Borbona in festa per la chiusura dei centri estivi Caritas

Una giornata diversa dal solito alla Rsa San Raffaele di Borbona.

L’azione della diocesi di Rieti e della Caritas diocesana sui territori del cratere si è concretizzata anche per questa estate, come già nel 2017 nei centri estivi proposti ai bambini di Borbona, Posta e Cittareale, come a quelli di Amatrice ed Accumoli, ponendo in essere tre diverse proposte sul territorio.

Negli ultimi due mesi, a partire dal 2 luglio, i bambini di Posta, Cittareale e Borbona hanno frequentato il centro estivo che si è svolto in quest’ultimo comune, presso la ex scuola Domenico Lopez, messa a disposizione della diocesi e della Caritas dall’amministrazione borbontina.

All’iniziativa hanno aderito dai trenta ai cinquanta bambini a settimana tra quelli residenti sul territorio tutto l’anno e quelli che, invece, ripopolano questi paesi nella bella stagione per trascorrere giorni di vacanza insieme ai nonni.

La giornata del centro inizia con i “bans”, sorta di balli animati proposti dai volontari che in queste settimane si sono alternati con una cadenza quindicinale, provenendo da varie parti d’Italia e facendo scalo al campo Caritas di Torrita in Amatrice.

Dai seminaristi di Anagni, a quelli di Roma, ai frati di Frascati, passando per Rivoli e poi Milano e Brescia, fino a giungere nella partenopea Nola, tutti hanno dato il loro contributo al centro estivo supportando gli operatori e volontari fissi che si sono occupati delle varie attività del centro estivo.

Gioco, canto, attività creative hanno impegnato le mattinate dei bambini, ma non sono mancati momenti di preghiera, coadiuvati nelle ultime tre settimane dalla presenza di don Roberto D’Ammando , e momenti di riflessione sulla figura di San Francesco e su temi come la cura per l’ambiente, l’accoglienza dell’altro, il bene capace di generare bene, il pensare a che tipo di adulto voglio diventare.

Il centro estivo è stato anche occasione di collaborazione con realtà locali come ad esempio la banda di Borbona. Il maestro, insieme ad altri componenti della formazione, hanno dedicato i loro mercoledì mattina all’incontro con i bambini, trasmettendo loro la passione per la musica e per le realtà aggregative.

Altra importante presenza è stata quella di Mirko Rendina, giovane amatriciano, che per due volte alla settimana ha messo a disposizione la sua preparazione atletica per far divertire i bambini attraverso lo sport, il movimento e il rispetto delle regole, componente caratterizzante ed essenziale delle settimane passate insieme.

Non sono mancate uscite e visite verso mete locali come il santuario di Santa Maria del Monte e un agriturismo di Cittareale in compagnia degli asinelli, o meno vicine come il parco avventura di colle San Mauro e il santuario di Greccio, per conoscere meglio la figura di Francesco.

Come non ricordare l’incontro con l’associazione “Il Castagno” di Favischio, per la festa dell’albero, e il disegno realizzato su un grande telo con i colori della natura.

Sul territorio di Borbona sorge inoltre un’importante realtà, quella dell’Rsa San Raffaele, ed è lì che i bambini si sono recati, genitori al seguito, nel pomeriggio del 21 agosto, per vivere la celebrazione presieduta dal vescovo Domenico con la concelebrazione del parroco don Ernesto e animata dai canti che i bambini hanno imparato nelle settimane del centro estivo, insieme agli ospiti della struttura. Un momento dal clima familiare, emotivamente pregno di gioia per grandi e piccoli.

A seguire, presso i locali della ex scuola la cena per tutti organizzata e cucinata dagli educatori, alla presenza del sindaco di Borbona che ha auspicato il ripetersi dell’esperienza anche nei prossimi anni in collaborazione anche con le amministrazioni degli altri comuni interessati.

La serata si è conclusa con la visione di un video che racconta in alcuni scatti il percorso e la gioia di questi due mesi di attività con e per i bambini.

Foto di Daniele Amici.

Caritas Milano, durante l’estate 150 volontari ad Amatrice per giochi e animazione sulla cura del creato

Giochi e animazione sui temi del rapporto tra uomo e creato e la sostenibilità. In attesa che l’ex centro educativo don Minozzi ad Amatrice divenga la “La Casa del futuro” immaginata dall’architetto Stefano Boeri a partire dalla “Laudato si’”, i principi dell’enciclica ispirano in queste settimane i volontari che hanno aderito al campo estivo sostenuto da Caritas Ambrosiana, nell’ambito del gemellaggio tra la Caritas della diocesi di Rieti con le altre Caritas diocesane della Lombardia.

Gli animatori volontari, per lo più giovani, sono 150 e coprono, dandosi il cambio, fino alla riapertura delle scuole, tutta l’estate, la seconda dopo il sisma che ha devastato l’Appennino centrale. Divisi in gruppi da 10, ogni due settimane, vivono un’esperienza comunitaria al fianco delle famiglie, occupandosi, in particolare, dei più piccoli, bambini e adolescenti, che in queste settimane stanno trascorrendo nel paese in condizioni ancora di precarietà le vacanze estive.

I volontari condividono con i più piccoli momenti di gioco e di formazione che in una terra ancora profondamente ferita, hanno spesso al centro il tema della responsabilità nei confronti delle risorse naturali, cuore del progetto di rigenerazione urbana che prenderà avvio, proprio grazie ai fondi raccolti da Caritas Ambrosiana e delle altre Caritas diocesane lombarde, gemellate da ottobre del 2016 con il paese e le sue 30 frazioni e borghi sparsi.

«Quando iniziammo questo rapporto di aiuto – spiega il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti – il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, ci invitò a fare tre cose: stare accanto alle persone, promuovere le attività produttive e ricostruire il senso di identità».

«A due anni di distanza, stiamo tenendo fede all’impegno che ci eravamo presi», osserva Gualzetti, sottolineando che «mentre abbiamo cercato finanziamenti per sostenere il progetto di ricostruzione del centro comunitario che diventerà ‘La Casa del futuro’, abbiamo tenuto viva una nostra presenza costante lungo tutto questo periodo. Questa presenza si intensifica d’estate con l’apporto dei volontari, provenienti da tutta Italia».

Dal Sir

La Madonna Pellegrina ad Accumoli: «come una madre, è lei che raduna tutti attorno a sé»

Particolarmente grata la comunità accumolese, stremata dal dolore post sisma, dell’arrivo in paese della Madonna Pellegrina di Fatima. «Ringraziamo Maria perché ci ha dato la possibilità di ritrovarci tutti insieme», ha detto il vescovo Domenico, cogliendo un tratto essenziale della figura mariana: «come una madre, è lei che raduna tutti attorno a sé. Quando non c’è la madre, pure i rapporti tra i fratelli si affievoliscono. E chiusa la porta della casa della madre, spesso pure la relazione tra i figli meno».

Non a caso la prima comunità del reatino ad essere visitata dalla sacra effigie – copia della statua del santuario portoghese appositamente destinata ai “tour” spirituali nelle diocesi – è stata la parrocchia terremotata dei Santi Pietro e Lorenzo, ora ospitata nel Centro di comunità donato da Caritas proprio al centro del villaggio delle nuove casette Sae. Un evento dalla grande importanza spirituale, che ha riempito il cuore degli accumolesi di gratitudine e nuovi riferimenti per andare avanti: lasciando le terre colpite dalla furia della terra che trema, lo sguardo filiale di Maria di Fatima ha lasciato negli animi di queste genti una carica nuova di speranza per una rinascita dai dolori.

Un nuovo orizzonte al quale puntare ribadito da monsignor Pompili: «è Maria che ci mostra dove guardare: ho notato che quando la Madonna è uscito dalla chiesa tutti abbiamo avuto un sussulto. Perché incrociando il suo sguardo intuiamo che i suoi occhi sono orientati verso qualcosa di più grande: quello che serve a noi per ritrovare la luce. È un indice puntato verso Dio». Un’accoglienza semplice ma sentita quella riservata alla Madonna Pellegrina dalla popolazione, con i fedeli che hanno riempito la piccola chiesa prefabbricata e un coro eccezionale, che ha saputo intonare con grande emozione l’Ave Maria di Fatima. A seguire, la messa solenne concelebrata dal vescovo Domenico e dal parroco Don Stanislao Puzio, il quale ha voluto donare le corone del rosario a tutti i presenti.

«Vi consegno il rosario perché tutti noi possiamo sempre pregare attraverso il messaggio mariano che abbraccia tutto il mondo. Preghiamo perché questa terra può risorgere davvero solo se al centro dell’attenzione metteremo il Signore. Certamente, a livello materiale, il paesaggio che ci circonda resterà per qualche anno invariato: è importante dunque sfruttare questo tempo di attesa investendo nella nostra interiorità».

Interiorità che la Madonna Pellegrina ha alimentato, riscaldando cuori feriti: «Facciamo che questo ci accompagni nei giorni della nostra vita. Felici e di sofferenza. Dobbiamo guardare avanti, non guardare indietro ma sapendo che ciò che ci aspetta è davanti a noi», ha concluso il vescovo Domenico.

Solidarietà e musica: dal vicentino quasi 20 mila euro per Casa del Futuro

Saranno consegnati a breve i quasi 20 mila euro raccolti nel vicentino con il progetto “Un cd per la Casa del Futuro di Amatrice”, la struttura comunitaria voluta dalla Diocesi di Rieti che sarà il vero e proprio cuore pulsante della ricostruzione del paese reatino devastato dal terremoto del 24 agosto 2016.

Il “contributo” vicentino è frutto dell’impegno del cantautore berico Lorenzo Belluscio in sinergia con la Caritas Diocesana Vicentina: nel giro di poco più di un anno, attraverso eventi e attività di sensibilizzazione basate sulla sua passione per la musica e il canto, è riuscito a mettere insieme donazioni per ben 19.560,96 euro, che confluiranno nelle altre donazioni raccolte da enti e privati per sostenere la realizzazione della Casa del Futuro.

Il progetto “Un cd per la Casa del Futuro di Amatrice” nasce dal binomio musica e solidarietà. «Il nostro obiettivo – spiega Lorenzo Belluscio, che coltiva la passione per il canto fin da quando era bambino e che scrive e interpreta canzoni di ispirazione Cristiana – era raccogliere 10 mila euro: attraverso sette eventi, promosse dal 9 marzo 2017 ad oggi e con l’aiuto della Caritas Vicentina siamo arrivati a sfiorare il doppio di questo importo. In tutte queste iniziative alle persone che hanno devoluto un’offerta, di qualsiasi entità, abbiamo consegnato una password che permetteva di scaricare gratuitamente le canzoni del mio ultimo cd, Il Cielo è dentro noi».

«Come Caritas – aggiunge il direttore don Enrico Pajarin – abbiamo ritenuto questo progetto della chiesa sorella aretina molto importante e abbiamo quindi aggiunto altre offerte che erano finalizzate all’aiuto alle popolazioni terremotate, consentendo così il raddoppio della cifra».

La “Casa del Futuro” è il progetto più ambizioso della Chiesa di Rieti per le zone terremotate: sarà un centro pastorale nel quale accogliere i gruppi parrocchiali, gli scout, le famiglie. La nuova struttura verrà realizzata all’interno complesso dell’Istituto Don Minozzi, che sorge a pochi passi dal centro storico del paese.

L’area, infatti, è al centro di un importante accordo di programma stipulato dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, la Diocesi di Rieti, il Commissario per la Ricostruzione, Miur, Mibact, Regione Lazio e Comune di Amatrice e prevede il recupero sia dello storico istituto amatriciano che dell’intera area, andandovi a collocare non solo la “Casa del Futuro” – collegata tra l’altro anche ad un progetto di educazione ambientale per i giovani che vede coinvolte insieme la Diocesi e Slow Food – ma anche un Museo della Memoria, il Comune di Amatrice e un polo per la produzione agroalimentare.

L’insieme di questi interventi faranno del complesso uno snodo centrale per tutto il territorio coinvolto dal sisma. In questo contesto, la “Casa del Futuro” è stata pensata dalla Diocesi per richiamare giovani ad Amatrice da tutto il Paese in ragione del bellissimo contesto paesaggistico. L’ispirazione è quella dell’ecologia integrale cara a Papa Francesco.

La raccolta fondi vicentina in favore della “Casa del Futuro” si è basata in particolare su concerti nelle parrocchie e serate conviviali, attraverso le quali i ristoratori ed esercenti di Vicenza e dintorni hanno devoluto una percentuale di ogni scontrino al progetto in favore della popolazione colpita dal terremoto di due anni fa. A queste iniziative si sono poi aggiunte le donazioni di tante persone e imprenditori che hanno preso a cuore il progetto e le offerte devolute da Caritas Vicentina.

L’ultima iniziativa: la Jobs Cup. L’ultima proposta di sensibilizzazione in ordine di tempo a sostegno del progetto è stata un torneo di calcio organizzato dall’associazione culturale Liberi Pensatori, la Jobs Cup che si è tenuta lo scorso 22 aprile a Vicenza: un torneo di calcio a cinque tra dieci squadre composte da rappresentanti di diversi mestieri e professioni, il cui ricavato è stato devoluto in beneficenza. L’associazione culturale ha voluto così coniugare sport, altruismo e mondo dell’impresa.

«La cultura non passa solamente per la valorizzazione del territorio e la promozione delle sue eccellenze – afferma il presidente dell’associazione Francesco Poli – perché affinché i contenuti culturali attecchiscano e crescano in una comunità è necessario che essa si fondi su valori solidi di condivisione e partecipazione».

Il torneo è stato sostenuto da altrettanti imprenditori del territorio e il ricavato è stato considerevole: quasi tremila euro: 1.250 sono stati donati alla Fondazione San Bortolo di Vicenza , 1.500 euro sono stati raccolti e devoluti all’Associazione Diakonia, Onlus della Caritas di Vicenza, a supporto del progetto per Amatrice.

Il viaggio ad Amatrice che Belluscio effettuerà a breve con i suoi amici servirà non solo a consegnare le offerte alla Caritas Diocesana di Rieti, ma anche a verificare come procede la costruzione della Casa.

da www.tviweb.it

 

Una storia di rinascita. La lettera di Roberto

Ciao, sono Roberto Spurio e vengo da Amatrice. La mia esperienza ha inizio il 24 agosto 2016, quando un terremoto ha devastato buona parte dell’Italia centrale, spazzando via anche la nostra cittadina, provocando gravi perdite e danni ingenti. Ancora oggi proseguono le scosse e molte persone continuano ad aver paura e a sentirsi abbandonate, nonostante si trovino al sicuro nel container o nelle soluzioni abitative di emergenza.

Non nascondo che è stata veramente dura da quel giorno andare avanti. Io quella notte ho perso mia mamma, i miei nonni paterni, zii e amici; in più mio papà è stato ricoverato in ospedale, e mi è stato impossibile raggiungerlo, a causa della viabilità compromessa. Così, mi sono ritrovato da solo con mia sorella più piccola, gli altri nonni, la sorella di mia madre e i miei cugini, con cui abbiamo vissuto subito dopo questi fatti.

Vedendo la mia famiglia soffrire per tutte queste perdite, e non sapendo come aiutare, ho smesso di pensare a quello che era successo. Cercavo di stare vicino a tutti, nascondendo le mie emozioni dietro un “falso” sorriso. Ero consapevole di essere vivo per miracolo: ferito, mi ero tirato fuori da sotto le macerie da solo. Quella notte il mio corpo aveva agito per istinto, tanto da non farmi sentire il dolore. Con il tempo, quando la mia famiglia è tornata autonoma nelle piccole cose, il mio atteggiamento di negazione si è rivelato autodistruttivo. Prendendomi del tempo per pensare e uscire da casa – perché prima le ferite non mi permettevano di camminare a lungo- ho iniziato a realizzare ciò che era accaduto, a sentire e a capire i miei sentimenti. Il dolore e la sofferenza si erano trasformati in odio e rabbia, non volevo l’aiuto di nessuno, nemmeno della mia famiglia, perché non volevo che ricadessero nel dolore per causa mia.

Dopo un anno, facendo i miei bilanci, mi sono reso conto di essere cambiato in peggio. Ero diventato qualcuno che non avrei mai voluto essere: uno che non pensava più agli altri, ma solo a piangersi addosso. Vivevo tra il letto dei container e la scuola, non curandomi più di nulla, deluso anche dalla cattiveria che vedevo nelle persone. Intorno a me il tessuto sociale si era sfaldato: invece di unirsi per il bene del nostro paese, ognuno pensava per sé, infangando gli altri come poteva. Chiuso nella mia piccola realtà di Amatrice, avevo abbandonato i miei ideali, cadendo in un degrado interiore, senza più speranza nel mondo, nelle persone. Avevo perso anche la fede.

Poi, un giorno, è arrivato ad Amatrice, Uccio, un operatore della Caritas: questo ragazzo che neanche conoscevo veniva a svegliarmi nel container, m’invitava ad andare con gli altri ragazzi alla sede della Caritas. Per tutta l’estate del 2017, non ne ho mai voluto sapere nulla.

Mi ero chiuso in me stesso, e pensavo solo a me stesso, e al bene che potevo trarre, non curandomi di chi avevo intorno. Però, io non volevo essere così. Il comportamento di quel ragazzo che neanche mi conosceva mi attirava, per la sua gratuità nel volerci bene. Così, un giorno ho accettato. Nei locali della Caritas, ho ritrovato tutti i miei amici e anche tutti i volontari che erano arrivati sul posto. Grazie a Uccio, organizzando spesso attività per tutti i ragazzi, mi è tornata la voglia di fare, di amare e la speranza nelle persone. Dentro di me la luce si è riaccesa.

Quando, dopo un anno, di servizio, Uccio ha finito il suo periodo di volontariato, mi ha invitato ad andare a Matera, a casa sua. Lì, dopo tanto, ho trascorso quattro giorni di normalità, riuscendo ad allargare i miei orizzonti oltre i confini delle montagne della mia terra.

Tuttavia, continuavo a pensare a lui come ad un’eccezione tra i volontari…

Poi, verso la fine di dicembre del 2017 mi è arrivato un messaggio che diceva: «Ciao, sono Gas il 30 dicembre è il mio compleanno, festeggerò con una cena giù a Torrita. Fammi sapere se ci sei!». Come ho detto non ero solito legare con i volontari, ma quella volta, non so per quale motivo ci sono andato.

Gas, lo avevo visto solo poche volte, per giocare a calcetto con gli amici, era sempre accompagnato da una ragazza, Silvia, con cui non avevo mai parlato prima e che mi limitavo a salutare.

Quella sera, nei container a Torrita, dove erano ospitati i volontari, c’era tanta gente che non conoscevo, ma Gas me li ha presentati tutti, e io che di solito dimenticavo i nomi, quel giorno li ho fissati bene in mente, associandoli immediatamente ai volti. C’era un calore diverso nei container, sembrava di conoscersi da sempre, come se fossimo tutti amici di vecchia data. Questa cosa è continuata anche dopo, nel quotidiano. Grazie a queste persone, nel momento più buio della mia vita, la mia piccola fiamma, pian piano è diventata una luce in grado di illuminare anche altri. Mi hanno fatto capire molte cose e crescere a livello personale… in maniera spaventosa!

Ho capito cosa voglio davvero e, soprattutto, chi sono. Grazie al loro modo di essere, al loro coraggio, ai loro ideali e ai loro sorrisi, ho ritrovato me stesso. Prima di partire per Matera, ho approfittato per fare tappa a Roma, e passare un po’ di tempo con alcuni di loro. In quei giorni ho conosciuto tanta altra gente e ho capito che fuori c’era ancora vita, che anche se si è in pochi, si inizia sempre a contare da uno per arrivare a grandi numeri, e che io avevo la possibilità di essere quell’uno e non potevo negarlo al mio paese.

Nel frattempo, ho ritrovato anche la fede, nel senso che l’ho rinnovata. Non potevo più negare la Sua esistenza, ora che avevo conosciuto questi ragazzi. Così, ho riacquistato la serenità e la tranquillità di una volta, e mi sento di nuovo pronto ad affrontare la vita con il sorriso, consapevole che non sarò mai più solo.

A queste splendide persone sarò per sempre grato, per la luce che hanno acceso lungo la mia strada quando tutto era buio, per le risate e la forza che mi hanno dato, per la sincerità dei loro abbracci e parole, per il calore della loro amicizia e dei loro sguardi, per il semplice fatto di aver lasciato i loro doveri e piaceri ed essere partiti. A tutti loro, devo un grazie immenso perché se ho ritrovato la sincerità del mio sorriso è grazie a quello che fanno ogni singolo giorno.

Ora sono una persona rinata, e grazie a loro oggi posso dire: «Ecco, questo è Roberto».

Basta piangersi addosso, il passato ormai è andato, e aspettare il domani per agire è troppo tardi, bisogna vivere oggi e farlo al meglio. Ora più che mai voglio viaggiare e conoscere nuove persone, punti di vista, città e culture, portando aiuto a chi ne ha bisogno. Mi sono ritrovato nei piccoli viaggi e voglio crescere nei grandi, portando ovunque io vada belle esperienze, amore e sorrisi.

Chiedilo a loro: le storie del sisma nello spot dell’8×1000

«Dobbiamo avere soltanto coraggio, non pensare che noi siamo le vittime, perché le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Sono circa quattro milioni di euro gli investimenti che la diocesi di Rieti ha portato avanti sotto forma di interventi nei comuni colpiti dal terremoto grazie ai fondi dell’8×1000 alla Chiesa cattolica: ogni genere di aiuti singoli alle persone, ma anche costruzione di Centri di comunità; il più recente, inaugurato a febbraio, è quello di Cittareale, ma non sarà l’ultimo.

Lo slogan «Chiedilo a loro» della campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica, dunque, dalle nostre parti si riempie di senso e concretezza. Tra i video e le foto promozionali da poco in circolazione, infatti, ci sono quelli realizzati nei luoghi della diocesi più duramente colpiti dal terremoto. Le scosse di questi ultimi giorni nel Maceratese, avvertite bene anche a Rieti, ci dicono che il fenomeno è tutt’altro che superato. E ogni volta sembra di tornare indietro, al 24 agosto del 2016.

«Il 24 mattina ho aperto gli occhi e la prima idea che ho avuto è stata: “Mi hai dato una vita serena, tranquilla, felice, adesso mi stai levando tutto”. Ero sicuro che casa veniva giù. Centoventi secondi di terremoto e alla fine la casa era rimasta miracolosamente in piedi. Non c’è stato spazio per la felicità, perché subito il pensiero è andato ai figli nella stanza accanto che non piangevano. C’era qualcosa che non andava. E perciò mi sono precipitato verso la stanza vicino. Solo che la disposizione di casa non era più la stessa, e così non riuscivo a raggiungere la camera. Ho passato qualche minuto di disperazione, fin quando ho ritrovato entrambi vivi e lesi. Sono uscito da una finestra, lanciando i figli a 5 metri di distanza a un mio amico. Sono uscito fuori e ho visto due tetti di due palazzine confinanti alla mia abitazione completamente a terra. Sapevo che c’erano tante persone lì. Mi si sono piegate le ginocchia. Ho pensato: se il cemento armato è andato giù in questa maniera, il paese dietro di me non esiste più. Sono andato di corsa a vedere. Mentre passavo ho sentito urla, ho parlato con persone che dopo scosse successive sono risultate morte sotto a due o tre metri di macerie. Una persona ha portato a casa tutti i cari in quella notte. Con poca sensibilità veniva da pensare di essere stati fortunati, perché per altri non è così. Dentro comincia una battaglia, vorresti essere felice, ma non puoi perché intorno a te c’è solo disperazione».

Il racconto è quello di Gaetano, che insieme ad altre famiglie, dopo il terremoto ad Amatrice, ha trovato un aiuto per ricominciare grazie alle risorse dell’8×1000 e alla Caritas. Questa volta non si tratta di spot su luoghi fuori mano, né può venirci il dubbio di trovarci davanti ad attori. Il «Chiedilo a loro» questa volta è prossimo e concreto, e insieme al rovesciamento delle case disvela un possibile e positivo rovesciamento di prospettive.

«Quando uno vive una vita normale – racconta Gaetano – nei rapporti di tutti i giorni sente un egoismo diffuso: le persone pensano solo a se stesse, anche gli amici e i conoscenti. Dopo questo evento catastrofico, da quando siamo entrati nelle tende, abbiamo visto una solidarietà tra le persone che non conoscevo e non comprendevo. Lì sono arrivate delle persone che mi hanno detto: “Noi ti diamo una mano vera. A te e ai tuoi bambini ti mettiamo sotto un tetto in breve tempo”. Il tre ottobre è arrivata la Caritas, con le sue persone e ci ha fatto questo regalo. Quando avviene un aiuto del genere, non è solo personale: crea una catena di solidarietà. Più persone si riescono a sistemare, più quelle persone vanno loro stesse ad aiutare. Così è successo, mi hanno dato lavoro, ho cominciato ad assumere persone, queste persone si sono identificate in una causa, lavorando giorno e notte, e abbiamo cominciato a portare aiuto ad altre persone. Dobbiamo avere soltanto coraggio, forza, determinazione e non pensare che noi siamo le vittime, Le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Un qualcosa in più che la Chiesa aiuta a esprimere grazie a una firma sulla dichiarazione dei redditi che non toglie nulla a nessuno, ma si configura come un dono che genera condivisione e reciprocità.

Nelle Sae guardando al futuro di figli e nipoti. La storia di Nuvoletta

Non si ferma la ricognizione dei bisogni dei residenti nei comuni colpiti dal terremoto. Gli operatori della Caritas portano avanti sul territorio un’attenta opera di ascolto. Anche nelle aree Sae (Soluzione abitativa in emergenza), come quella della frazione amatriciana di Retrosi, dove vive Nuvoletta, una signora di circa 70 anni. Le è stata assegnata una casetta delle quattordici messe a disposizione delle famiglie che nella notte del 24 agosto hanno perso la propria abitazione. Ottanta metri quadrati in tutto, da dividere con la sorella, il cognato e i due nipoti.

«Ringraziando il Signore ci siamo salvati tutti», dice davanti ad un caffè, visibilmente commossa: «ci siamo arrangiati in cinque in un piccolo container, cercando più o meno di vivere come prima, senza abbandonare le tradizioni e la quotidianità che eravamo abituati a vivere, sempre e comunque tutti insieme».

La famiglia ha aspettato l’arrivo della Sae per più di un anno, ma «paragonandola al container dove ci eravamo sistemati sembra un castello». Anche se «non è il nostro tipo di casa: le Sae sembrano più adatte per il mare che per la montagna, o almeno per noi paesani. Ci manca il camino che tutti avevamo in casa, e soprattutto ci mancano le nostre cantine, dove mettevamo le nostre caciotte e dove ognuno di noi, rientrando dalla campagna, lasciava i suoi stivali».

È uno stato d’animo comprensibile quello di Nuvoletta, costretta ad abituarsi a una casa che sente sua: «mi sento in una casa, non a casa, non la mia; ci sembra di stare in vacanza, una vacanza che nessuno sa dirci quanto dura. Le chiamano soluzioni abitative di emergenza, per noi sono soluzioni abitative eterne».

Una considerazione dura, che richiede una pausa. Poi il pensiero torna a rivolgersi al futuro, soprattutto quello dei più giovani, dei nipoti che si ritrovano in un territorio devastato: «auguro loro la migliore delle vite – spiega – ma mi domando se, volendosi sposare, come coppia potranno mai avere una loro casa. La potranno costruire?».

Dubbi legittimi, di chi ha ha penso nel sisma ogni certezza, ogni riferimento, ma nonostante lo spavento continua a sperare per il meglio. Come lei molti altri anziani vivono nella consapevolezza di non poter vedere ricostruito il borgo tanto amato, certamente non com’era prima della notte terribile in cui la terra ha tremato. E tutti condividono le stesse ansie sul futuro dei figli e dei nipoti, ai quali è affidata la scommessa sul futuro di una terra bella e a suo modo generosa, ma anche difficile.

Caritas diocesana in azione per fronteggiare l’emergenza gelo

Le zone del cratere, già minate dalle tante difficoltà post terremoto, si sono trovate ad affrontare l’eccezionale morsa del vento gelido siberiano Burian.

Nella notte tra domenica e lunedì una copiosa nevicata ha ricoperto Cittareale, Amatrice, Accumoli e molti comuni limitrofi causando disagi, fortunatamente limitati, alle popolazioni.

Gli operatori della Caritas diocesana sono entrati subito in azione per sopperire alle difficoltà delle persone.

«Abbiamo immediatamente attivato un tavolo di coordinamento – dichiara il direttore don Fabrizio Borrello – per l’emergenza neve ma anche per altre tipologie di emergenze correlate. I nostri operatori si sono messi in contatto telefonicamente con gli abitanti del cratere, dando priorità alle persone attenzionate, che sappiamo essere particolarmente fragili e bisognose di assistenza materiale o psicologica. Questa prima fase ci ha permesso di comprendere le esigenze della popolazione ed eventualmente di raggiungere personalmente gli utenti e portare aiuto nei modi più appropriati. La giornata tuttavia è stata abbastanza tranquilla per via della poca neve accumulata. Per i prossimi giorni ci sarà da monitorare il problema ghiaccio».

Il centro Caritas di Amatrice resterà regolarmente fin dal primo mattino per accogliere le richieste degli ospiti che vi fanno riferimento.

Il Cardinale Montenegro sui luoghi del terremoto: «Le storie degli uomini vanno ricostruite come le case»

La mattina del 20 febbraio, il cardinale Montenegro, presidente di Caritas italiana, si è recato sui luoghi della diocesi di Rieti colpiti dallo sciame sismico iniziato con la prima terribile scossa del 24 agosto 2016. Accompagnato dal vescovo Domenico e dal direttore della Caritas diocesana, don Fabrizio Borrello, il cardinale ha potuto verificare gli interventi e i progressi compiuti anche grazie all’intervento della Chiesa in situazioni di notevole difficoltà.

Nato a Messina e arcivescovo di Agrigento, il presidente di Caritas italiana proviene da terre dove i i terremoti sono di casa, e dunque conosce bene anche le problematiche della ricostruzione. Così, rivolgendosi al personale e ai volontari nel Centro Caritas realizzato ad Amatrice, li ha voluti ringraziare di essere persone «che si mettono lungo la strada per accompagnare chi si sente ferito, chi perde la speranza». Un’«arte dell’accompagnamento», ha spiegato, che è propria della Chiesa, «madre nel momento del bisogno e non solo».

A tutti, e in particolare ai più giovani, il cardinale Montenegro ha poi rivolto l’invito a non stancarsi: «di fronte alle difficoltà, la tentazione di dire basta, non ce la faccio, è sempre grande. Nel vostro cuore sappiate mettere sempre il motivo per cui bisogna continuare. Bisogna, insieme alla gente, guardare avanti e non è facile», ha aggiunto, esortando a trovare la forza nel Signore e nel Vangelo.

Poi l’invito a mantenere le radici, a non dimenticare ciò che è stato: «Questa gente ha bisogno di ricordare che prima c’era una vita: si possono fare delle scelte nelle quali l’importante è oggi, ma se l’oggi non è legato a ieri e non guarda a domani, passa in fretta e poi non si sa dove guardare. Le storie degli uomini vanno ricostruite come le case: sentitevi tutti impegnati su questo».

Tra gli altri luoghi visitati dal cardinale Montenegro c’è stato il Centro di comunità inaugurato pochi giorni fa a Cittareale dal vescovo Domenico alla presenza del direttore di Caritas italiana, don Francesco Soddu. La struttura, insieme alle altre realizzate nelle frazioni dei Comuni compresi nel cratere del sisma, è stata pensata per permettere alla popolazione di tornare, per quanto possibile, alla normalità.

Avviato il nuovo Centro di Comunità a Cittareale: «l’unico modo per rispodere ai bisogni è stare con la gente»

Dopo i numerosi interventi effettuati dalla Caritas nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, è stato inaugurato un nuovo centro di comunità nel comune di Cittareale. Alla cerimonia erano erano presenti il vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, il vicario della Zona pastorale don Ferruccio Bellegante, il direttore della Caritas di Rieti don Fabrizio Borrello e il direttore della Caritas Italiana don Francesco Soddu, che ha sottolineato quanto importante e determinato sia il lavoro che Caritas svolge nel territorio. «Il nostro impegno è stare nel posto, abitare la terra, cercando di rispondere all’interrogativo su come risolvere la situazione – ha spiegato don Soddu – e l’unico modo per poterlo fare è stare con la gente, capendo quelle che sono le necessità del territorio, che sono anche le nozioni giuste per essere un buon operatore Caritas». Presenti anche gli “Ex allievi e amici di Don Bosco Ispettoria Salesiana Nord Est” che hanno dato un contribuito anche loro per l’opera.

La struttura è stata creata per offrire alla comunità un luogo socio-pastorale i cui ampi saloni verranno messi a disposizione delle persone per promuovere attività sociali, culturali, pastorali e ricreative. Nel presiedere la Santa Messa, il vescovo Domenico ha specificato l’importanza di questi centri di Comunità come segno di speranza e aggregazione per il futuro.

Il Centro di Comunità è costituito da due corpi, sviluppati su un solo piano. Il primo è il centro di comunità vero e proprio, formato da una grande sala che ospiterà le attività sopra elencate e la Santa Messa. Il secondo è una foresteria con 3 camere singole, completate da un soggiorno-sala da pranzo che – ha spiegato il vescovo – verrà utilizzata per ospitare i giovani delle scuole di tutta Italia che vorranno frequentare il territorio per animare la comunità.

«C’è bisogno che ci diamo una mano insieme – ha detto il vescovo Domenico – questa sala è solo uno strumento. Il luogo che rende possibile l’incontro. Poi siamo noi che dobbiamo essere capaci di vedere l’orizzonte per tutti. Grazie al Signore dobbiamo crescere in questo senso di maggiore coesione».

«Oggi è un giorno importante – ha detto il sindaco di Cittareale Francesco Nelligiunge a compimento un’opera fortemente voluta dalla Diocesi di Rieti e dalla Caritas che in questo modo continuano ad esserci ancora più vicini come successo già in questi mesi. Questo centro sarà un prezioso supporto per le attività della nostra comunità ed un punto di riferimento religioso importante per il nostro comune. Non posso che ringraziare il vescovo Domenico che è stato sempre vicino alla popolazione di Cittareale».