Avviato il nuovo Centro di Comunità a Cittareale: «l’unico modo per rispodere ai bisogni è stare con la gente»

Dopo i numerosi interventi effettuati dalla Caritas nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, è stato inaugurato un nuovo centro di comunità nel comune di Cittareale. Alla cerimonia erano erano presenti il vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, il vicario della Zona pastorale don Ferruccio Bellegante, il direttore della Caritas di Rieti don Fabrizio Borrello e il direttore della Caritas Italiana don Francesco Soddu, che ha sottolineato quanto importante e determinato sia il lavoro che Caritas svolge nel territorio. «Il nostro impegno è stare nel posto, abitare la terra, cercando di rispondere all’interrogativo su come risolvere la situazione – ha spiegato don Soddu – e l’unico modo per poterlo fare è stare con la gente, capendo quelle che sono le necessità del territorio, che sono anche le nozioni giuste per essere un buon operatore Caritas». Presenti anche gli “Ex allievi e amici di Don Bosco Ispettoria Salesiana Nord Est” che hanno dato un contribuito anche loro per l’opera.

La struttura è stata creata per offrire alla comunità un luogo socio-pastorale i cui ampi saloni verranno messi a disposizione delle persone per promuovere attività sociali, culturali, pastorali e ricreative. Nel presiedere la Santa Messa, il vescovo Domenico ha specificato l’importanza di questi centri di Comunità come segno di speranza e aggregazione per il futuro.

Il Centro di Comunità è costituito da due corpi, sviluppati su un solo piano. Il primo è il centro di comunità vero e proprio, formato da una grande sala che ospiterà le attività sopra elencate e la Santa Messa. Il secondo è una foresteria con 3 camere singole, completate da un soggiorno-sala da pranzo che – ha spiegato il vescovo – verrà utilizzata per ospitare i giovani delle scuole di tutta Italia che vorranno frequentare il territorio per animare la comunità.

«C’è bisogno che ci diamo una mano insieme – ha detto il vescovo Domenico – questa sala è solo uno strumento. Il luogo che rende possibile l’incontro. Poi siamo noi che dobbiamo essere capaci di vedere l’orizzonte per tutti. Grazie al Signore dobbiamo crescere in questo senso di maggiore coesione».

«Oggi è un giorno importante – ha detto il sindaco di Cittareale Francesco Nelligiunge a compimento un’opera fortemente voluta dalla Diocesi di Rieti e dalla Caritas che in questo modo continuano ad esserci ancora più vicini come successo già in questi mesi. Questo centro sarà un prezioso supporto per le attività della nostra comunità ed un punto di riferimento religioso importante per il nostro comune. Non posso che ringraziare il vescovo Domenico che è stato sempre vicino alla popolazione di Cittareale».

Viaggio tra le Sae con gli operatori Caritas, tra problemi e speranza per il futuro

Gli operatori della Caritas si recano periodicamente nelle casette di Amatrice ed Accumoli, per raccogliere confidenze ed eventuali difficoltà degli abitanti, ed offrire supporto alle loro esigenze. Le conversazioni sono spaccati di vita quotidiana, stralci di ricordi, iniezioni di speranza e momenti di sconforto.

«Avevamo casa nel centro storico di Amatrice, in pochi secondi ci siamo trovati in mezzo alla strada senza più niente, ma fortunatamente sani e salvi», dice Monia raccontando quei tragici attimi in cui persero la vita molti amici e parenti. Monia è madre di due bambine, e ora abita insieme alla famiglia in una Sae dell’area Colle Magrone 2 dopo più di un anno trascorso in un hotel di San Benedetto del Tronto.

Il numero degli alloggi Sae (soluzioni abitative d’emergenza) finora assegnati nella regione Lazio sono 687. Nel comune di Amatrice fino ad ora sono state consegnate 488 casette, nel comune di Accumoli 199.

Per la famiglia di Monia il ritorno non è stato semplice, «dovevamo spostarci di nuovo dopo aver raggiunto un po’ di tranquillità e stabilità e bisognava prendere una decisione sul far tornare o no le bambine nei luoghi circondati solo da macerie», racconta con gli occhi lucidi. La figlia minore ci tiene a mostrare il peluche di “Titti il canarino”, l’unica cosa recuperata dalle macerie.

Il discorso Sae viene affrontato con meno emozione, «nella nuova sistemazione ci troviamo bene, siamo circondati da amici e le nostre figlie sono state nel accolte da compagni di scuola e vicini di casa». Tuttavia, i problemi affrontati nei Sae sono molti, come il congelamento dell’acqua delle caldaie posizionate all’esterno delle casette dove d’inverno si arriva anche a -18°.

«Non posso credere che nessuno abbia pensato al fatto che qui dentro non prende il segnale del telefono, soprattutto considerando che la maggior parte degli abitanti sono anziani – racconta Monia con rabbia – bisogna andare di fuori al freddo per poter fare una telefonata». Il problema della mancanza del segnale è un problema diffuso, che pare dipenda dagli accorgimenti di isolamento e schermatura di cui le casette sono dotate.

«Non è stato facile poter ritornare ad Amatrice, le bimbe si erano abituate ormai a San Benedetto e si erano integrate nella scuola materna, si è trattato di tornare in un luogo dove in quel momento non c’era neanche un negozio dove fare la spesa». Eppure nonostante le difficoltà del presente negli occhi di Monia c’è grande speranza nel futuro.

Una “Casa del Futuro” con le radici nel passato

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia costruita con prorompente energia spirituale e intellettuale da don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria fu a suo tempo perno di ricostruzione sociale e materiale.

Negli anni 20 si trattava di rimediare ai danni provocati dalla prima guerra mondiale; oggi, l’area in cui l’Istituto sorge ad Amatrice sembra ereditare quella stessa vocazione in funzione del terremoto, ma con la possibilità di vivere quell’anelito al progresso materiale e morale in chiave moderna.

È difficile attraversare oggi Amatrice e immaginare la moltitudine di bambini che trovarono riparo nell’orfanotrofio maschile fatto costruire da don Giovanni Minozzi.

Ma quello spirito non è scomparso. Con lo stesso approccio, infatti, la Chiesa di Rieti intende realizzare la sua “Casa del Futuro” nell’area che vide il religioso nato nella frazione di Preta prendersi cura dell’avvenire di tanti ragazzi.

Sull’impronta dell’Opera minozziana, la struttura della diocesi sarà infatti un luogo di accoglienza ed educazione, di riflessione e produzione, di vita attiva più che di assistenza.

L’amatriciano Giovanni Minozzi doveva aver ben intuito il genius loci della sua terra natia, l’intreccio dei significati radunati tra i Monti della Laga.

Aiutato dall’accorta progettazione dell’architetto Arnaldo Foschini, era riuscito a coniugare le singole vocazioni in un’architettura funzionale, razionale, efficiente.

Mise insieme l’esigenza di accogliere ed educare con quella di emancipare e produrre, organizzando in una sola area gli alloggi per i suoi ragazzi, i laboratori per insegnare loro i mestieri, il teatro e la biblioteca per coltivare la bellezza e il sapere, la chiesa per curare lo spirito.

Accanto alla scuola c’erano la tipografia, l’officina meccanica, la scuola professionale per elettricisti, l’azienda agricola che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare dell’orfanotrofio e forse raccontava un bisogno di autosufficienza appropriato alle zone di montagna.

L’indagine su come riordinare gli spazi per adeguargli agli scopi di oggi è stato affidato allo Studio Boeri. Ad Amatrice l’architetto ha già detto la sua disegnando l’Area Food, ma l’impegno chiesto dalla diocesi è più complesso e ambizioso perché intende rispecchiare lo spirito della Laudato si’.

L’area dell’Istituto “Don Minozzi” sembra infatti avere tutte le carte in regola per dare forma e sostanza a quell’«approccio ecologico» che il Papa ha mostrato necessariamente connesso all’«approccio sociale».

E a suo modo il terremoto ha certamente mostrato la relazione tra il «grido dei poveri», che ha mosso l’intera esistenza di Giovanni Minozzi, e il «grido della terra».

Ecco perché una “Casa del Futuro”: perché sui paesi travolti dalle scosse del 24 agosto 2016 non si gioca solo la scommessa della ricostruzione, ma si affrontano alcuni nodi di fon““do del nostro tempo e del nostro Paese.

Ad esempio se la tendenza a privilegiare la concentrazione nei grandi centri a discapito delle periferie sia irreversibile, se scommettere sull’Italia minore, autentica ricchezza del Paese, è ancora possibile o bisogna rassegnarsi a una dorsale appenninica desertificata e senza speranza.

Don Giovanni Minozzi trovò le sue strade per servire i poveri e portare sviluppo tra i Monti della Laga.

Chi oggi è al lavoro per realizzare il domani dovrà probabilmente inventare strategie nuove, forse più leggere. Ma la fede non può che rimanere la stessa.

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“Andare oltre” si presenta, il vescovo: «strumento per non abbassare l’attenzione sull’area del cratere»

Alla presenza di Aldo Cazzullo, firma de «Il Corriere della Sera», l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti ha presentato ai cronisti locali, riuniti nel Palazzo papale di Rieti in occasione del patrono San Francesco di Sales, un nuovo servizio pensato per offrire ulteriori fonti sulla situazione post terremoto.

Il sito andareoltre.org è stato infatti pensato per «raccontare la ricostruzione», con particolare attenzione verso i piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area colpita dal sisma al fine di sostenere la popolazione e contribuire alla rinascita dei paesi dal punto di vista materiale, spirituale e sociale.

Il sito, che sarà costantemente aggiornato sulle attività promosse dalla Chiesa di Rieti, è stato pensato per dare informazioni in maniera snella e veloce, con una grafica immediata e basata sul verde, colore che rappresenta la speranza.

Così come il nome, che allude all’obiettivo del superamento delle paure, oltre i timori, oltre le polemiche, oltre gli ostacoli quotidiani.

Sul logo appare una matita, simbolo di nuovi progetti e creatività, perché appaia chiaro che il futuro di queste comunità ferite ripartirà solo se ognuno di noi, con il proprio personale tratto, inizierà a tracciare il solco del proprio apporto fattivo.

Tramite il sito sarà seguito l’evolversi di grandi progetti, come la “Casa del Futuro” o il bando “Ripartiamo Insieme”, ma anche i piccoli fatti, le attività quotidiane, l’ascolto dei bisogni e delle necessità, i lieti eventi.

La prospettiva è quella di «comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo», secondo l’invito che papa Francesco ha fatto lo scorso anno in occasione della Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, ma riprende anche la tematica scelta dal Santo Padre per il messaggio di quest’anno «Notizie false e giornalismo di pace», volto a favore di un’informazione basata sulla «verità che ci rende liberi».

Papa Francesco ha offerto ai giornalisti uno spunto di riflessione su un lavoro obiettivo e veritiero, perché chi fa questo mestiere tenga sempre a mente «che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone».

Sulla stessa linea si è mossa la “lectio” di Aldo Cazzullo ai colleghi locali, il quale ha voluto ricordare che al di là delle notizie che raccolgono “click” e di quelle che suscitano sensazione immediata, il mestiere del giornalista va alimentato quotidianamente, certificando, approfondendo e soprattutto stando in mezzo alle persone, «unico modo per salvare questo mestiere, e farlo bene».

Nel suo intervento a conclusione di una giornata trascorsa assieme agli operatori della comunicazione, il vescovo Domenico ha sottolineato l’intenzione di partenza del sito andareoltre.org: «volevo condividere con voi questo embrione di comunicazione che si inserisce nel solco di ciò ci ha detto Aldo. Questo sito è specchio di un giornalismo fatto andando di persona, cercando di conoscere quello che è al dentro dell’area duramente colpita dal terremoto. Ciò accadrà valorizzando vita quotidiana dei luoghi di tutta l’area del cratere, perché la cosa più necessaria oggi è alimentare la comunicazione per tenere alta l’attenzione, partendo dalla quotidianità di questi territori».

Uno strumento dunque a servizio di tutti, organi di informazione e non solo, perché chiunque abbia una certificata e veritiera contezza di ciò che è stato fatto e si farà dopo il 24 agosto 2016, affinché il racconto del terremoto non sia fatto solo di problemi, ma anche di opportunità, occasioni di miglioramento e motivazioni di speranza nel futuro.

Francesco e l’esperienza dei campi Caritas: «ho scoperto la bellezza della condivisione»

La scorsa estate, grazie al felice esperimento dei campi estivi organizzati dalla Caritas, 270 persone hanno abitato ad Amatrice risiedendo nei container e prestando servizio presso le attività organizzate dagli operatori Caritas.

L’esperienza, nata dall’incontro tra la richiesta dei volontari – in cerca della possibilità di portare un aiuto concreto sui territori di Amatrice ed Accumoli – e quella della popolazione di non esser lasciata sola, ha prodotto l’incontro tra realtà molto diverse tra loro, ma che sono riuscite a ben conciliarsi e a creare anche forti legami tra coloro che hanno prestato servizio e chi ogni giorno affronta le paure e le incertezze del presente e del prossimo futuro.

Se il terremoto ha portato disgregazione e solitudine, l’esperienza del campo ha riempito di sollievo, almeno per qualche ora, le abitazioni temporanee di molti.

Tra i volontari – che hanno visto alternarsi gruppi di seminaristi, coppie, gente di parrocchia, suore e comunità, c’è Francesco Bertolini, un ragazzo ventiquattrenne appartenente al movimento dei “Focolari”.

Dopo aver sperimentato il campo Caritas nei mesi estivi, ha voluto tornare a dare una mano alla Caritas anche durante le festività natalizie.

«Dopo il campo Caritas vissuto questa estate – spiega – mi sono reso conto che è fondamentale dare continuità sul territorio amatriciano con la propria presenza fisica».

Un esperimento iniziato dal gruppo dei focolarini senza avere particolari aspettative: «solo la promessa di costruire un clima familiare con i giovani e le famiglie del posto, cercando di vivere ogni giornata fino in fondo con ogni persona che ci passava affianco, nonostante le varie situazioni che avevamo lasciato a casa».

Prima di intraprendere l’attività di volontario, Francesco era stato ad Amatrice, oltre al giorno seguente al terremoto, nei primi giorni di marzo 2017.

«A primo impatto, quando sono arrivato, non facevo altro che guardare macerie su macerie… un paese devastato! Poi comprendi che i danni maggiori non erano nelle case crollate, ma nelle famiglie intere che sono rimaste sotto cumuli di macerie».

Una dimensione che si capisce davvero solo «condividendo rapporti con persone del posto».

E da questi rapporti costruiti tra la polvere sollevata dal sisma è nata l’idea di festeggiare capodanno con i ragazzi di Amatrice: «la cosa interessante è stata che oltre ai 7 volontari del campo estivo della Caritas ci sono state altre 15 persone provenienti da varie d’Italia che sono venute per aiutarci ad animare il capodanno, portando ognuno nella propria semplicità una luce di gioia e speranza condivisa».

Un legame creato con il territorio e la comunità di Amatrice che è stato graduale, costruito tassello dopo tassello: «con i ragazzi di Amatrice siamo partiti da 4 persone e dopo 5 mesi e dopo tanta fiducia costruita ci siamo ritrovati in un gruppo di quattordici: insieme abbiamo costruito un clima di unità fin da subito, ed il fatto di coltivare i nostri rapporti ci sta permettendo di vivere liberamente come fratelli e sorelle. Oltre ai ragazzi stiamo tenendo i rapporti vivi con alcune famiglie dove personalmente mi ci sono ritrovato a cena o pranzo, riscoprendo la gioia e la semplicità dello stare insieme. Quel grido “non lasciateci soli” lo fai scomparire dando semplicemente continuità ai rapporti personali e diretti costruiti in questi mesi».

Francesco dopo le prime esperienze ha deciso di tornare ancora ad Amatrice: «mi sono semplicemente reso conto che le persone che ho incontrato in questi mesi non avevano bisogno delle mie parole, quanto della mia presenza».

«Lavoriamo perché le persone sperino nel futuro», parla il direttore della Caritas diocesana don Fabrizio Borrello

Don Fabrizio Borrello, 49 anni, responsabile della Caritas diocesana, risponde alle domande tra un impegno a l’altro, con il telefono che perde campo a singhiozzo tra le gole che portano verso Amatrice ed Accumoli.

E’ in quelle zone, dal 24 agosto 2016 in poi, che la Caritas ha concentrato la maggior parte delle proprie risorse ed energie, per stare accanto alle comunità colpite dal terremoto: «oggi ad Amatrice, nell’area del don Minozzi, c’è il nostro centro pastorale Caritas, una sorta di spazio multi service che funge da coordinamento logistico grazie gli spazi che mettiamo a disposizione per attività non solamente religiose, come incontri o lezioni di vario genere».

Don Fabrizio allude ai numerosi corsi ospitati nella struttura prefabbricata che ospita il centro Caritas, dal decoupage all’inglese, dal ballo alla ginnastica o al judo fino alle attività ludiche passando per tutto ciò che crei opportunità di aggregazione in un luogo sfaldato e privo di riferimenti quotidiani.

«Oltre a questo tipo di attività – prosegue – abbiamo sportelli di ascolto per problematiche di tipo personale ma anche di tipo tecnico: c’è infatti un ufficio che ci fornisce supporto per tutte le informazioni che concernono case, richieste burocratiche, attività economiche e progetti rivolti alle aziende».

L’azione della Caritas si muove ad ampio raggio e senza mai aver interrotto il servizio fin dalle prime ore di quel tragico giorno d’estate : «ci siamo attivati immediatamente, all’inizio per fornire beni di primissima necessità come cibo, riparo, abbigliamento e naturalmente sostegno psicologico. In questi mesi abbiamo affrontato man mano le problematiche che ci si paravano davanti, cercando di offrire di volta in volta le soluzioni più appropriate, come ad esempio i circa 50 container messi a disposizione delle fasce più deboli a ridosso della scossa del 30 ottobre e del rigido inverno dello scorso anno».

Tra gli impegni continuativi dei volontari Caritas c’è il servizio domiciliare alle persone, mai interrotto, anzi incrementato nei momenti più difficili, e che oggi prosegue all’interno delle Sae, con particolare attenzione verso anziani, malati e persone con problematiche di vario genere: «offriamo vicinanza e prossimità, magari può capitare di dover accompagnare qualcuno, oppure portiamo generi di conforto, o semplicemente forniamo occasioni di sfogo o conversazione».

Alla domanda sul momento più difficile attraversato in questi 17 mesi, don Fabrizio non ha esitazioni: «certamente la copiosa nevicata del gennaio 2017, in concomitanza con violente scosse che non davano tregua. Con oltre due metri di neve non riuscivamo ad assistere tutte le persone, alcune erano rimaste isolate o bloccate, in certi casi abbiamo messo a rischio la nostra stessa vita per raggiungerle. Quest’anno abbiamo regalato anche le pale, per essere previdenti!»

Com’è noto le feste amplificano solitudini e dolori, soprattutto quando all’appello mancano persone care, e sotto Natale l’attività della Caritas diocesana si è intensificata anche attraverso piccoli doni, con la finalità di far spuntare un sorriso: «abbiamo regalato addobbi natalizi per decorare le casette, le calze della befana ai malati, piccoli gesti che simboleggiassero però affetto e vicinanza».

Tanti i momenti difficili e le problematiche affrontate dal 24 agosto 2016 ad oggi, ma tante anche le soddisfazioni e le emozioni, soprattutto quelle scaturite dalla riconoscenza delle gente, dal legame creato in questi mesi.

E poi, arriva il momento, quello che ti ripaga dalla fatica, dal freddo, dalle notti insonni.

Era il 4 ottobre 2016 – giorno di San Francesco – , quando il Papa arrivò a bordo di un’anonima utilitaria nelle zone terremotate: «fu il momento più toccante e più bello perché più significativo, principalmente per lo stile in cui si svolse. Mentre gli altri ospiti illustri erano arrivati preceduti da annunci e proclami, Papa Francesco arrivò in silenzio, senza il codazzo dei media, con una voglia di essere vicino a quelle genti che gli partiva direttamente dal cuore».

Don Fabrizio ricorda il silenzio di quella visita, le poche parole pronunciate dal Pontefice, non riesce a citare una sua frase, ricorda però molto bene quello sguardo fortemente impressionato alla vista delle prime macerie: «lo portammo a fare un giro per le frazioni, a Sant’Angelo, a Saletta, dov’era tutto completamente distrutto: ne rimase davvero colpito, gli si leggeva negli occhi».

Oggi l’attività della Caritas non si ferma, anzi è in pieno fermento per realizzare i progetti concreti finalizzati in particolar modo a ricostruire il tessuto economico dei territori terremotati: «abbiamo aperto uno Sportello Lavoro per sostenere imprese e lavoratori, siamo in attesa di vagliare i 42 progetti arrivati per il bando Ripartiamo Insieme, tramite il quale finanzieremo proposte che coinvolgono attività in ambito sociale, agro-alimentare, culturale, ricreativo e turistico a fronte di un supporto economico di oltre 2 milioni di euro. E poi c’e il grande progetto da attuare nell’area del Don Minozzi, un accordo programmatico che è stato firmato giusto nei giorni scorsi per cui occorre lavorare tanto e celermente».

Rimangono tuttavia alcuni punti ancora da scoprire in termini di prospettive future, su ciò che accadrà dopo le fase delle Sae: «bisognerà comprendere bene tutti i punti riguardanti la ricostruzione, quando e dove avverrà, e in che modo. C’è una comprensibile incertezza in questa fase sul futuro di questi territori, ma è proprio in questa direzione che proseguiamo a lavorare: per far sì che le persone vedano uno spiraglio, e riversino speranze verso il loro futuro e quello delle generazioni che verranno».

«Un’ora rilassante in cui i dolori svaniscono»: osteopati volontari al Centro Caritas di Amatrice

Giovedì 18 gennaio giornata dedicata all’osteopatia al Centro Caritas di Amatrice. I volontari della Complementary and Alternative Medicine Education dell’associazione Educam hanno iniziato a lavorare alle 9 del mattino per offrire il proprio servizio a chiunque ne avesse bisogno.

Il volontario Andrea originario di Modica in Sicilia, insieme ad altri volontari arrivati da tutta Italia, racconta come si svolge la loro attività prestata ad Amatrice da dicembre 2016: «ci occupiamo della salute e del benessere delle persone, in particolare cerchiamo di risolvere i problemi post-traumatici da stress».

Durante la seduta gli osteopati si intrattengono con i loro “pazienti” parlando del più e del meno e delle problematiche quotidiane della comunità: «oltre alla cura delle patologie fisiche, ci occupiamo di far conoscenza con le persone per alleviare in qualche modo anche il loro comprensibile malessere interiore. In pratica il nostro lavoro consiste anche in vere e proprie infusioni di fiducia».

I trattamenti osteopatici riscuotono molto successo tra i cittadini di Amatrice e dintorni: «viviamo il piacere dell’attesa nei giorni precedenti – raccontano i coniugi Elvira e Giovanni che usufruiscono frequentemente del servizio – e poi godiamo dei benefici fisici e psicologici nei giorni a seguire».

Il gradimento degli utenti è documentato su un piccolo diario che gli operatori hanno voluto mettere a disposizione per eventuali consigli e messaggi. Una delle frasi lasciate sul diario testimonia il grande consenso che gli operatori lasciano nel corpo e nell’anima delle persone segnate dal terremoto: «la vostra esperienza e la vostra capacità lavorativa ci aiutano a dimenticare. È un’ora rilassante in cui i dolori svaniscono, aiutateci finché potete». Gli osteopati torneranno al centro Caritas giovedì 1 febbraio 2018 per tutta la giornata a partire dalle ore 9.

“Ripartiamo Insieme”: 42 i progetti ricevuti dalla diocesi. Richieste di finanziamento per oltre 2 milioni di euro

42 progetti da 30 distinte realtà tra associazioni, cooperative e comitati nati sul territorio o stabilmente operanti in esso: sono le proposte raccolte dall’iniziativa lanciata dalla Diocesi di Rieti insieme alla Caritas italiana per la promozione di iniziative a sostegno della solidarietà e dell’occupazione nei territori colpiti dal sisma.

Il bando “Ripartiamo Insieme” ha suscitato un notevole interesse e le proposte coinvolgono attività in ambito sociale (iniziative a favore di minori, anziani, ammalati…), agro-alimentare (promozione delle eccellenze del territorio, anche attraverso specifiche “filiere”), culturale (poli museali, spazi culturali, recupero delle tradizioni locali…), ricreativo (luoghi/iniziative di aggregazione, attività teatrali, sportive…) e turistico (ripristino di sentieri e di luoghi significativi, accoglienza, informazione…). A fronte di un costo totale dei progetti di 3,3 milioni di euro, sono state presentate richieste di finanziamento (ancora in fase di valutazione) per oltre 2 milioni di euro.

Operativamente, un’apposita commissione sta verificando e condizioni di ammissibilità delle richieste pervenute, con particolare attenzione alla rispondenza con gli obiettivi del bando, alla capacità/affidabilità del soggetto proponente, alla congruità delle azioni proposte rispetto ai bisogni rilevati, al lavoro di rete (con associazioni, enti e organizzazioni del territorio) e di attivazione delle comunità locali (effettiva promozione delle risorse umane locali e utilizzo di beni a favore dei territori). Solo successivamente agli esiti positivi di questa fase istruttoria verranno contattate le varie realtà per eventuali richieste di integrazione del materiale proposto.

I progetti saranno valutati anche secondo alcuni specifici criteri pastorali (coinvolgimento diretto dei destinatari, interventi comunitari, riferimento – o condivisione dei valori – ecclesiale della realtà proponente).

La commissione prevede di poter completare almeno la fase istruttoria entro il mese di gennaio, per poi poter sostenere le progettualità che saranno approvate fin dalla prossima primavera.

Ripartiamo insieme: dalla Caritas un bando per favorire l’occupazione nei territori colpiti dal sisma

Sui siti della diocesi e della Caritas diocesana è stato pubblicato il bando territoriale Ripartiamo insieme, promosso dalla diocesi di Rieti per i territori colpiti dal sisma del 2016 al fine di sviluppare iniziative a favore dell’occupazione attraverso la valorizzazione delle capacità ed eccellenze territoriali

Destinatari
Il concorso di idee è rivolto ad associazioni, cooperative, fondazioni, gruppi formalmente costituiti che hanno sede o operano attivamente all’interno dei comuni del cratere relativo agli eventi sismici che hanno interessato il territorio della diocesi di Rieti dall’agosto 2016.
La diocesi finanzierà i progetti ritenuti idonei con un contributo economico massimo di 50.000 euro, secondo i criteri di seguito descritti.

Ambiti di intervento
Le proposte dovranno riguardare esclusivamente: la promozione di iniziative innovative di sviluppo dell’occupazione;
la promozione di percorsi di educazione al lavoro nell’ambito formativo ed educativo; la riscoperta e valorizzazione di prodotti e tradizioni locali, materiali e immateriali (antichi metodi di coltivazione e lavorazione, antichi tessuti, antichi mestieri, ecc.); la valorizzazione del patrimonio ambientale, artistico, culturale, religioso… locale.

Termini e modalità di presentazione
Le proposte progettuali possono essere presentate dal 1 novembre al 31 dicembre 2017; la commissione entro il 31 gennaio 2018 valuterà le idee maggiormente rispondenti ai criteri fissati e potrà chiedere alle realtà proponenti l’elaborazione di una progettazione esecutiva che dovrà essere elaborata entro il termine massimo dei successivi 60 giorni, pena l’esclusione dal finanziamento.
Per informazioni: [email protected]

Nuovo centro Caritas di Amatrice. Dall’emergenza alla ricostruzione

Il bigliardino, le panche e le sedie le aveva custodite don Savino D’Amelio all’interno della tenda che nei primi giorni dopo il terremoto era servita per celebrare la messa. Oggi si trovano all’esterno del nuovo Centro Caritas di Amatrice: un piccolo complesso di prefabbricati realizzato seguendo l’evoluzione della realtà dell’area più duramente colpita dal sisma del 24 agosto.Lo spazio è sempre quello del complesso “Don Minozzi”, dietro la grande chiesa dedicata a Santa Maria Assunta.

L’allestimento esterno non è casuale, visto che è in programma l’avvio di un’attività estiva che punta ad attrarre i bambini del territorio circostante. Un esperimento che si aggiunge ai tanti interventi effettuati nella zona dalla Chiesa di Rieti, partiti nella fase iniziale dell’emergenza con la fornitura di generi di prima necessità e il coordinamento degli aiuti. Poi, per quanto riguarda il lavoro della Caritas, l’azione ha preso la forma di un primo centro di ascolto “da campo”, pensato per dare aiuti materiali, ma anche per consolare e consolidare il senso della comunità. Un segno di accoglienza che già nella “tenda-emporio” girava attorno alla macchinetta del caffé, supportata da qualche dolce: oggi il nuovo centro della Caritas è ben strutturato e comprende una stanza concepita allo scopo, separata dagli spazi del centro di ascolto vero e proprio e da quelli per la distribuzione degli aiuti, che del resto, con la progressiva assegnazione delle unità abitative provvisorie, sono stati rimodulati.

Si è infatti fatta avanti l’esigenza di mettere in piedi, oltre al centro di ascolto, un vero spazio di aggregazione, che si affianca nella funzione alla sala polifunzionale del Centro di Comunità Sant’Agostino.

«La cosa che conta di più è quella di restare accanto alle persone», spiega don Fabrizio Borrello, direttore della Caritas diocesana. E da questo punto di vista l’azione della Caritas non conosce soste, grazie agli operatori diocesani, che ormai conoscono il territorio palmo a palmo e le persone una ad una, ma anche grazie all’aiuto dei volontari arrivati ad Amatrice attraverso i gemellaggi con le Caritas delle altre diocesi italiane. Una rete di ascolto che include anche i frati francescani che il vescovo Domenico ha chiamato sul territorio per rispondere all’immediato bisogno pastorale, ma soprattutto per stare vicini alla gente, come testimonianza di fraternità. Al Centro Caritas di Amatrice ce n’è sempre uno: perché il terremoto, oltre a buttare giù le case e le chiese, sfalda i legami, ferisce le relazioni, sfilaccia le comunità. E di conseguenza, prima che dagli edifici, la ricostruzione deve partire dalle persone. Senza di loro non serve tirare su i muri e poggiare tetti.