Chiedilo a loro: le storie del sisma nello spot dell’8×1000

«Dobbiamo avere soltanto coraggio, non pensare che noi siamo le vittime, perché le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Sono circa quattro milioni di euro gli investimenti che la diocesi di Rieti ha portato avanti sotto forma di interventi nei comuni colpiti dal terremoto grazie ai fondi dell’8×1000 alla Chiesa cattolica: ogni genere di aiuti singoli alle persone, ma anche costruzione di Centri di comunità; il più recente, inaugurato a febbraio, è quello di Cittareale, ma non sarà l’ultimo.

Lo slogan «Chiedilo a loro» della campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica, dunque, dalle nostre parti si riempie di senso e concretezza. Tra i video e le foto promozionali da poco in circolazione, infatti, ci sono quelli realizzati nei luoghi della diocesi più duramente colpiti dal terremoto. Le scosse di questi ultimi giorni nel Maceratese, avvertite bene anche a Rieti, ci dicono che il fenomeno è tutt’altro che superato. E ogni volta sembra di tornare indietro, al 24 agosto del 2016.

«Il 24 mattina ho aperto gli occhi e la prima idea che ho avuto è stata: “Mi hai dato una vita serena, tranquilla, felice, adesso mi stai levando tutto”. Ero sicuro che casa veniva giù. Centoventi secondi di terremoto e alla fine la casa era rimasta miracolosamente in piedi. Non c’è stato spazio per la felicità, perché subito il pensiero è andato ai figli nella stanza accanto che non piangevano. C’era qualcosa che non andava. E perciò mi sono precipitato verso la stanza vicino. Solo che la disposizione di casa non era più la stessa, e così non riuscivo a raggiungere la camera. Ho passato qualche minuto di disperazione, fin quando ho ritrovato entrambi vivi e lesi. Sono uscito da una finestra, lanciando i figli a 5 metri di distanza a un mio amico. Sono uscito fuori e ho visto due tetti di due palazzine confinanti alla mia abitazione completamente a terra. Sapevo che c’erano tante persone lì. Mi si sono piegate le ginocchia. Ho pensato: se il cemento armato è andato giù in questa maniera, il paese dietro di me non esiste più. Sono andato di corsa a vedere. Mentre passavo ho sentito urla, ho parlato con persone che dopo scosse successive sono risultate morte sotto a due o tre metri di macerie. Una persona ha portato a casa tutti i cari in quella notte. Con poca sensibilità veniva da pensare di essere stati fortunati, perché per altri non è così. Dentro comincia una battaglia, vorresti essere felice, ma non puoi perché intorno a te c’è solo disperazione».

Il racconto è quello di Gaetano, che insieme ad altre famiglie, dopo il terremoto ad Amatrice, ha trovato un aiuto per ricominciare grazie alle risorse dell’8×1000 e alla Caritas. Questa volta non si tratta di spot su luoghi fuori mano, né può venirci il dubbio di trovarci davanti ad attori. Il «Chiedilo a loro» questa volta è prossimo e concreto, e insieme al rovesciamento delle case disvela un possibile e positivo rovesciamento di prospettive.

«Quando uno vive una vita normale – racconta Gaetano – nei rapporti di tutti i giorni sente un egoismo diffuso: le persone pensano solo a se stesse, anche gli amici e i conoscenti. Dopo questo evento catastrofico, da quando siamo entrati nelle tende, abbiamo visto una solidarietà tra le persone che non conoscevo e non comprendevo. Lì sono arrivate delle persone che mi hanno detto: “Noi ti diamo una mano vera. A te e ai tuoi bambini ti mettiamo sotto un tetto in breve tempo”. Il tre ottobre è arrivata la Caritas, con le sue persone e ci ha fatto questo regalo. Quando avviene un aiuto del genere, non è solo personale: crea una catena di solidarietà. Più persone si riescono a sistemare, più quelle persone vanno loro stesse ad aiutare. Così è successo, mi hanno dato lavoro, ho cominciato ad assumere persone, queste persone si sono identificate in una causa, lavorando giorno e notte, e abbiamo cominciato a portare aiuto ad altre persone. Dobbiamo avere soltanto coraggio, forza, determinazione e non pensare che noi siamo le vittime, Le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Un qualcosa in più che la Chiesa aiuta a esprimere grazie a una firma sulla dichiarazione dei redditi che non toglie nulla a nessuno, ma si configura come un dono che genera condivisione e reciprocità.

Nelle Sae guardando al futuro di figli e nipoti. La storia di Nuvoletta

Non si ferma la ricognizione dei bisogni dei residenti nei comuni colpiti dal terremoto. Gli operatori della Caritas portano avanti sul territorio un’attenta opera di ascolto. Anche nelle aree Sae (Soluzione abitativa in emergenza), come quella della frazione amatriciana di Retrosi, dove vive Nuvoletta, una signora di circa 70 anni. Le è stata assegnata una casetta delle quattordici messe a disposizione delle famiglie che nella notte del 24 agosto hanno perso la propria abitazione. Ottanta metri quadrati in tutto, da dividere con la sorella, il cognato e i due nipoti.

«Ringraziando il Signore ci siamo salvati tutti», dice davanti ad un caffè, visibilmente commossa: «ci siamo arrangiati in cinque in un piccolo container, cercando più o meno di vivere come prima, senza abbandonare le tradizioni e la quotidianità che eravamo abituati a vivere, sempre e comunque tutti insieme».

La famiglia ha aspettato l’arrivo della Sae per più di un anno, ma «paragonandola al container dove ci eravamo sistemati sembra un castello». Anche se «non è il nostro tipo di casa: le Sae sembrano più adatte per il mare che per la montagna, o almeno per noi paesani. Ci manca il camino che tutti avevamo in casa, e soprattutto ci mancano le nostre cantine, dove mettevamo le nostre caciotte e dove ognuno di noi, rientrando dalla campagna, lasciava i suoi stivali».

È uno stato d’animo comprensibile quello di Nuvoletta, costretta ad abituarsi a una casa che sente sua: «mi sento in una casa, non a casa, non la mia; ci sembra di stare in vacanza, una vacanza che nessuno sa dirci quanto dura. Le chiamano soluzioni abitative di emergenza, per noi sono soluzioni abitative eterne».

Una considerazione dura, che richiede una pausa. Poi il pensiero torna a rivolgersi al futuro, soprattutto quello dei più giovani, dei nipoti che si ritrovano in un territorio devastato: «auguro loro la migliore delle vite – spiega – ma mi domando se, volendosi sposare, come coppia potranno mai avere una loro casa. La potranno costruire?».

Dubbi legittimi, di chi ha ha penso nel sisma ogni certezza, ogni riferimento, ma nonostante lo spavento continua a sperare per il meglio. Come lei molti altri anziani vivono nella consapevolezza di non poter vedere ricostruito il borgo tanto amato, certamente non com’era prima della notte terribile in cui la terra ha tremato. E tutti condividono le stesse ansie sul futuro dei figli e dei nipoti, ai quali è affidata la scommessa sul futuro di una terra bella e a suo modo generosa, ma anche difficile.

Caritas diocesana in azione per fronteggiare l’emergenza gelo

Le zone del cratere, già minate dalle tante difficoltà post terremoto, si sono trovate ad affrontare l’eccezionale morsa del vento gelido siberiano Burian.

Nella notte tra domenica e lunedì una copiosa nevicata ha ricoperto Cittareale, Amatrice, Accumoli e molti comuni limitrofi causando disagi, fortunatamente limitati, alle popolazioni.

Gli operatori della Caritas diocesana sono entrati subito in azione per sopperire alle difficoltà delle persone.

«Abbiamo immediatamente attivato un tavolo di coordinamento – dichiara il direttore don Fabrizio Borrello – per l’emergenza neve ma anche per altre tipologie di emergenze correlate. I nostri operatori si sono messi in contatto telefonicamente con gli abitanti del cratere, dando priorità alle persone attenzionate, che sappiamo essere particolarmente fragili e bisognose di assistenza materiale o psicologica. Questa prima fase ci ha permesso di comprendere le esigenze della popolazione ed eventualmente di raggiungere personalmente gli utenti e portare aiuto nei modi più appropriati. La giornata tuttavia è stata abbastanza tranquilla per via della poca neve accumulata. Per i prossimi giorni ci sarà da monitorare il problema ghiaccio».

Il centro Caritas di Amatrice resterà regolarmente fin dal primo mattino per accogliere le richieste degli ospiti che vi fanno riferimento.

Il Cardinale Montenegro sui luoghi del terremoto: «Le storie degli uomini vanno ricostruite come le case»

La mattina del 20 febbraio, il cardinale Montenegro, presidente di Caritas italiana, si è recato sui luoghi della diocesi di Rieti colpiti dallo sciame sismico iniziato con la prima terribile scossa del 24 agosto 2016. Accompagnato dal vescovo Domenico e dal direttore della Caritas diocesana, don Fabrizio Borrello, il cardinale ha potuto verificare gli interventi e i progressi compiuti anche grazie all’intervento della Chiesa in situazioni di notevole difficoltà.

Nato a Messina e arcivescovo di Agrigento, il presidente di Caritas italiana proviene da terre dove i i terremoti sono di casa, e dunque conosce bene anche le problematiche della ricostruzione. Così, rivolgendosi al personale e ai volontari nel Centro Caritas realizzato ad Amatrice, li ha voluti ringraziare di essere persone «che si mettono lungo la strada per accompagnare chi si sente ferito, chi perde la speranza». Un’«arte dell’accompagnamento», ha spiegato, che è propria della Chiesa, «madre nel momento del bisogno e non solo».

A tutti, e in particolare ai più giovani, il cardinale Montenegro ha poi rivolto l’invito a non stancarsi: «di fronte alle difficoltà, la tentazione di dire basta, non ce la faccio, è sempre grande. Nel vostro cuore sappiate mettere sempre il motivo per cui bisogna continuare. Bisogna, insieme alla gente, guardare avanti e non è facile», ha aggiunto, esortando a trovare la forza nel Signore e nel Vangelo.

Poi l’invito a mantenere le radici, a non dimenticare ciò che è stato: «Questa gente ha bisogno di ricordare che prima c’era una vita: si possono fare delle scelte nelle quali l’importante è oggi, ma se l’oggi non è legato a ieri e non guarda a domani, passa in fretta e poi non si sa dove guardare. Le storie degli uomini vanno ricostruite come le case: sentitevi tutti impegnati su questo».

Tra gli altri luoghi visitati dal cardinale Montenegro c’è stato il Centro di comunità inaugurato pochi giorni fa a Cittareale dal vescovo Domenico alla presenza del direttore di Caritas italiana, don Francesco Soddu. La struttura, insieme alle altre realizzate nelle frazioni dei Comuni compresi nel cratere del sisma, è stata pensata per permettere alla popolazione di tornare, per quanto possibile, alla normalità.

Avviato il nuovo Centro di Comunità a Cittareale: «l’unico modo per rispodere ai bisogni è stare con la gente»

Dopo i numerosi interventi effettuati dalla Caritas nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, è stato inaugurato un nuovo centro di comunità nel comune di Cittareale. Alla cerimonia erano erano presenti il vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, il vicario della Zona pastorale don Ferruccio Bellegante, il direttore della Caritas di Rieti don Fabrizio Borrello e il direttore della Caritas Italiana don Francesco Soddu, che ha sottolineato quanto importante e determinato sia il lavoro che Caritas svolge nel territorio. «Il nostro impegno è stare nel posto, abitare la terra, cercando di rispondere all’interrogativo su come risolvere la situazione – ha spiegato don Soddu – e l’unico modo per poterlo fare è stare con la gente, capendo quelle che sono le necessità del territorio, che sono anche le nozioni giuste per essere un buon operatore Caritas». Presenti anche gli “Ex allievi e amici di Don Bosco Ispettoria Salesiana Nord Est” che hanno dato un contribuito anche loro per l’opera.

La struttura è stata creata per offrire alla comunità un luogo socio-pastorale i cui ampi saloni verranno messi a disposizione delle persone per promuovere attività sociali, culturali, pastorali e ricreative. Nel presiedere la Santa Messa, il vescovo Domenico ha specificato l’importanza di questi centri di Comunità come segno di speranza e aggregazione per il futuro.

Il Centro di Comunità è costituito da due corpi, sviluppati su un solo piano. Il primo è il centro di comunità vero e proprio, formato da una grande sala che ospiterà le attività sopra elencate e la Santa Messa. Il secondo è una foresteria con 3 camere singole, completate da un soggiorno-sala da pranzo che – ha spiegato il vescovo – verrà utilizzata per ospitare i giovani delle scuole di tutta Italia che vorranno frequentare il territorio per animare la comunità.

«C’è bisogno che ci diamo una mano insieme – ha detto il vescovo Domenico – questa sala è solo uno strumento. Il luogo che rende possibile l’incontro. Poi siamo noi che dobbiamo essere capaci di vedere l’orizzonte per tutti. Grazie al Signore dobbiamo crescere in questo senso di maggiore coesione».

«Oggi è un giorno importante – ha detto il sindaco di Cittareale Francesco Nelligiunge a compimento un’opera fortemente voluta dalla Diocesi di Rieti e dalla Caritas che in questo modo continuano ad esserci ancora più vicini come successo già in questi mesi. Questo centro sarà un prezioso supporto per le attività della nostra comunità ed un punto di riferimento religioso importante per il nostro comune. Non posso che ringraziare il vescovo Domenico che è stato sempre vicino alla popolazione di Cittareale».

Viaggio tra le Sae con gli operatori Caritas, tra problemi e speranza per il futuro

Gli operatori della Caritas si recano periodicamente nelle casette di Amatrice ed Accumoli, per raccogliere confidenze ed eventuali difficoltà degli abitanti, ed offrire supporto alle loro esigenze. Le conversazioni sono spaccati di vita quotidiana, stralci di ricordi, iniezioni di speranza e momenti di sconforto.

«Avevamo casa nel centro storico di Amatrice, in pochi secondi ci siamo trovati in mezzo alla strada senza più niente, ma fortunatamente sani e salvi», dice Monia raccontando quei tragici attimi in cui persero la vita molti amici e parenti. Monia è madre di due bambine, e ora abita insieme alla famiglia in una Sae dell’area Colle Magrone 2 dopo più di un anno trascorso in un hotel di San Benedetto del Tronto.

Il numero degli alloggi Sae (soluzioni abitative d’emergenza) finora assegnati nella regione Lazio sono 687. Nel comune di Amatrice fino ad ora sono state consegnate 488 casette, nel comune di Accumoli 199.

Per la famiglia di Monia il ritorno non è stato semplice, «dovevamo spostarci di nuovo dopo aver raggiunto un po’ di tranquillità e stabilità e bisognava prendere una decisione sul far tornare o no le bambine nei luoghi circondati solo da macerie», racconta con gli occhi lucidi. La figlia minore ci tiene a mostrare il peluche di “Titti il canarino”, l’unica cosa recuperata dalle macerie.

Il discorso Sae viene affrontato con meno emozione, «nella nuova sistemazione ci troviamo bene, siamo circondati da amici e le nostre figlie sono state nel accolte da compagni di scuola e vicini di casa». Tuttavia, i problemi affrontati nei Sae sono molti, come il congelamento dell’acqua delle caldaie posizionate all’esterno delle casette dove d’inverno si arriva anche a -18°.

«Non posso credere che nessuno abbia pensato al fatto che qui dentro non prende il segnale del telefono, soprattutto considerando che la maggior parte degli abitanti sono anziani – racconta Monia con rabbia – bisogna andare di fuori al freddo per poter fare una telefonata». Il problema della mancanza del segnale è un problema diffuso, che pare dipenda dagli accorgimenti di isolamento e schermatura di cui le casette sono dotate.

«Non è stato facile poter ritornare ad Amatrice, le bimbe si erano abituate ormai a San Benedetto e si erano integrate nella scuola materna, si è trattato di tornare in un luogo dove in quel momento non c’era neanche un negozio dove fare la spesa». Eppure nonostante le difficoltà del presente negli occhi di Monia c’è grande speranza nel futuro.

Una “Casa del Futuro” con le radici nel passato

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia costruita con prorompente energia spirituale e intellettuale da don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria fu a suo tempo perno di ricostruzione sociale e materiale.

Negli anni 20 si trattava di rimediare ai danni provocati dalla prima guerra mondiale; oggi, l’area in cui l’Istituto sorge ad Amatrice sembra ereditare quella stessa vocazione in funzione del terremoto, ma con la possibilità di vivere quell’anelito al progresso materiale e morale in chiave moderna.

È difficile attraversare oggi Amatrice e immaginare la moltitudine di bambini che trovarono riparo nell’orfanotrofio maschile fatto costruire da don Giovanni Minozzi.

Ma quello spirito non è scomparso. Con lo stesso approccio, infatti, la Chiesa di Rieti intende realizzare la sua “Casa del Futuro” nell’area che vide il religioso nato nella frazione di Preta prendersi cura dell’avvenire di tanti ragazzi.

Sull’impronta dell’Opera minozziana, la struttura della diocesi sarà infatti un luogo di accoglienza ed educazione, di riflessione e produzione, di vita attiva più che di assistenza.

L’amatriciano Giovanni Minozzi doveva aver ben intuito il genius loci della sua terra natia, l’intreccio dei significati radunati tra i Monti della Laga.

Aiutato dall’accorta progettazione dell’architetto Arnaldo Foschini, era riuscito a coniugare le singole vocazioni in un’architettura funzionale, razionale, efficiente.

Mise insieme l’esigenza di accogliere ed educare con quella di emancipare e produrre, organizzando in una sola area gli alloggi per i suoi ragazzi, i laboratori per insegnare loro i mestieri, il teatro e la biblioteca per coltivare la bellezza e il sapere, la chiesa per curare lo spirito.

Accanto alla scuola c’erano la tipografia, l’officina meccanica, la scuola professionale per elettricisti, l’azienda agricola che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare dell’orfanotrofio e forse raccontava un bisogno di autosufficienza appropriato alle zone di montagna.

L’indagine su come riordinare gli spazi per adeguargli agli scopi di oggi è stato affidato allo Studio Boeri. Ad Amatrice l’architetto ha già detto la sua disegnando l’Area Food, ma l’impegno chiesto dalla diocesi è più complesso e ambizioso perché intende rispecchiare lo spirito della Laudato si’.

L’area dell’Istituto “Don Minozzi” sembra infatti avere tutte le carte in regola per dare forma e sostanza a quell’«approccio ecologico» che il Papa ha mostrato necessariamente connesso all’«approccio sociale».

E a suo modo il terremoto ha certamente mostrato la relazione tra il «grido dei poveri», che ha mosso l’intera esistenza di Giovanni Minozzi, e il «grido della terra».

Ecco perché una “Casa del Futuro”: perché sui paesi travolti dalle scosse del 24 agosto 2016 non si gioca solo la scommessa della ricostruzione, ma si affrontano alcuni nodi di fon““do del nostro tempo e del nostro Paese.

Ad esempio se la tendenza a privilegiare la concentrazione nei grandi centri a discapito delle periferie sia irreversibile, se scommettere sull’Italia minore, autentica ricchezza del Paese, è ancora possibile o bisogna rassegnarsi a una dorsale appenninica desertificata e senza speranza.

Don Giovanni Minozzi trovò le sue strade per servire i poveri e portare sviluppo tra i Monti della Laga.

Chi oggi è al lavoro per realizzare il domani dovrà probabilmente inventare strategie nuove, forse più leggere. Ma la fede non può che rimanere la stessa.

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“Andare oltre” si presenta, il vescovo: «strumento per non abbassare l’attenzione sull’area del cratere»

Alla presenza di Aldo Cazzullo, firma de «Il Corriere della Sera», l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti ha presentato ai cronisti locali, riuniti nel Palazzo papale di Rieti in occasione del patrono San Francesco di Sales, un nuovo servizio pensato per offrire ulteriori fonti sulla situazione post terremoto.

Il sito andareoltre.org è stato infatti pensato per «raccontare la ricostruzione», con particolare attenzione verso i piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area colpita dal sisma al fine di sostenere la popolazione e contribuire alla rinascita dei paesi dal punto di vista materiale, spirituale e sociale.

Il sito, che sarà costantemente aggiornato sulle attività promosse dalla Chiesa di Rieti, è stato pensato per dare informazioni in maniera snella e veloce, con una grafica immediata e basata sul verde, colore che rappresenta la speranza.

Così come il nome, che allude all’obiettivo del superamento delle paure, oltre i timori, oltre le polemiche, oltre gli ostacoli quotidiani.

Sul logo appare una matita, simbolo di nuovi progetti e creatività, perché appaia chiaro che il futuro di queste comunità ferite ripartirà solo se ognuno di noi, con il proprio personale tratto, inizierà a tracciare il solco del proprio apporto fattivo.

Tramite il sito sarà seguito l’evolversi di grandi progetti, come la “Casa del Futuro” o il bando “Ripartiamo Insieme”, ma anche i piccoli fatti, le attività quotidiane, l’ascolto dei bisogni e delle necessità, i lieti eventi.

La prospettiva è quella di «comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo», secondo l’invito che papa Francesco ha fatto lo scorso anno in occasione della Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, ma riprende anche la tematica scelta dal Santo Padre per il messaggio di quest’anno «Notizie false e giornalismo di pace», volto a favore di un’informazione basata sulla «verità che ci rende liberi».

Papa Francesco ha offerto ai giornalisti uno spunto di riflessione su un lavoro obiettivo e veritiero, perché chi fa questo mestiere tenga sempre a mente «che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone».

Sulla stessa linea si è mossa la “lectio” di Aldo Cazzullo ai colleghi locali, il quale ha voluto ricordare che al di là delle notizie che raccolgono “click” e di quelle che suscitano sensazione immediata, il mestiere del giornalista va alimentato quotidianamente, certificando, approfondendo e soprattutto stando in mezzo alle persone, «unico modo per salvare questo mestiere, e farlo bene».

Nel suo intervento a conclusione di una giornata trascorsa assieme agli operatori della comunicazione, il vescovo Domenico ha sottolineato l’intenzione di partenza del sito andareoltre.org: «volevo condividere con voi questo embrione di comunicazione che si inserisce nel solco di ciò ci ha detto Aldo. Questo sito è specchio di un giornalismo fatto andando di persona, cercando di conoscere quello che è al dentro dell’area duramente colpita dal terremoto. Ciò accadrà valorizzando vita quotidiana dei luoghi di tutta l’area del cratere, perché la cosa più necessaria oggi è alimentare la comunicazione per tenere alta l’attenzione, partendo dalla quotidianità di questi territori».

Uno strumento dunque a servizio di tutti, organi di informazione e non solo, perché chiunque abbia una certificata e veritiera contezza di ciò che è stato fatto e si farà dopo il 24 agosto 2016, affinché il racconto del terremoto non sia fatto solo di problemi, ma anche di opportunità, occasioni di miglioramento e motivazioni di speranza nel futuro.

Francesco e l’esperienza dei campi Caritas: «ho scoperto la bellezza della condivisione»

La scorsa estate, grazie al felice esperimento dei campi estivi organizzati dalla Caritas, 270 persone hanno abitato ad Amatrice risiedendo nei container e prestando servizio presso le attività organizzate dagli operatori Caritas.

L’esperienza, nata dall’incontro tra la richiesta dei volontari – in cerca della possibilità di portare un aiuto concreto sui territori di Amatrice ed Accumoli – e quella della popolazione di non esser lasciata sola, ha prodotto l’incontro tra realtà molto diverse tra loro, ma che sono riuscite a ben conciliarsi e a creare anche forti legami tra coloro che hanno prestato servizio e chi ogni giorno affronta le paure e le incertezze del presente e del prossimo futuro.

Se il terremoto ha portato disgregazione e solitudine, l’esperienza del campo ha riempito di sollievo, almeno per qualche ora, le abitazioni temporanee di molti.

Tra i volontari – che hanno visto alternarsi gruppi di seminaristi, coppie, gente di parrocchia, suore e comunità, c’è Francesco Bertolini, un ragazzo ventiquattrenne appartenente al movimento dei “Focolari”.

Dopo aver sperimentato il campo Caritas nei mesi estivi, ha voluto tornare a dare una mano alla Caritas anche durante le festività natalizie.

«Dopo il campo Caritas vissuto questa estate – spiega – mi sono reso conto che è fondamentale dare continuità sul territorio amatriciano con la propria presenza fisica».

Un esperimento iniziato dal gruppo dei focolarini senza avere particolari aspettative: «solo la promessa di costruire un clima familiare con i giovani e le famiglie del posto, cercando di vivere ogni giornata fino in fondo con ogni persona che ci passava affianco, nonostante le varie situazioni che avevamo lasciato a casa».

Prima di intraprendere l’attività di volontario, Francesco era stato ad Amatrice, oltre al giorno seguente al terremoto, nei primi giorni di marzo 2017.

«A primo impatto, quando sono arrivato, non facevo altro che guardare macerie su macerie… un paese devastato! Poi comprendi che i danni maggiori non erano nelle case crollate, ma nelle famiglie intere che sono rimaste sotto cumuli di macerie».

Una dimensione che si capisce davvero solo «condividendo rapporti con persone del posto».

E da questi rapporti costruiti tra la polvere sollevata dal sisma è nata l’idea di festeggiare capodanno con i ragazzi di Amatrice: «la cosa interessante è stata che oltre ai 7 volontari del campo estivo della Caritas ci sono state altre 15 persone provenienti da varie d’Italia che sono venute per aiutarci ad animare il capodanno, portando ognuno nella propria semplicità una luce di gioia e speranza condivisa».

Un legame creato con il territorio e la comunità di Amatrice che è stato graduale, costruito tassello dopo tassello: «con i ragazzi di Amatrice siamo partiti da 4 persone e dopo 5 mesi e dopo tanta fiducia costruita ci siamo ritrovati in un gruppo di quattordici: insieme abbiamo costruito un clima di unità fin da subito, ed il fatto di coltivare i nostri rapporti ci sta permettendo di vivere liberamente come fratelli e sorelle. Oltre ai ragazzi stiamo tenendo i rapporti vivi con alcune famiglie dove personalmente mi ci sono ritrovato a cena o pranzo, riscoprendo la gioia e la semplicità dello stare insieme. Quel grido “non lasciateci soli” lo fai scomparire dando semplicemente continuità ai rapporti personali e diretti costruiti in questi mesi».

Francesco dopo le prime esperienze ha deciso di tornare ancora ad Amatrice: «mi sono semplicemente reso conto che le persone che ho incontrato in questi mesi non avevano bisogno delle mie parole, quanto della mia presenza».

«Lavoriamo perché le persone sperino nel futuro», parla il direttore della Caritas diocesana don Fabrizio Borrello

Don Fabrizio Borrello, 49 anni, responsabile della Caritas diocesana, risponde alle domande tra un impegno a l’altro, con il telefono che perde campo a singhiozzo tra le gole che portano verso Amatrice ed Accumoli.

E’ in quelle zone, dal 24 agosto 2016 in poi, che la Caritas ha concentrato la maggior parte delle proprie risorse ed energie, per stare accanto alle comunità colpite dal terremoto: «oggi ad Amatrice, nell’area del don Minozzi, c’è il nostro centro pastorale Caritas, una sorta di spazio multi service che funge da coordinamento logistico grazie gli spazi che mettiamo a disposizione per attività non solamente religiose, come incontri o lezioni di vario genere».

Don Fabrizio allude ai numerosi corsi ospitati nella struttura prefabbricata che ospita il centro Caritas, dal decoupage all’inglese, dal ballo alla ginnastica o al judo fino alle attività ludiche passando per tutto ciò che crei opportunità di aggregazione in un luogo sfaldato e privo di riferimenti quotidiani.

«Oltre a questo tipo di attività – prosegue – abbiamo sportelli di ascolto per problematiche di tipo personale ma anche di tipo tecnico: c’è infatti un ufficio che ci fornisce supporto per tutte le informazioni che concernono case, richieste burocratiche, attività economiche e progetti rivolti alle aziende».

L’azione della Caritas si muove ad ampio raggio e senza mai aver interrotto il servizio fin dalle prime ore di quel tragico giorno d’estate : «ci siamo attivati immediatamente, all’inizio per fornire beni di primissima necessità come cibo, riparo, abbigliamento e naturalmente sostegno psicologico. In questi mesi abbiamo affrontato man mano le problematiche che ci si paravano davanti, cercando di offrire di volta in volta le soluzioni più appropriate, come ad esempio i circa 50 container messi a disposizione delle fasce più deboli a ridosso della scossa del 30 ottobre e del rigido inverno dello scorso anno».

Tra gli impegni continuativi dei volontari Caritas c’è il servizio domiciliare alle persone, mai interrotto, anzi incrementato nei momenti più difficili, e che oggi prosegue all’interno delle Sae, con particolare attenzione verso anziani, malati e persone con problematiche di vario genere: «offriamo vicinanza e prossimità, magari può capitare di dover accompagnare qualcuno, oppure portiamo generi di conforto, o semplicemente forniamo occasioni di sfogo o conversazione».

Alla domanda sul momento più difficile attraversato in questi 17 mesi, don Fabrizio non ha esitazioni: «certamente la copiosa nevicata del gennaio 2017, in concomitanza con violente scosse che non davano tregua. Con oltre due metri di neve non riuscivamo ad assistere tutte le persone, alcune erano rimaste isolate o bloccate, in certi casi abbiamo messo a rischio la nostra stessa vita per raggiungerle. Quest’anno abbiamo regalato anche le pale, per essere previdenti!»

Com’è noto le feste amplificano solitudini e dolori, soprattutto quando all’appello mancano persone care, e sotto Natale l’attività della Caritas diocesana si è intensificata anche attraverso piccoli doni, con la finalità di far spuntare un sorriso: «abbiamo regalato addobbi natalizi per decorare le casette, le calze della befana ai malati, piccoli gesti che simboleggiassero però affetto e vicinanza».

Tanti i momenti difficili e le problematiche affrontate dal 24 agosto 2016 ad oggi, ma tante anche le soddisfazioni e le emozioni, soprattutto quelle scaturite dalla riconoscenza delle gente, dal legame creato in questi mesi.

E poi, arriva il momento, quello che ti ripaga dalla fatica, dal freddo, dalle notti insonni.

Era il 4 ottobre 2016 – giorno di San Francesco – , quando il Papa arrivò a bordo di un’anonima utilitaria nelle zone terremotate: «fu il momento più toccante e più bello perché più significativo, principalmente per lo stile in cui si svolse. Mentre gli altri ospiti illustri erano arrivati preceduti da annunci e proclami, Papa Francesco arrivò in silenzio, senza il codazzo dei media, con una voglia di essere vicino a quelle genti che gli partiva direttamente dal cuore».

Don Fabrizio ricorda il silenzio di quella visita, le poche parole pronunciate dal Pontefice, non riesce a citare una sua frase, ricorda però molto bene quello sguardo fortemente impressionato alla vista delle prime macerie: «lo portammo a fare un giro per le frazioni, a Sant’Angelo, a Saletta, dov’era tutto completamente distrutto: ne rimase davvero colpito, gli si leggeva negli occhi».

Oggi l’attività della Caritas non si ferma, anzi è in pieno fermento per realizzare i progetti concreti finalizzati in particolar modo a ricostruire il tessuto economico dei territori terremotati: «abbiamo aperto uno Sportello Lavoro per sostenere imprese e lavoratori, siamo in attesa di vagliare i 42 progetti arrivati per il bando Ripartiamo Insieme, tramite il quale finanzieremo proposte che coinvolgono attività in ambito sociale, agro-alimentare, culturale, ricreativo e turistico a fronte di un supporto economico di oltre 2 milioni di euro. E poi c’e il grande progetto da attuare nell’area del Don Minozzi, un accordo programmatico che è stato firmato giusto nei giorni scorsi per cui occorre lavorare tanto e celermente».

Rimangono tuttavia alcuni punti ancora da scoprire in termini di prospettive future, su ciò che accadrà dopo le fase delle Sae: «bisognerà comprendere bene tutti i punti riguardanti la ricostruzione, quando e dove avverrà, e in che modo. C’è una comprensibile incertezza in questa fase sul futuro di questi territori, ma è proprio in questa direzione che proseguiamo a lavorare: per far sì che le persone vedano uno spiraglio, e riversino speranze verso il loro futuro e quello delle generazioni che verranno».