A Borbona spettacoli e lezioni sul digitale ravvivano il paese

Anticipato dallo spettacolo dal colorato spettacolo delle bolle di sapone, interamente dedicato ai più piccoli, nella serata di mercoledì 14 agosto si è svolto presso piazza della Lama a Borbona il dibattito a cura di Daniele Gregori dedicato al tema della comunicazione digitale.

«Vedere il centro storico abitato e vivo è emozionante». Con queste parole ha esordito il sindaco Maria Antonietta Di Gaspare, mettendo in risalto la bellezza della Lama, per l’occasione adornata con fili di lucine dai quali penzolano suggestive immagini: sono le bellissime foto che hanno partecipato al concorso fotografico volto ad immortalare, rigorosamente con lo smartphone, il paesaggio borbontino tramite la percezione personale di ciascuno.

In apertura l’assessore Massimo Tocchio illustra l’importanza dell’utilizzo dei social per il Comune di Borbona e ricorda come attraverso un impegnativo lavoro di crowfoundig sia stato possibile vincere un concorso tramite un canale digitale, ed aggiudicarsi così un taxi sociale a servizio della popolazione.

Daniele Gregori, coach e formatore di marketing digitale, assiste gli imprenditori per curare al meglio il settore della comunicazione, ma il suo impegno è mirato anche a far capire alle persone in che modo possono essere utilizzati gli strumenti digitali affinché si riesca a controllarli senza diventarne vittime.

Con il suo libro Consulenti 4.0, Daniele Gregori si proietta verso il futuro e si chiede «quali saranno i lavori a prova di futuro?». Sembra, infatti, che nell’avvenire chiunque possa essere un consulente, ossia una persona che si mette a disposizione poiché ha delle competenze specifiche e molta esperienza.

Grazie allo sviluppo delle tecnologie, tuttavia, il lavoro diventerà sempre meno routinario e quindi, è necessario essere capaci di plasmarsi secondo le diverse necessità di mercato e non specializzarsi a settori stagni. Quello che suggerisce Daniele è quindi di mettere nel proprio lavoro il valore aggiunto che ci distingue dalle macchine: l’intuito, l’arguzia, il rapporto interpersonale e l’intelligenza emotiva.

Di fatto, è quindi la centralità dell’uomo ad emergere poiché egli è il solo a saper posizionarsi a metà tra astratto e concreto, come dimostra l’immagine dell’uomo vitruviano scelta, non a caso, come copertina del libro. Leonardo da Vinci sosteneva che l’uomo fosse la quadratura del cerchio, indicando con il quadrato la parte più terrena della vita e con il cerchio quella più religiosa: questa condizione, a metà tra astratto e concreto appunto, mette l’uomo nella posizione di essere l’unico a poter operare in un determinato modo.

La scelta della copertina, spiega l’autore, vuole dimostrare come, nonostante ci sia il timore di perdita di creatività attraverso l’utilizzo degli strumenti digitali, in realtà è sempre l’uomo che li controlla. Dunque, «se comprendi le persone, comprendi il digitale» perchéin ogni caso, dietro gli apparati tecnologici c’è sempre il fattore umano.

Naturalmenete, è sempre dietro l’angolo il pericolo di incappare nelle insidie del web, ma d’altro canto esistono anche molti metodi per tutelarsi. Il primo, è senz’altro quello di prestare la massima attenzione a ciò che si fa: «questi strumenti sono molto veloci, ma non dobbiamo utilizzarli necessariamente con velocità» afferma Daniele che mette in risalto anche la cura che dovrebbe essere posta nel linguaggio utilizzato per comunicare via social.

L’essere umano, infatti, stabilisce relazioni in presenza e questo porta con sé un linguaggio non verbale, come quello dei gesti, che consente di capire in che modo impostare la conversazione. Tutto ciò si perde nel linguaggio della chat in cui è azzerato anche il tono con cui ci si esprime: un modo di comunicare che porta inevitabilmente l’interlocutore all’interpretazione.

Come evitare di fraintendere un messaggio? Semplicemente prendendosi del tempo per leggerlo e capirlo. «Il termine messaggistica istantanea – spiega l’autore – vuol dire che se io invio un messaggio, questo arriva subito, ma non significa che io debba rispondere subito» perciò è importante spendere tempo nell’utilizzare anche in chat quelle accortezze che ci verrebbero naturali in un approccio in presenza fisica dell’interlocutore, .

Sul versante delle fake news, il pericolo più grave è che possono scaturire in quello che in gergo si definisce “l’effetto triceratopo”. Per capire meglio di che cosa si tratta, l’esempio calzante è quello offerto da una famosa foto che ritrae il regista Steven Spielberg accanto ad un defunto animale giurassico. In questo caso, l’attenzione si è focalizzata sul fatto che un uomo avesse ucciso un animale e non sul fatto che l’animale stesso fosse una realizzazione cinematografica di un essere vivente che, tra l’altro, oggi è estinto.

Come distinguere, quindi, ciò che è vero da ciò che non lo è? Anche in questo caso, la risposta di Daniele Gregori è semplice ma efficace. «Tutti sanno che le notizie vengono veicolate da dai siti web delle testate giornalistiche, ma, con l’avvento dei social, le notizie ci vengono presentate direttamente sulla pagina personale. In realtà, i social non nascono come strumenti che fanno news, siamo noi che li abbiamo utilizzati per questo scopo e, per questo, bisogna prestare sempre attenzione alle fonti».

Ma a prescindere dalle insidie, non si può non notare come la tecnologia, se utilizzata nel modo giusto, abbia migliorato in maniera notevole le potenzialità della comunicazione che, se ben fatta. soprattutto per i paesi come Borbona può rappresentare un trampolino di lancio verso le attività del futuro, mirate alla valorizzazione del territorio.

Cascate di glitter e polvere di stelle: benvenuti sul “Carrozzone degli artisti”

Uno spettacolo totalizzante quello di venerdì 5 luglio a Borbona. Messo in scena dall’Associazione “Il Carrozzone degi Artisti” con il titolo “Esprimi un Desiderio”, l’evento ha coinvolto tutto il pubblico in un viaggio emozionante tra cielo e terra.

Come anticipato dalle parole del vicedirettore della Caritas di Brescia, Marco Danesi, quello che si palesa al pubblico «non è solo uno spettacolo, ma un’esperienza che aiuta a guardare in modo nuovo, con occhi diversi e con gli occhi del cuore». Infatti, lo scopo della compagnia ormai da tre anni in viaggio, è quello di portare in scena la bellezza della diversità, la naturalità di essere se stessi e il desiderio di essere felici.

Ecco quindi che prende vita lo spettacolo attraverso una rocambolesca compagnia di attori che entra in scena passando direttamente dal pubblico, che diventa anch’esso protagonista interattivo. Il ruolo degli attori appare subito chiaro: sono cercatori di stelle. Il motore dell’azione viene offerto dal racconto del protagonista che narra di aver visto un bambino disteso nel prato intento a guardare il cielo. Egli, provenendo da un paese lontano, mentre scruta il firmamento nota un numero minore di stelle rispetto a quelle che era abituato a vedere.

E da quella sera il bambino non smette mai di esplorare il cielo per cercarle.

A partire dall’immagine del bambino, attraverso una bellissima scelta scenografica, fatta di materiali leggeri ma sinuosi, l’azione, sotto la spinta di una forza benevola, si apre per catturare la bellezza che c’è in noi. Impariamo che essa è fragile e sconfinata, fatta di sfumature, di costellazioni di emozioni e che si trova in ogni passo che facciamo e in ogni momento di relazione con il prossimo.

Dopo aver offerto vino e taralli al pubblico che brinda alle feste di paese insieme alla compagnia, gli attori tornano alla loro missione. Dal momento che il bambino osservatore avrebbe voluto un cielo fosse pieno di stelle, lo scopo della compagnia è ora quello di riuscire ad attaccare le stelle al cielo. Senza ombra di dubbio, l’ingrediente per “arrivare al cielo” è la fantasia che ha il potere di far trasformare una semplice pallina in una vera stella. I tentativi sembrano non portare ad un esito positivo a causa del sentimento di vuoto e di stanchezza che affligge gli uomini che si sentono ormai distanti dall’infanzia, ma, all’improvviso, accade quel qualcosa, quella sensazione di infinito che ci consente di arrivare fino al cielo. Anche in questo caso, la scena è regolata da effetti scenografi magnifici che hanno il loro apice nel volo finale di palloncini bianchi verso le stelle.

All’interno della rappresentazione, viene dedicato un momento all’esibizione dei bambini di Borbona che, durante il laboratorio di circo teatro svolto nel pomeriggio, hanno avuto la possibilità di preparare una performance da esporre all’interno dello spettacolo stesso.

Dopo essere arrivati al cielo, ci si sposta sulla terra perché le stelle sono a metà tra il cielo e la terra. la conclusione di questo climax di emozioni passate per esplosioni di coriandoli, giochi pirotecnici e magici glitter, si conclude con una poesia che ci riporta al nostro ambiente domestico, alla nostra casa.

Dal 27 aprile il “Carrozzone degli Artisti” è in gito per l’Italia per completare il tour che toccherà ben 80 piazze. La compagnia si compone, in totale, di 100 artisti e ingloba attori con disabilità perché, come afferma la compagnia stessa: “ l’arte ha bisogno della diversità e la diversità ha bisogno dell’arte”. Infatti, dalle parole del direttore artistico Alberto Ghisoni si evince il fatto che questo progetto, ormai nato 3 anni fa, si prefigge lo scopo di includere i soggetti svantaggiati in un’arte che si sviluppa nelle piazze e che mira al coinvolgimento di tutti, anziani e bambini compresi, perché si tratta di mettere in luce la semplicità che è in ognuno di noi.

In conclusione sono stati mossi calorosi ringraziamenti alla Caritas di Rieti, alla delegazione Caritas lombarda che ha permesso lo sviluppo del progetto, con particolare attenzione alla Caritas di Brescia, e al comune di Borbona.

Il potere magico della musica: a Borbona si viaggia attraverso le tradizioni

Davanti ad una numerosa platea, il musico, protagonista della rappresentazione, accompagnato dalle melodie della banda musicale di Borbona, ha intrapreso un viaggio attraverso il tempo che gli ha consentito di venire a contatto con personalità, tradizioni e credenze delle epoche passate.

Così, partendo dalla modernità, la musica lo trasporta dapprima all’anno 1850 in cui, per mezzo di un gruppo di pastori, abbigliati secondo i costumi del tempo, scopre che il nome di Borbona deriva da “Burbona”, termine che designava un luogo fangoso a causa del quale l’antico paese Lama sorgeva molto più in alto rispetto a dove sorge oggi.

Disorientato, il musico sente la necessità di tornare al presente e, per farlo, accorrono in suoi aiuto i Mazzaburelli figure legate alla tradizione folklorico-fiabesca che avevano il potere di comunicare tra il mondo ordinario e quello incantato, rappresentati in questa sede dai bambini e dalle bambine di Borbona.

Con una formula che rappresenta quasi il refrain della rappresentazione che il tempo passato scompaia, che il tempo passato appaia, i Mazzaburelli riportano il musico dalla sua banda ma, non appena gli strumenti iniziano a suonare, la scena viene invasa da un gruppo di ballerini che danzano il saltarello, ballo che veniva utilizzato per le conquiste amorose. Interessante vedere come il richiamo di questa tradizione coinvolga tutta la platea che, entusiasta, accompagna gli attori tenendo il ritmo con il battito delle mani.

Lungi dal tornare nel tempo odierno, il musico si ritrova poi catapultato nel 1730, in un epoca in cui il paese stava fronteggiando ancora la ricostruzione dovuta al terremoto del 1703. In quest’ambito, viene presentata una tecnica artistica molto importante per la tradizione: quella del Canto a Braccio. Il cantore, tenendo conto delle metrica in ottave, doveva improvvisare un canto su un argomento proposto.

Viaggiando ancora a ritroso, questa volta ci troviamo nel 1570, nel palco prende vita il corteo di Madama Margherita d’Austria, figlia di Carlo V imperatore, allora domina di quelle terre. Ormai esausto, il protagonista invoca l’aiuto divino che, prima di farlo tornare al presente, gli consente di avere un interessante dibattito sul metodo di volo con il grande Leonardo da Vinci.

La scena finale, che vede gli attori di tutte le epoche riuniti in un unico ambiente, si conclude con la figura della Pupazza che, secondo la tradizione, con la sua stravagante danza, è portatrice di fertilità per l’anno venturo. Termina così un viaggio che non ha attraversato solo tempi diversi, ma che ha scavato dentro l’anima di ogni singolo partecipante, sia esso parte del pubblico o del gruppo degli artisti, per far riaffiorare il ricordo della tradizione.

Durante i ringraziamenti, il gruppo Jobel ha sottolineato come tenga particolarmente ai progetti “locali”, perché attraverso il sostrato culturale e di bellezza autentica offerto da questi territori il loro lavoro acquista inevitabilmente valore. Lo stesso sindaco Maria Antonietta Di Gaspare ha ribadito come queste iniziative siano fondamentali per condividere la cultura, le tradizioni e il paese tutto asserendo: «questi siamo noi, questa è Borbona».
Ma l’avventura non finisce qui! Ci sono infatti altri tre appuntamenti teatrali ai quali non poter mancare. Il primo è quello del 30 giugno alle ore 19.30, presso la Lama, in cui il gruppo Jobel si esibirà in uno spettacolo itinerante incentrato sulle tradizioni di Cantalice, paese che ospiterà un’ulteriore rappresentazione il 6 luglio. Il 7 luglio, invece, l’ultimo incontro si svolgerà a Posta.

Incontri di comunità: l’importanza di ritrovarsi insieme per fare qualcosa di utile

Giornata di incontri riepilogativi, quella del 27 giugno, che ha visto il vescovo Domenico interagire con le comunità di Pallottini e di Borbona per riflettere insieme sull’utilità che questi dibattiti, iniziati tra gennaio e febbraio, hanno avuto sugli abitanti del posto.

Disposti in circolo, i partecipanti, accompagnati da un esercito di bambini, sono stati invitati dal Vescovo ad esprimere le proprie impressioni su un gruppo che, di fatto, si è ritrovato a condividere qualcosa di positivo secondo quello che monsignore chiama: «il potere unificatore del terremoto», intendendo come, in una condizione così difficile, si è comunque riusciti ad avere un’opportunità di condivisione.

A Pallottini la prima a prendere la parola è la signora Luana, veneta di nascita ma fiera cittadina di Cittareale, che esprime il suo entusiasmo sottolineando l’importanza che gli incontri di comunità hanno avuto per i bambini. Proprio i più giovani, infatti, come ribadito dal Vescovo, vivono oggi in una situazione di solitudine e la missione sta nel farli stare insieme per tirali fuori da questa dimensione e donare loro la capacità di espressione.

D’altro canto, i bambini sono il nostro futuro, e insegnare loro le tradizioni attraverso i canti tradizionali, seguendo l’esempio di Piero Casini, o con la vicinanza con le persone anziane, diventa un modo di interazione e scambio generazionale, elementi che si ritrovano nei racconti di suor Jolanda e della signora Elisa che mette in luce il fatto che gli stessi bambini portino gioia nella vita delle persone di una certa età, rendendo meno pesanti le loro giornate. In effetti, come afferma il marito della signora Luana, anche lui veneto, in questi territori c’è qualcosa che, diversamente, è andato perduto nelle città del nord: il senso della tradizione.

Monsignor Pompili si sofferma proprio sull’importanza del termine “tradere” ovvero “trasmettere o tramandare” e, dopo averlo paragonato ad un fiume che scorre, sostiene che: «la vita sia fatta di questa trasmissione, ma quello che caratterizza la nostra generazione di adulti definiti, infatti, come eterni Peter Pan, è il fatto di non guardare verso il futuro, ma di restare ancorati al passato bramando la giovinezza dei fanciulli. Questa sorta di infantilizzazione ci fa perdere, però, il focus sulle necessità dei più giovani che sono essenziali al funzionamento della società poiché è solo attraverso i più piccoli che si raggiunge tutta la comunità, perché i bambini hanno la capacità di mettere insieme tutti». Tale connessione deve passare anche attraverso la figura degli anziani in quanto come afferma papa Francesco: «i nonni e i nipoti camminano insieme».

Il tema dell’infanzia ritorna anche tra le mura della ex scuola Domenico Lopez di Borbona dove il vescovo ribadisce l’importanza di ritrovarsi insieme per fare qualcosa di utile per i ragazzi piccoli perché, alla fine: “quello che conta anche in una situazione particolare come quella dei nostri territori, è cercare di offrire dei momenti di aggregazione e far sì che le famiglie non si sentano isolate nel far crescere questi fiori”. Per certi aspetti, continua Monsignore: «il terremoto è stata un’ occasione triste che ci ha messo, però, nella condizione di fare cose che forse non si sarebbero fatte, cercando di vedere gli aspetti positivi, stimolo a fare qualcosa in più. Mentre la ricostruzione si fa attendere, noi dobbiamo vivere e, soprattutto, dobbiamo far crescerei più piccoli, dobbiamo trovare la forza e la determinazione per cercare, nonostante la situazione, di fare delle cose belle insieme».

E di cose ne hanno fatte tante questi bimbi che, con l’aiuto di nonne definite “eroiche”, hanno imparato a cucinare, specializzandosi nella realizzazione delle frappe, tipici dolci di Carnevale, a realizzare oggetti per le diverse festività.

Un particolare ringraziamento è stato poi mosso ai ragazzi del Centro Giovanile che hanno promosso importanti iniziative come quella della donazione del sangue o della collaborazione con gli anziani del centro RSA.

Alla luce di quanto detto, è stata ribadita, in conclusione, l’importanza di continuare quest’opera di condivisione e partecipazione che deve passare anche attraverso le feste religiose e i centri estivi e non ci si deve far scoraggiare dai numeri, perché già solo il fatto di vedersi e avere la possibilità di fare esperienza insieme non può essere altro che positivo.

A Borbona il progetto “Terra Nostra”

Nell’ambito delle progettualità dedicate alla programmazione culturale dei comuni laziali colpiti dal sisma – con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Regione Lazio – si inserisce la manifestazione “Borbona – Terra Nostra” realizzata con la collaborazione professionale della Residenza Artistica Nazionale Centro Jobel.

La manifestazione, alla sua seconda edizione ha proseguito il riuscito esperimento scenico avviato nel primo semestre del 2018, con il lancio di un laboratorio teatrale cittadino e la produzione di un’opera di teatro multidisciplinare che mirasse al coinvolgimento di artisti professionisti e di una rappresentanza della popolazione locale al fine di promuovere un primo incontro tra la comunità ed i linguaggi dello spettacolo dal vivo. L’esito ha superato le aspettative sia in termini di adesione della popolazione che in quelli di pubblico partecipante. La stessa risultanza artistica dell’opera ha raggiunto un elevato livello qualitativo che ha reso in breve tempo tale progettualità apprezzata in tutta l’alta provincia di Rieti.

La seconda edizione dunque ha ripreso ed approfondito l’esperienza, con l’obiettivo di rafforzare il senso di identità ed appartenenza della comunità locale alla propria terra dopo questi anni difficili segnati dall’esperienza del sisma. Questo per mezzo delle arti dello spettacolo dal vivo, strumento per esperienze di aggregazione per il paese, nonché di valorizzazione della propria tradizione.

A conclusione del progetto la realizzazione di un evento di spettacolo dal vivo contemporaneo sull’identità storica e le tradizioni locali: “Terra nostra”. Lo spettacolo vedrà in scena artisti professionisti e rappresentanti del mondo artistico delle comunità locali coinvolte. In scena il 29 giugno a Borbona, il 6 luglio a Cantalice e il 7 luglio a Posta (spettacoli h 21.00).

Appuntamento gratuito.

Borbona in festa per Santa Maria del Monte

Dopo una settimana ricca di eventi culturali e religiosi, inaugurati domenica 16 giugno, si sono conclusi domenica 23 giugno a Borbona i festeggiamenti in onore di Santa Maria del Monte, con la tradizionale processione che conduce la statua di Maria al santuario dov’era custodita prima del terremoto.

Proprio in seguito ai danni arrecati dal sisma, infatti, la statua si trova oggi presso la sede dell’ RSA, cambiamento che non ha intaccato lo spirito di devozione e partecipazione dei borbontini che numerosi si sono riuniti per festeggiare la Santa secondo la secolare tradizione.

Alle ore 10 la processione è partita dalla chiesa di San Giuseppe e, accompagnata dalla banda di Borbona e, per la prima volta, da quella di Candelo in Piemonte, ha percorso un tragitto di circa quattro chilometri per arrivare al Santuario di Santa Maria del Monte, dove la Madonnina è stata esposta sul sagrato adiacente la chiesa che riporta ancora le cicatrici del sisma. È seguita poi la Santa Messa solenne presso il Parco della Rimembranza, durante la quale le bande hanno reso omaggio ai caduti intonando “Il Silenzio”.

Prima che la statua venisse riportata in paese, nel pomeriggio, il santuario e il suo parco si sono colorati di musiche e banchetti, espressione dell’affetto che tutta la popolazione dimostra nei confronti della Madonna del Monte, testimoniata dal ritrovo di intere famiglie che, pur vivendo in altre città, si riuniscono appositamente per quest’occasione.

Forse, la peculiarità di questa festività sta proprio nel fatto di riuscire a unire le persone in una rilevante cassa di risonanza che non si limita meramente alla cittadina di Borbona, ma che richiama fedeli da ogni paesino limitrofo e persino dall’Abruzzo.

Ma come mai questo santuario, che pur si trova ad un’altitudine abbastanza elevata, è così importante? Il signor Maurizio Ragni, appassionato di storia locale, fornisce qualche accenno storico: «Il sito dove oggi sorge la chiesa di Santa Marie del Monte, è un luogo sacro da molto tempo. Prima di essere un centro di culto della cristianità, infatti, sembrerebbe essere appartenuto alla tradizione pagana, come attesterebbe una lapide eretta in onore si Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, citata dallo storico Theodor Mommsen. La lapide, oggi perduta, giustificherebbe l’esistenza di un tempio pagano che, già all’epoca, attirava a sé gli abitanti di tutta la zona. Le prime attestazioni della presenza di un luogo legato alla fede cattolica, si ritrovano, invece, nella Bolla Papale del 1154, promulgata da papa Anastasio IV, in cui si parla di un oratorio connesso alla chiesa di Pieve di Santa Croce, collegato ai monaci benedettini. Ad ogni modo, a partire dal 1398, i documenti parlano direttamente della chiesa, chiamandola con il nome di Santa Maria».

Prima di concludere, il signor Maurizio specifica che quella che noi vediamo oggi, non è la chiesa originaria, distrutta del terremoto del 1703, ma è il rifacimento della stessa che venne inaugurata nel 1882 dal parroco Carmine De Amicis.

Questa testimonianza non fa altro che sottolineare come, nonostante le difficoltà passate e odierne, la comunità è sempre pronta a mantenere vive le proprie radici, esaltando e curando il territorio in cui esse sono nate.

L’appuntamento è ora rinnovato al prossimo anno, a partire dalla seconda domenica del mese di giugno.

Le bande musicali di Candelo e di Borbona si esibiscono insieme per sostenere la scuola di musica

Per quale motivo due bande musicali così distanti geograficamente suonano insieme? Perché la vita è semplicemente imprevedibile. Nel 2017, dopo il terremoto, tra i tanti tecnici che si mobilitarono volontariato, c’era una signora che lavorava nel cratere e, trovandosi a Borbona per la festa di santa Restituita, conobbe la banda del comune.

Quella signora è Isabella Cattaneo ed è il “gancio” che ha reso possibile questo evento. Isabella tornando a casa mobilitò l’associazione Team Associazioni Candelesi e la Banda musicale di Candelo, allo scopo di raccogliere un contributo per la scuola di musica di Borbona. Con il generoso contributo vennero acquistati numerosi strumenti per gli allievi di Borbona. Da qui nasce un gemellaggio tra le due Bande e cosa meglio di un concerto può suggellare il “gemellaggio Sabaudo-Sabino”? Numerosi gli intervenuti al concerto d’estate 2019, che ha allietato la calda serata degli abitanti di Borbona, portando il sorriso e la soavità tra bambini, molti dei quali fanno parte della banda e adulti.

Presenti, tra gli spettatori anche alcuni degli anziani della RSA San Raffaele che proprio a Borbona ha sede ed è ben inserita nelle attività del territorio.

Banda di Borbona e banda di Candelo insieme per sostenere la musica per i giovani

Sarà un evento particolarmente significativo, quello del 22 giugno a Borbona. Grazie a un generoso e amichevole gemellaggio con la banda musicale di Candelo, in Piemonte, e al contributo del comune di Borbona che metterà a disposizione una cassa armonica, il concerto estivo che si svolgerà in piazza Martiri 4 aprile sarà una vera festa per tutti.

Ma rappresenterà anche un’occasione motivante per i ragazzi e utile per raccogliere fondi a sostegno della scuola di musica del paese.

«È il nostro vanto, il nostro orgoglio», dice il presidente Francesco Rossi. «Attualmente abbiamo ventidue ragazzi a lezione, che per un territorio che conta circa quattrocento abitanti con prevalenza di anziani è un bel numero. Alcuni di loro arrivano anche dai comuni circostanti, e anche da altre regioni».

Una scuola completamente gratuita, che permette a ciascun ragazzo di imparare a suonare uno strumento senza sostenere costi, neppure quello dell’acquisto dello strumento stesso. «Lo facciamo per mantenere le nostre radici, e porre ciascun ragazzo sullo stesso piano, proprio com’era una volta».

Un’aggregazione culturale e identitaria che ha permesso di mantenere unito il territorio in nome della musica anche e soprattutto nei momenti della grande paura, quelli delle ripetute scosse sismiche del 2016, quando addirittura, per scacciare i brutti pensieri, le prove si facevano addirittura più frequentemente del solito.

La storia della banda musicale di Borbona risale al lontano 1894, quando ogni famiglia aveva in casa un musicante. Oggi, per contrastare gli abbandoni dovuti allo spopolamento la formazione ha bisogno di un sostegno, e si inizierà sabato 22 giugno, dalla grande esibizione di piazza insieme agli amici piemontesi, con un repertorio che spazierà dal classico, al contemporane, al rock.

I circa trenta componenti della banda musicale di Candelo si fermeranno a Borbona anche il giorno seguente, per partecipare alle celebrazioni liturgiche e alla processione in onore di Santa Maria del Monte, la festa religiosa più sentita dalla popolazione borbontina.

“Praticare solidarietà”, incontro all’Rsa di Borbona: «gli anziani siamo noi tra poco»

Nella mattinata di martedì 11 giugno si è svolta presso la struttura dell’Rsa San Raffaele in Borbona un’assemblea pubblica dal titolo “Praticare solidarietà” che ha visto intervenire, oltre al prof. Natale Santucci, direttore medico della San Raffaele spa, il vescovo della diocesi di Rieti, Domenico Pompili, il sindaco  di Borbona, Maria Antonietta Di Gaspare, Oscar Capobianco, Segretario Nazionale Uilp, Mina Cipolloni, Segretaria Nazionale Spi Cgil e Patrizia Volponi, Segretaria Nazionale Fnp Cisl, sul tema degli anziani, in particolare su un territorio colpito da eventi naturali di particolare entità quali i sismi del 2016 e 2017.

Dopo un primo momento in cui i partecipanti hanno potuto visitare la struttura, in particolare la  palestra corredata dalle nuove apparecchiature elettromedicali, si è proceduto alla benedizione del pulmino attrezzato con pedana per portatori di handicap, donato dalle federazioni dei pensionati Spi – Fnp – Uilp, durante la quale il vescovo Domenico ha citato il brano  in cui l’evangelista Matteo mette a confronto l’ascolto della Parola e il metterla in pratica con la solidità di una casa costruita sulla roccia che, nonostante l’abbattersi di eventi naturali impetuosi, non crolla perché è solida e sicura, al contrario di chi ascolta la Parola e non la mette in pratica che è come uno che costruisce la casa sulla sabbia e alla prima tempesta va giù e non ne rimangono che macerie.

Come pastore di una diocesi che si è trovata a fronteggiare la devastante situazione del terremoto, il Vescovo, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza del ruolo svolto dall’RSA di Borbona fin dalle prime ore del dopo sisma, durante le quali la struttura è stata un faro che ha dato risposta a tanti problemi urgenti, ma anche il suo essere un luogo in cui tessere il fondamentale dialogo tra generazioni. «Grazie all’azione della Caritas – ha detto ancora il vescovo Domenico – abbiamo voluto essere presenti su tutto il territorio e quindi anche all’interno dell’Rsa San Raffaele, perché è il luogo in cui coltivare una stretta relazione tra le comunità, gli anziani e il luogo dove questi vivono».

A seguire l’intervento del sindaco di Borbona che, visibilmente commossa, ha manifestato la sua profonda soddisfazione per quella che ha definito come la più grande scommessa amministrativa del comune da lei guidato. Finanziata già nel 1999, ci sono voluti 15 anni per portare a termine e mettere in funzione la struttura che si è dimostrata sicura e all’avanguardia nel momento del terremoto. «L’importante, ora – ha detto ancora il sindaco – è decidere dove vogliamo andare e quale storia si vuole scrivere su questi territori, è fondamentale far rimanere unite le varie comunità attraverso piccoli passi di apertura verso gli altri territori, per poter avere quel futuro di cui abbiamo diritto».

Quindi i contributi di Mina Cipolloni e Patrizia Volponi che hanno posto l’accento sul ruolo svolto nel post terremoto dalle associazioni sindacali, di sostegno materiale e di servizio dato alla popolazione, aiutando le attività a rimettersi in piedi e stimolando in loro la voglia di lottare perché i propri paesi non siano abbandonati. Un impegno volto a riportare le persone al loro quotidiano per ridare colore ai sogni e alle speranze sbiadite dagli eventi sismici. «La solidarietà deve svilupparsi attraverso la vicinanza alle comunità – dice ancora Mina Cipolloni – e gli anziani ne rappresentano una risorsa fondamentale, sono la storia del nostro paese che può aiutarci a costruire un futuro migliore, anche con le loro fragilità».

È Patrizia Volponi a chiudere gli interventi ponendo l’attenzione sulla necessità di permettere una vita dignitosa agli anziani, garantendo l’accesso ai servizi sanitari anche presso le strutture residenziali. Si è umani se si è solidali, ricordando sempre che «gli anziani siamo noi tra poco».

A chiusura della mattinata il sindaco e i suoi collaboratori, vicesindaco e assessori, hanno voluto omaggiare di un attestato i rappresentanti dei sindacati, il vescovo, la Caritas, ma anche il territorio rappresentato da proloco e centro giovanile di Borbona, sempre molto attivi nella comunità e con un’attenzione particolare rivolta agli ospiti dell’Rsa San Raffaele.

Quando la musica supera la paura

Nei momenti della grande paura, quando le scosse proseguivano e la terra ti tremava di continuo sotto i piedi, a Borbona si continuava a suonare. Come antidoto alla paura, come momento di aggregazione, come motivazione per andare avanti, ma anche per scacciare dalla mente i pensieri negativi, le prove della banda musicale proseguivano senza sosta, e più frequentemente.

A porte aperte

«Facevamo lezione a porte aperte – dice il presidente Francesco Rossi – pronti a scappare fuori alla prima avvisaglia. Ci eravamo attrezzati con torce e coperte, ma ci siamo fatti coraggio e non ci siamo mai fermati, anche e soprattutto per distogliere la mente dei ragazzi, impegnati a suonare, da ciò che di brutto accadeva intorno a noi».
Attualmente la banda musicale di Borbona conta circa una trentina di componenti attivi, ma in paese si è soliti dire che «ogni casa ha un musicante», perché vista la storia ultracentenaria della formazione, un po’ tutti hanno nel tempo imbracciato uno strumento bandistico.

Giovani a lezione

«Il nostro vanto – prosegue Francesco – è però la scuola di musica. Abbiamo ventidue ragazzi a lezione, che per un territorio che conta circa quattrocento abitanti con prevalenza di anziani è un bel numero. Alcuni di loro arrivano anche dai comuni circostanti, e anche da altre regioni». Una scuola completamente gratuita, che permette a ciascun ragazzo di imparare a suonare uno strumento senza sostenere costi, neppure quello dell’acquisto dello strumento stesso. «Lo facciamo per mantenere le nostre radici, e porre ciascun ragazzo sullo stesso piano, proprio com’era una volta».

Un musico in ogni casa

Soprattutto nel difficile periodo del dopoguerra infatti, in un territorio prevalentemente di stampo agricolo come quello di Borbona, eravano ben pochi coloro che potevano permettersi di studiare musica. E fu proprio per fare in modo che tutti i giovani avessero la possibilità di imparare a suonare, che l’allora Podestà decise di coprire le spese per il maestro e rendere la scuola gratuita a tutti: «per questo imporre oggi una tariffa ai nostri ragazzi, per noi sarebbe come una sorta di tradimento per la nostra storia».

Resistere allo spopolamento

Ad oggi la scuola di musica di Borbona, come spesso accade, fatica a mantenersi in vita e a contrastare gli abbandoni dovuti anche allo spopolamento del paese verso le città. «Eppure non demordiamo e non abbiamo intenzione di mollare. Grazie anche a un generoso e amichevole gemellaggio con la banda musicale di Candelo, in Piemonte, il prossimo 22 giugno faremo un grande concerto estivo in piazza con una cassa armonica, un evento che ci permetterà di raccogliere qualche piccolo fondo e sarà anche molto motivante per i nostri ragazzi».

Superare le difficoltà

Francesco spiega come sia stato difficoltoso proseguire, e superare ansie e difficoltà dovute a gravi problematiche come l’inagibilità di molte abitazioni private, oltre a chiese ed edifici pubblici.
«Non è nostro costume né chiedere né piangerci addosso, anche per rispetto di alcuni comuni vicini che hanno avuto danni infinitamente superiori, in termini di vite umane e di crolli. Ma se qualcuno volesse darci un piccolo sostegno per portare avanti la nostra attività, di certo non lo rifiuteremmo, anche perché a breve dovremo rinnovare le nostre divise, ormai lise dal tempo», dice indicando la giacca verde che indossa con orgoglio, con su ricamato l’anno della nascita della banda, il 1894. Un appello che nasce dal desiderio di mantenere un ambiente sano e culturale dove far crescere i ragazzi, ma anche dal rispetto per la propria storia e da una sorta di senso di riconoscenza verso il linguaggio universale della musica che ha protetto la comunità in momenti durante i quali prevalevano solo sfiducia e tristezza.