è quello di aprire almeno 5mila cantieri privati e pubblici per la prossima primavera, con un ritmo crescente nei mesi e negli anni successivi»

Il tempo della memoria

Ad Amatrice, Accumoli e negli altri centri del cratere questi sono i giorni della memoria e del ricordo. Tra i tanti che sono tornati in questi giorni ad Amatrice anche il parroco di allora, don Savino D’Amelio, che quelle scosse le ricorda bene. Alle 3,36 del mattino del 24 agosto 2016, dopo il terremoto riuscì a mettere in salvo 27 anziani della casa di riposo «Padre Minozzi». Nelle ore e nei giorni successivi il parroco faceva la spola tra le tende-obitorio, le macerie dove i soccorritori cercavano di salvare vite umane e le tendopoli  dove dava conforto ai sopravvissuti.

«Di quei momenti – dice al Sir mons. Domenico Pompili – resta una ferita che non si è mai rimarginata. Penso soprattutto alle famiglie che hanno avuto lutti e che hanno visto interrompersi bruscamente le catene generazionali, padri, madri, figli, fratelli e sorelle. In un libro, Gocce di memoria, che pubblicammo all’indomani della tragedia, sono documentate le vite di tutte le vittime di quella notte. Il loro ricordo è incancellabile. Credo che sia questo il punto da cui ripartire: non dimenticare che il dolore di quei momenti non è stato superato. Le persone non si rimpiazzano e occorre per questo una sapiente e continua vicinanza a queste popolazioni».

Tornano alla mente le parole pronunciate, il 30 agosto 2016, dal vescovo durante i funerali di Stato delle vittime del sisma, alla presenza dei familiari e delle massime autorità dello Stato, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’allora premier Matteo Renzi e dei presidenti delle due Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini. Le parole di Gesù, citate nell’omelia quel giorno, venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò…, vanno lette «come un balsamo sulle ferite fisiche, psicologiche e spirituali di tantissimi. Troppi». «Non basteranno giorni, ci vorranno anni…» per lenire queste ferite.

Di anni ne sono passati già 4: qual è oggi lo stato d’animo delle popolazione terremotate?

«Era un atto di realismo immaginare che ricostruire non sarebbe stata un’opera di qualche stagione – risponde mons. Pompili – Dopo 4 anni per un verso possiamo dire che alcune cose sono state fatte ma l’impressione complessiva, complici nel primo anno una lunga sequenza sismica e nell’ultima metà di questo 2020 la pandemia Covid-19, è che non si sia fatto tutto quello che si sarebbe desiderato fare. Tuttavia nell’ultimo periodo registriamo una accelerazione legata soprattutto alla ricostruzione privata. Dalla velocità della ricostruzione dipende la fiducia dei cittadini».

La ricostruzione di questa terra, per citare sempre parole di quella omelia, «non sarà una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma quel che deve: far rivivere una bellezza di cui siamo custodi». In questi anni abbiamo visto purtroppo «querelle politiche e sciacallaggi», l’esibizione di «muscolare ingenuità di chi promette tutto all’istante» e una burocrazia senza limiti…

«La burocrazia è la madre di tutte le lentezze ma è figlia di un sistema pubblico che è segnato da almeno due strutturali forme di fragilità. La prima è una politica che insegue sempre la prossima votazione elettorale distogliendo così lo sguardo dall’ultima emergenza. La seconda è legata al quadro della funzione pubblica nel quale gli interlocutori cambiano, non hanno una rete di relazioni dal punto di vista gerarchico per cui le cose si fermano strada facendo, come abbiamo visto per moltissimi progetti che non hanno mai visto la luce in questi anni».

«Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore». Quale potrebbe essere questa forma nuova di presenza, da lei invocata subito dopo il sisma?

Una presenza che preservi questa terra verde, che è l’Appennino centrale colpito sistematicamente da eventi sismici, dall’abbandono e da un esodo progressivo verso le città. Tra città e montagna esiste una stretta correlazione che non può essere espunta perché la città vive della montagna e viceversa. Lo abbiamo visto con il lockdown per il Covid-19, quando tanta gente è tornata in montagna perché si sentiva più sicura, e non solo perché luogo delle proprie radici. Quella indotta dal Covid potrebbe essere una visione: recuperare l’Italia centrale non abbandonandola al destino dello spopolamento in nome di una crescita puramente economica.

Che poi è l’idea che sta dietro «Casa del Futuro» che dovrebbe prendere forma nello storico complesso del Don Minozzi…

«Esatto. Stiamo mettendo a punto tutte le misure tecniche e procedurali per arrivare alla realizzazione di questa struttura che è un modo di voler abitare questa terra attraverso uno spazio accogliente, sulla linea dell’Enciclica di Papa Francesco, Laudato si’. Una casa che sia anche luogo di sperimentazione di una filiera agro-alimentare che vogliamo creare insieme con Slow Food di Carlin Petrini con il quale abbiamo intrapreso il cammino delle Comunità Laudato si’. A tal proposito il 12 settembre le comunità saranno ricevute in udienza da Papa Francesco».

Sant’Angelo, inaugurato lo spazio per i non residenti

L’Associazione Insieme per Sant’Angelo ha realizzato ed inaugurato ieri mattina l’area sosta nella frazione Sant’Angelo di Amatrice: uno spazio riservato ai non residenti che dal giorno del tragico terremoto del 2016 non sono più potuti tornare nel luogo abituale luogo di vacanza.

Presente il presidente dell’associazione Mario Feliziani e il vescovo Domenico che ha benedetto le strutture.

«Queste abitazioni – ha spiegato Feliziani – sono assegnate alle famiglie non resident ia titolo gratuito fino alla ricostruzione della propria abitazione distrutta dal terremoto. Prevediamo in futuro il posizionamento totale di venti abitazioni mobili, e saranno disponibili anche sei piazzole attrezzate per i camper, una piccola area camping per posizionare le tende, un orto da coltivare e una piccola struttura di ritrovo per ragazzi».

foto ilmessaggero.it

Ancelle del Signore e Discepoli di Don Minozzi: presenze preziose nell’area del terremoto

Nel giorno della festa dell’Assunta, durante la Messa presieduta dal vescovo Domenico nella chiesa provvisoria di Sant’Agostino, le suore Ancelle del Signore Margherita, Feliciana, Maria e Giuseppina hanno rinnovato i propri voti di castità, povertà e obbedienza.

«Quattro donne di diversa generazione – ha sottolineato il vescovo – che hanno voluto confermare il loro impegno a voler essere generative, come abbiamo potuto constatare qui ad Amatrice». La loro presenza «costituisce per tutto il territorio un riferimento vitale, presso il quale è sempre possibile trovare una porta aperta». La porta è ovviamente quella dei moduli abitativi realizzati dalla Caritas dopo il terremoto, avendo le scosse distrutto la sede originale delle suore. Una residenza posta di fianco al Centro di Comunità dalla quale le Ancelle condividono la condizione, il dolore e le fatiche della popolazione, ma anche la speranza e la prospettiva della ricostruzione.

Insieme, ovviamente, ai sacerdoti che si sono succeduti in questi anni. Altrettanto preziosa è infatti la presenza del ramo maschile della famiglia dei discepoli fondata da padre Giovanni Minozzi, al quale è affidata la cura pastorale della comunità di Amatrice.

Un valore sottolineato anche da due messaggi datati il 15 agosto e inviati da papa Francesco e dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del centenario dell’Opera fondata da padre Minozzi con padre Giovanni Semeria.

I testi, stampati e condivisi con i presenti al termine della Messa, sono trascritti di seguito.

Reverendo signore don Michele Ciliberti
Pres. Opera Naz. Per Mezzogiorno d’Italia

In occasione delle celebrazioni per il 100° Anniversario di Fondazione dell’opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, il Sommo Pontefice, spiritualmente presente, rivolge il suo Cordiale pensiero, esprimendo vivo compiacimento per il traguardo raggiunto ed auspica che la provvida Opera, suscitata dal cuore dei Servi di Dio padre Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria, continui a
portare rigogliosi e maturi frutti di carità e solidarietà, seguendo le testimonianze di fede e gli insegnamenti dei fondatori, suscitando anche nel tempo presente, una dinamica rete di forze e di iniziative tese alla promozione umana e cristiana di quanti vivono situazioni di disagio e di fatica, soprattutto tra le giovani generazioni.
Papa Francesco assicura il suo particolare ricordo nella preghiera affinché, sotto lo sguardo materno della Vergine Maria Assunta in Cielo, possa ancora risplendere la fiaccola del carisma di Fondazione, come inestimabile dono dello spirito. Con tali sentimenti, Sua Santità di cuore imparte a lei, ai discepoli e alle Suore Ancelle del Signore, come pure all’intera opera e a tutti i presenti l’implorata benedizione apostolica.

Dal Vaticano, 15 agosto 2020
Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità

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Messaggio per il centenario dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia

15 agosto 2020

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia compie cento anni, e la ricorrenza è ragione di orgoglio per quanti oggi proseguono le attività benefiche e di solidarietà avviate dai fondatori. E’ anche motivo di gratitudine da parte dell’intera nostra società, che nel tempo si è giovata dell’impegno generoso volto all’assistenza, al conforto e all’integrazione di tanti giovani e di tante persone svantaggiate e in difficoltà.
La straordinaria azione di carità in favore degli orfani di guerra, promossa da padre Giovanni Semeria e da padre Giovanni Minozzi all’indomani del primo conflitto mondiale, cominciò ad Amatrice. Nel corso degli anni tante ragazze e tanti ragazzi, soprattutto del Meridione, dopo essere rimasti soli, hanno trovato attenzione e cura grazie ai volontari e all’organizzazione dell’ONPMI. Nelle strutture messe loro a disposizione hanno potuto frequentare la scuola e acquisire la formazione necessaria per entrare nel mondo del lavoro.
La benemerita attività dell’ONPMI si è ampliata indirizzandosi anche a favore di anziani, di rifugiati, di persone povere e bisognose.
Il centenario di questa storia è un’occasione di riflessione e di gioia per tutti coloro che, con passione, tengono vive le case di riposo, i centri giovanili, le case di accoglienza e i tanti luoghi formazione aperti ai giovani. Ad essi va rivolto l’augurio che l’Opera continui a contribuire alla vita del Paese nel segno di una solidarietà che contrasta vecchie e nuove marginalità e che genera coesione.

Sergio Mattarella

«Tensione che rende la vita dinamica, feconda e creativa»

È stata una riflessione sulla capacità di generare, sul rapporto tra donna e uomo, sulle dimensioni della relazione e della reciprocità, quella condotta dal vescovo Domenico ad Amatrice rivolgendosi a quanti si sono ritrovati nella chiesa provvisoria di Sant’Agostino per partecipare alla Santa Messa nel giorno della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Un’occasione che ha visto le suore della congregazione religiosa “Ancelle del Signore”, fondata proprio ad Amatrice da padre Giovanni Minozzi nel 1940, rinnovare i propri voti.

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie», ha detto don Domenico riprendendo la visione riportata nel brano dell’Apocalisse. Una lettura che secondo il vescovo «evoca in modo simbolico il destino dell’umanità, alludendo ad una donna che sta per diventare madre».

Il pensiero torna alla lectio tenuta qualche giorno fa, sempre ad Amatrice, sul rapporto tra l’essere donna e l’essere madre proprio a partire dalla figura della Madonna. «Solo con la donna l’uomo può generare, altrimenti può solo fabbricare», ha sottolineato il vescovo citando Chiara Giaccardi e aggiungendo che «questa verità si chiama reciprocità e Maria ci aiuta a riscoprirla per distinguerla accuratamente dalla semplice complementarietà. Il femminile, infatti, non è una copia, un’estensione del maschile, ma è consustanziale all’umanità, in quanto immagine di Dio: l’uomo e la donna nel loro intreccio sono l’immagine di Dio».

Reciprocità, dunque, e non semplice complementarietà, perché quest’ultima «evoca, per contro, una semplice divisione dei compiti senza eliminare la divisione e, peggio, continuando a perpetuare le disuguaglianze». È seguendo la logica della reciprocità che si comprendono le figure di Adamo ed Eva, che «non sono due individui che poi si mettono in relazione, ma sono carne della stessa carne e danno vita ad una nuova esperienza».

«Il brano evangelico della Visitazione – ha aggiunto don Domenico – rende plasticamente questa energia vitale che si sprigiona da Maria che va presso la cugina Elisabetta. È il segno di una audacia, libera dal calcolo costi/benefici, tipico del maschile che si ritrova soltanto nell’espansione del sé ed introduce l’accoglienza dell’altro. Così si crea il miracolo della vita che si incontra e si moltiplica».

Se la complementarietà è all’insegna della divisione, la reciprocità è all’insegna dell’indissolubilità di ciò che è unito. I diversi non si contrappongono, né si fondono, ma restano in tensione, mai l’uno senza l’altro. Ed è proprio questa tensione che rende la vita dinamica, feconda e creativa.

Le conseguenze di questo approccio sono rilevanti: «La prima è che il femminile è alter e non aliud. Alter significa che è differente. Altro che è alieno. Dietro l’alieno si nasconde la perversione della complementarietà dominatrice e il rifiuto della differenza in nome di una neutralità che è l’effetto di una mancata custodia del nesso irrinunciabile tra maschile e femminile. La seconda conseguenza è vivere la reciprocità è la strada per imparare l’ospitalità e l’alterità che sono così necessarie per respingere ogni forma di intolleranza e di violenza».

Veglia e fiaccolata nell’anniversario del terremoto. Messa in memoria dei caduti in diretta su Rai Uno

«Ci prepariamo da vicino a vivere il prossimo quarto anniversario del terremoto», ha detto ieri il vescovo Domenico al termine della Santa Messa celebrata, nella ricorrenza dell’Assunta, nella chiesa provvisoria di Sant’Agostino ad Amatrice. Nella notte tra domenica 23 e lunedì 24 agosto si svolgerà la veglia che prelude alle fatidiche ore 3.36. La mattina del 24 agosto il vescovo presiederà la messa alle 11 al campo sportivo, trasmessa in diretta da Rai Uno. Il momento con il quale si farà memoria dei tanti caduti a causa del sisma è dunque previsto nella forma consueta, ovviamente tenendo conto del rispetto delle norme anti-covid. Come gli scorsi anni il ciclo delle celebrazioni avrà il suo inizio nel comune di Accumoli, con una veglia a Grisciano alle 21.15. Alla messa delle 11 ad Amatrice, nel campo sportivo, farà seguito quella vespertina tra le Sae di Accumoli, alle 18.