Casa Futuro, il 15 ottobre la posa della prima pietra

Venerdì 15 ottobre 2021 alle ore 10, ad Amatrice, avrà luogo la cerimonia di posa della prima pietra di Casa Futuro.

Prenderà così il via uno dei più impegnativi progetti di ricostruzione privata nelle zone colpite dal terremoto dell’agosto 2016.

Alla cerimonia saranno presenti il vescovo Domenico, don Savino D’Amelio, Superiore Generale della Famiglia dei Discepoli di Don Minozzi e don Michele Celiberti, presidente dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia.

Saranno inoltre presenti il Commissario Straordinario Ricostruzione Sisma 2016 Giovanni Legnini, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi e i rappresentanti delle istituzioni locali.

Il cantiere è stato consegnato lo scorso 27 settembre alle imprese che si sono aggiudicate i lavori in seguito alla procedura negoziata di selezione disposta dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia con il supporto della diocesi di Rieti.

Sono state invitate a partecipare alla selezione realtà imprenditoriali dalla certificata capacità di affrontare la mole e la complessità dei lavori.

Avvenuta su invito, la procedura si è svolta seguendo criteri di trasparenza. Si è aggiudicato l’appalto il raggruppamento che ha garantito le condizioni economiche più vantaggiose e dimostrato di avere i requisiti organizzativi e tecnici necessari all’esecuzione di tutte le attività richieste dall’appalto. Particolare cura e attenzione è stata rivolta dal committente ai temi delle condizioni di lavoro e della sicurezza, che sono stati decisivi nella scelta finale dell’operatore.

Per l’esecuzione dei lavori l’Ufficio speciale per la ricostruzione del Lazio ha emesso un decreto di contributo di quarantotto milioni di euro. Il progetto porta la firma dell’architetto Stefano Boeri, che sarà presente alla cerimonia.

«Superata la lunga e complessa fase della progettazione – spiega il vescovo Domenico – guardiamo l’avvio del cantiere come una spinta alla rinascita delle terre colpite dal terremoto. Casa Futuro garantirà spazi per i giovani, servirà alla formazione e allo studio e sarà utile per valorizzare le risorse del territorio legate alla produzione agroalimentare, ospiterà funzioni di carattere amministrativo e sociale e tornerà ad essere la casa madre dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Un complesso di funzioni che la mano dell’architetto Boeri, guidata dall’idea dell’ecologia integrale espressa da papa Francesco, ha organizzato in quattro corti tenendo insieme i piani della contemplazione e dell’azione».

“Ai piedi della Laga” tra memoria e futuro: folla a Rieti per la presentazione del volume Fondazione Varrone – Electa

Pubblico in piedi durante la presentazione e pazientemente in fila poi per Ai piedi della Laga, il volume Fondazione Varrone-Electa presentato mercoledì pomeriggio nella ex Chiesa di San Giorgio a Rieti e dedicato alla storia e alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli recuperate dopo il sisma.

Un lavoro a più mani, curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice e con il coordinamento editoriale di Giuseppe Cassio, che offre uno sguardo d’insieme al patrimonio culturale reatino ferito dal terremoto del 2016, a cavallo tra memoria e futuro. “Lavoriamo per le comunità colpite dal terremoto, perché non venga meno il collante che ancora le tiene ancorate a quei borghi ossia la cultura e le tradizioni e perché non cali l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto a una ricostruzione che tarda a partire” ha detto il presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio annunciando l’imminente apertura di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e in primavera una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli.

Un’attenzione e un impegno necessari visti i ritardi e le difficoltà che vivono quei paesi, hanno rimarcato il vice sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e il consigliere comunale di Amatrice Alessio Serafini. Molto atteso l’intervento dell’architetto Stefano Boeri, impegnato nella progettazione della Casa del Futuro che la Diocesi di Rieti vuole realizzare nell’area del Don Minozzi di Amatrice: «Subito dopo il sisma si disse ricostruiremo dov’era e com’era. Niente di più fuorviante. Parliamo di paesi che soffrivano lo spopolamento e l’isolamento già prima del terremoto. E comunque non può essere l’affanno dell’identico a muoverci ma piuttosto dell’autentico – ha detto Boeri – Dobbiamo piuttosto sforzarci di ricostruire in modo autentico paesi e spazi in grado di rappresentare davvero luoghi di incontro, di vita, di lavoro per i giovani, in una relazione forte con l’ambiente e la natura». Un elemento, quello dell’ambiente e della natura, che il libro coglie sin dal titolo.

«Ai piedi della Laga vuol essere un omaggio quasi sacrale alla montagna che domina quei territori – ha detto Paola Refice – Nel libro raccontiamo le memorie, l’arte e la devozione del passato ma offriamo spunti meditati di riflessione anche per il futuro, perché noi crediamo che dalle rovine si possa tornare alla luce».

Paolo Iannelli ha rimarcato il grande lavoro di recupero fatto dal Mibact in tutte le sue articolazioni territoriali in una situazione di grande difficoltà e complessità: «Se abbiamo accettato la proposta della Fondazione di avviare insieme restauri e valorizzazione delle opere salvate è perché in un’operazione lunga e difficile come quella della restituzione dei beni culturali alle comunità la collaborazione tra soggetti pubblici e privati è fondamentale. Ed è importante anche che non cali l’attenzione, che questi processi vengano socializzati».

Giuseppe Cassio ha inquadrato il libro in una più ampia biblioteca dedicata ad Amatrice, a partire dal volume Electa che la Fondazione Varrone contribuì a pubblicare nel 2015 e i due libri, Rinascite, usciti dopo il sisma nel 2017 e 2018 e dedicati alle opere d’arte e al patrimonio artistico colpito dal terremoto. «Con questo libro facciamo un altro passo avanti, offrendo al lettore ottimi spunti non solo per aggiornare la ricerca storica ma anche per immaginare un futuro per questi paesi».

«Le terre amatriciane sono sempre state, nella storia, terre di passaggio e di incontro, e la Salaria un’arteria di comunicazione fondamentale – ha detto il vescovo Domenico Pompili tirando le conclusioni – A me più che di ricostruzione piace parlare di rigenerazione, e a riguardo non possiamo non considerare la necessità di infrastrutture all’altezza dei tempi. Altro elemento essenziale per riedificare Amatrice è la sua identità culturale che fa tutt’uno con l’impianto urbanistico. E se è impensabile riedificare tutto in un baleno è però necessario avviare un progetto che, fissando delle priorità, sappia nel tempo restituire il patrimonio artistico di questa terra. Magari garantendo l’integrazione tra il paesaggio ambientale e quello economico e sociale».

Duecento le copie del volume distribuite dopo la presentazione al pubblico presente.

Il libro sarà in vendita nelle librerie Mondadori-Electa in tutta Italia e on line dal 14 gennaio. Fino a quella data sarà possibile chiederne una copia in omaggio scrivendo a: [email protected]

Meeting Rimini, architetto Boeri: «Attendiamo autorizzazioni per costruire la Casa del Futuro»

«Un progetto importante di cui sentiamo tutta la responsabilità. Siamo pronti, abbiamo già studiato i materiali e attendiamo le autorizzazioni»: dal Meeting di Rimini l’architetto Stefano Boeri parla al Sir del progetto “La Casa del futuro” che la diocesi di Rieti intende costruire nell’area del “Don Minozzi”, come «azione di rigenerazione post-sisma».

A tre anni dal sisma del 24 agosto 2016 «questo appare come l’unico progetto concreto di ricostruzione» ha detto Boeri. L’architetto ha fugato dubbi circa eventuali lungaggini burocratiche dicendosi «ottimista per la realizzazione dell’opera che dovrebbe vedere la luce nel 2024. Abbiamo costruito il Polo del Food in sette mesi e abbiamo visto che quando c’è la volontà di muoversi insieme c’è tanta di quella energia che si spostano anche le montagne. Dopo tre anni di terremoto abbiamo bisogno di concretezza».

Il progetto della Casa del Futuro è stato illustrato lo scorso 17 agosto ad Amatrice durante la celebrazione dei 100 anni dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia voluta dal servo di Dio don Giovanni Minozzi. In quella occasione il vescovo di Rieti ha ribadito che «la Casa del futuro che vuol segnare prospettive di ripartenza per la cittadina terremotata di Amatrice».

Il progetto di Casa del Futuro vede insieme Curia, Comune, Regione, Famiglia dei Discepoli, Mibac e Miur.

Dal Sir.

Cento anni dell’Opera, il vescovo: «Casa del Futuro, un cronoprogramma serrato ma realistico»

Intervenuto ad Amatrice per il centenario dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, il vescovo Domenico ha rimarcato il carisma e la grande esperienza di carità di padre Giovanni Minozzi, amatriciano di origine. «Veniamo da una grande storia che è stata fatta da un cuore grande, che non solo non è stato passivo ma al suo tempo ha vissuto con forte empatia la condizione dei militari prima e degli orfani poi e ha dato vita a una straordinaria esperienza educativa», ha detto monsignor Pompili.

Un sentimento

«Il sentimento da cui dobbiamo partire è questo, cioè il sentimento di una forte passione educativa per le persone, perché senza questo traino affettivo tutto il resto diventa assolutamente complicato e probabilmente anche impossibile da realizzare». Una personalità carismatica quella del sacerdote originario della frazione Preta, leggendo la cui storia lo stesso vescovo si è emozionato rimanendone affascinato: un uomo che ha «saputo vivere perfettamente dentro il suo tempo, ma dando una spinta che sapeva andare oltre quelle che erano le difficoltà». Era il periodo dopo la grande guerra, una vera carnefina che uccise generazioni di persone del sud e del centro Italia, «e don Minozzi che aveva sperimentato questa tragedia seppe creare le condizioni perché quegli stessi figli di coloro che aveva incontrato nelle trincee, avessero una prospettiva, non fu la sua solo un accoglienza, fu anche educazione, fu anche avviamento alla professione».

Un sentimento che secondo monsignor Pompili deve essere alla base di quello che deve muovere la ricostruzione ad Amatrice, a partire dall’idea di fondo della Casa del Futuro, «fare in modo che quanto un secolo fa è partito qui dopo i fatti del 2016 non vada disperso ma abbia la possibilità di essere ripensato, perché la storia va avanti, non si torna certo indietro, e c’è la necessità di riprodurre non l’identico ma semmai l’autentico, cercando di ritrovare lo spirito delle origini e questa idea è partita praticamente subito».

Un’idea

Un progetto delineato praticamente subito dopo il sisma, che venne presentato nelle sue linee di base proprio ad Amatrice nel gelido gennaio 2017, quando tantissimi giovani si riunirono sotto la tensostruttura allestita per il Meeting dei Giovani della Chiesa di Rieti, nonostante la neve e le temnperature rigidissime. «Lì, per la prima volta – dice il vescovo – presentammo l’idea della Casa del Futuro, abbiamo sentito di quali e quante dimensioni era fatta la serie dei padiglioni, abbiamo pensato a come trasmettere e divulgare nel futuro l’idea formativa del passato».

Un progetto ambizioso, dalla grande portata, complicato sia nella realizzazione burocratica che in quella progettuale. Senza dimenticare passione e affettività. «Dobbiamo avere forte passione educativa per le persone: senza questo traino affettivo tutto diventa complicato e impossibile da realizzare», ha detto il vescovo a chiusura del convegno, prima di passare alla sede del MuDA per l’inaugurazione della mostra fotografica dedicata all’esperienza dell’Onpmi.

Un’immagine

Illustrando il cronoprogramma dei lavori, Pompili ha ribadito «che la ricostruzione non si improvvisa, ha i suoi tempi. E abbiamo cercato di fare un cronoprogramma rigoroso ma non irrealistico. Non promettendo che domattina tutto sarà fatto: chi dice questo ci sta ingannando! Per ricostruire ci vuole del tempo, ci vuole una procedura con cui confrontarci. E richiede anche tanta pazienza, la voglia di lasciare tutto all’aria è incombente». Dunque, per agire «occorre che ci siano anche dei tempi, che non sono però relativi, perché decidono di ciò che sarà: se si allungano oltremodo non ci sarà questa possibilità».

Per Casa Futuro la data prevista per fine lavori è agosto 2024. «Si tratta di demolire e ricostruire un’area così vasta e significativa. Per dare a quello che abbiamo avviato ad Amatrice una continuità nel tempo».

Cento anni per l’Opera di don Minozzi, “Casa del Futuro”: demolire e ricostruire senza dimenticare lo spirito originario

La Casa del Futuro che la Chiesa di Rieti intende costruire nell’area del “Don Minozzi”, come azione di rigenerazione post-sisma, è stata al centro degli interventi sul futuro dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, durante il convegno svolto il 17 agosto ad Amatrice in occasione dei 100 anni dalla fondazione dell’istituto.

La vasta area dell’Opera Don Minozzi – 500 metri quadri con una trentina di edifici – chiede di essere ripensata, nella ricostruzione, come un qualcosa di nuovo senza tradire l’ideale delle origini. Di qui l’ambizioso progetto di Casa del Futuro, che il vescovo Pompili, in seguito al protocollo d’intesa che ha messo insieme Curia, Comune, Regione, Famiglia dei Discepoli, Mibac e Miur, ha affidato all’estro dell’architetto Stefano Boeri. In rappresentanza dello studio di quest’ultimo, è intervenuto al convegno l’architetto Corrado Longa per presentare l’idea che tra qualche anno si spera possa trovare realizzazione.

L’ideatore del vasto complesso, Stefano Foschini, uno dei più grandi architetti della prima metà del Novecento, lo aveva pensato come «una cittadella, dove c’era una complessità di funzioni che sono state reinterpetati all’interno di una visione progettuale», ha spiegato Longa. I danni del terremoto hanno portato alcuni edifici ad essere già demoliti; quelli superstiti, seriamente compromessi, sono destinati anch’essi alla demolizione, «pur senza rinnegare lo spirito originario». Casa del Futuro si prospetta dunque come «un complesso di edifici e di spazi aperti, pensato per essere aperto alla città di Amatrice e reinterpretato nelle sue funzioni», con la dovuta attenzione «all’inserimento ambientale, alla sostenibilità ma soprattutto all’efficienza sismica». Il progetto si articola in quattro corti principali: una destinata a funzioni amministrative, dove troverà spazio la sede amatriciana del Museo diocesano e vi si ipotizza la collocazione anche del Municipio e della Polizia Stradale. La corte centrale, detta “del silenzio”, costituirà la sede dell’Opnmi e vi si ricollocherà la casa di riposo per anziani. Nella zona della chiesa, la terza corte da destinare all’accoglienza dei giovani, mentre la quarta corte si caratterizzerà per «spazi formativi, legati ai laboratori, al territorio, allo sviluppo della formazione dei giovani».

Ad Amatrice le celebrazioni per il centesimo dell’Opera, tra la forza del passato e la tenacia verso il futuro

Il centesimo compleanno dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia non poteva che essere celebrato ad Amatrice: è qui, nella sua terra natale, infatti, che il servo di Dio Giovanni Minozzi diede inizio a quell’avventura di carità che, all’indomani della Grande Guerra, iniziò a esprimere la sollecitudine pastorale verso le povertà delle popolazioni italiane in particolare del centro-sud. E sul tema “Amatrice e l’Opera: cento anni di presenza tra progetti, timori e speranze” si è svolto, subito dopo la festa dell’Assunta (giorno in cui nel 1919 nacque l’Onpmi), il convegno celebrativo. Un evento articolato tra memoria, attualità e profezia: oltre a ripercorrere la storia della creatura minozziana, ci si è soffermati sull’attuale utilizzo dell’area nell’emergenza del sisma e sul progetto di realizzare in essa la Casa del futuro che vuol segnare prospettive di ripartenza per la cittadina terremotata.

Nello spazio convegni del Polo del gusto sito di Villa San Cipriano, sul maxischermo scorrevano le immagini dei luoghi dell’Opera: l’istituto femminile minozziano – il primo a sorgere ad Amatrice, sbriciolatosi nella terribile notte del 24 agosto di tre anni fa provocando anche vittime tra suore e anziane ospiti – e dell’ampio complesso dell’istituto maschile – dove i padri e gli anziani ricoverati riuscirono a mettersi in salvo – seriamente seriamente danneggiato dalle scosse e destinato a diventare qualcosa di significativo. E insieme – nel pomeriggio moderato dalla giornalista del Tgr Rai Isabella Di Chio e allietato negli intermezzi musicali dalle fisarmoniche di Olimpia Greco e Riccardo Sanna – varie immagini che richiamano il dipanarsi del carisma di padre Minozzi, a partire dalla sua esperienza accanto ai soldati nella Prima guerra mondiale.

Il saluto di don Savino

Carisma che portano avanti le congregazioni religiose da lui fondate, i cui rappresentanti hanno aperto il convegno. A portare il saluto del consiglio generale della Famiglia dei Discepoli il superiore don Savino D’Amelio, fino a poco tempo fa parroco ad Amatrice. Un minuto di silenzio per il grave lutto che ha colpito la congregazione maschile con l’improvvisa morte di don Antonio Giura, per 13 anni segretario generale Onpmi e poi per altri 12 consigliere delegato. Don Savino ha richiamato il significato del convegno: «non un momento di autocompiacimento né autoreferenziale, ma di ringraziamento a Dio che attraverso i fondatori e tutte le persone che a vario titolo hanno operato in questo campo in questi cento anni», volgendo lo sguardo grato al passato ma anche proiettandosi verso il futuro «che vuol essere sempre più prossimo quale segno di solidarietà concreta verso il territorio».

Il saluto delle Ancelle

Per la congregazione femminile, è toccato alla vicaria generale delle Ancelle del Signore, suor Margherita Paolucci, porgere il saluto che, a partire dalle parole che padre Minozzi rivolse alla fondatrice delle suore, madre Maria Valenti, in una lettera inviata mentre si trovava in viaggio missionario a New York: un programma tracciato per le religiose, che per gli amatriciani sono state in tanti anni un punto di riferimento con «gesti di accoglienza, di preghiera, di generosità reciproca», e l’auspicio delle Ancelle è che «la nostra presenza ad Amatrice possa diventare in futuro sempre più concreta e idonea».

L’esperienza della guerra: l’intervento di don Bruno Bignami

L’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, uscita dalla creatività di Minozzi in tandem con il barnabita padre Giovanni Semeria, non si comprende senza il retroterra della tragica esperienza vissuta dai due sacerdoti negli anni della Grande Guerra, con la creazione delle “Case del soldato”. Una scommessa di carità le cui direttrici ha ripercorso l’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale sociale della Cei. Carità intesa come condivisione totale unendola all’educazione: sensibilità che Minozzi e Semeria maturarono dai tempi in cui erano cappellani militari al fronte. Leggendo il diario di guerra del prete nativo di Preta di Amatrice, emerge «che lui è uno dei pochi a mettere in luce il tema della inutilità della guerra, che poi Benedetto XV riprenderà. Nota subito che c’è qualcosa che non va e non nasconde le gravi carenze dell’esercito italiano, la sua disorganizzazione, addirittura scrive anche della incapacità di alcuni quadri dirigente».
Già alla vigilia della disfatta di Caporetto, ha evidenziato Bignami, Minozzi «si accorge che la situazione è sfuggita di mano e chi ha le responsabilità non è all’altezza, non è in grado di gestire. Questo il presupposto per far nascere le “Case del soldato”, anticipate da un’istituzione, la “sala ritrovo”, a Calalzo di Cadore. Di fronte a un degrado umano offre una risposta: presente una bibliotechina, offrire cultura a questi giovani. Di qui un’esperienza che si allarga sempre di più, dal Cadore si estendono a macchia d’olio e nel 1915 giungono alle “Case del soldato”».
Dietro c’era la preoccupazione «di offrire un riparo dal punto di vista etico, umano, ma anche luogo in cui formare le persone: uno spazio non semplicemente ricreativo, ma educativo». Un’esperienza – nell’ultimo anno di guerra si contavano in tutto il Nord Italia oltre quaranta Case del soldato – che non poteva chiudersi con la fine del conflitto: proprio il dopoguerra mostrava la necessità di un intervento che Semeria (orfano di guerra lui stesso, avendo perduto il papà nella guerra del 1866) e Minozzi espressero nell’attenzione al Meridione d’Italia: attenzione, ha spiegato il relatore, che era «soprattutto alla gente contadina, quella che rischiava di pagare di più le conseguenze di quel drammatico conflitto».
Ecco i tanti bambini e ragazzi che quella “inutile strage” aveva reso orfani diventarono l’oggetto dell’attenzione dei due religiosi nel dare vita all’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, a partire dal primo istituto femminile con le dodici orfanelle affidate alle suore, collocato da Minozzi nella sua Amatrice, presso l’ex monastero delle benedettine da lui acquistato, in attesa del primo orfanatrofio maschile, l’attuale complesso dell’Opera che ha al centro la chiesa dedicata all’Assunta nella cui cripta riposano le spoglie del servo di Dio.

La storia dell’Opera

A ripercorrere la storia dell’Onpmi, il vicario generale della Famiglia dei Discepoli, don Cesare Faiazza: inizialmente posto, come ente morale, sotto tutela dell’amministrazione pubblica, recentemente è divenuto ente di diritto privato senza scopo di lucro. Tante le case dell’Opera sparse al centro-sud (ma con qualche presenza anche in Liguria, nelle terre di Semeria), affidate sia alle congregazioni minozziane che ad altre congregazioni religiose (in diocesi di Rieti, ad esempio, sono nate come strutture Onpmi la scuola materna di Santa Rufina affidata alle Suore di Santa Chiara di Fiuggi e la casa di riposo di San Pietro di Poggio Bustone gestita dalle Missionarie Cappuccine, come pure in passato l’asilo che ad Antrodoco gestivano le Figlie di Sant’Anna). Con le case dell’Opera, ha notato don Faiazza, Minozzi «voleva dare un’impronta educativa: per i ragazzi serviva assistenza ma anche educazione, e questo doveva avvenire per lui anche attraverso l’arte: le case dell’Opera sono state scrigni di arte». Egli voleva che i ragazzi fossero «educati al bello: per lui gli orfani non erano dei poveri bambini da compatire, ma veri e propri “padroni”» da servire nell’attenzione integrale alla persona.
Col passare degli anni la vocazione dell’Opera e dell’attività dei religiosi (ma sempre più spesso anche di realtà laiche appositamente sorte per gestire i centri Onpmi, in forma di cooperative, fondazioni, imprese sociali eccetera) ha conosciuto spesso una riconversione: «Agli “orfani neri” oggi succeduti gli “orfani bianchi” (i minori accolti in case famiglia e centri educativi) e poi ci sono i “nuovi orfani” che vivono oggi la solitudine, vale a dire gli anziani», sempre in fedeltà allo spirito del Minozzi e alla sua convinzione che «ci si doveva occupare anche della povertà spirituale oltre che materiale». La gestione centrale continua a far capo ai Discepoli, presenti oggi, oltre che in Italia, anche in Brasile, Perù, India (i religiosi contano attualmente una ventina di italiani e una quarantina di stranieri).

L’area dell’Opera dopo il sisma

La casa madre dell’Onpmi continua a essere l’istituto di Amatrice, il gran complesso di molteplici edifici che lo sciame sismico ha progressivamente compromesso, ma la cui area sin dall’inizio ha avuto un ruolo di primo piano nell’emergenza del terremoto. Ne hanno parlato Marcello Pietrobon, di Caritas italiana, e don Fabrizio Borrello, che guida la Caritas reatina.
È negli spazi afferenti all’Opera Don Minozzi che hanno trovato collocazione i container Caritas e le attività di condivisione, che si caratterizzano per essere aperti alla comunità amatriciana: «chiunque può chiedere di utilizzarli per un momento di festa, di aggregazione o di riflessione», ha spiegato Pietrobon. Mantenendo fede all’eredità di padre Giovanni Minozzi attraverso l’attenzione ai “nuovi orfani”, vale a dire alle nuove povertà: «I nostri spazi sono quelli in cui si vanno anche a cercare le nuove povertà, nel condividere, nello stare insieme, attraverso l’ascolto che permette di trovarle e cercare risposte, anche in momenti e modi diversi».
L’area del Don Minozzi, del resto, ha detto don Fabrizio, «ha una vocazione che è per sempre: c’è uno specifico che si mantiene, la vocazione si trasforma però continua». Per il direttore della Caritas diocesana «quell’area “sacra”, perché sacralizzata da un carisma come quello di don Minozzi che è poi si è trasformata in quell’opera straordinaria, si è caratterizzata nell’emergenza sisma sin dai primi istanti con la vocazione di luogo di condivisione di tante emozioni e sentimenti». Innanzitutto, vocazione «a mettersi insieme: era il punto in cui venivano portate le vittime del terremoto, dunque luogo di condivisione del dolore, della con-doglianza. Lì c’è stato il funerale, luogo del com-pianto: comunità sofferente che voleva condividere anche il pianto. Poi il luogo della solidarietà degli italiani e di tutto il mondo, dove è arrivata e distribuita tantissima roba: quindi, luogo del con-dividere, del mettere insieme agli altri. Adesso continua a essere il luogo dell’accoglienza, dello stare insieme, anche il luogo del gioco, con le esperienze estive per bambini, perciò luogo della speranza dove la convivenza ha riportato in quegli spazi anche la presenza dei bambini che si era persa perché la storia aveva cambiato la destinazione di quella struttura» che nel tempo era passata dall’accogliere i ragazzi ad accogliere gli anziani, «ma che è in qualche modo tornato».

L’area dell’Opera come “Impresa sociale”

Nell’area un gran lavoro lo svolge Promis, impresa sociale nata nel maggio del 2018 su impulso della Diocesi per la gestione di diverse attività, cominciando da quelle assistenziali nel cratere sismico. Ne ha parlato il direttore dell’Ufficio diocesano comunicazioni sociali, David Fabrizi, nella sua veste di membro del Consiglio di Amministrazione dell’impresa sociale. Tra i progetti che Promis porta avanti nelle zone terremotate, i centri estivi aperti a bambini e ragazzi ad Accumoli, Amatrice, Borbona: «una dimensione importante per il territorio, con Promis a fianco di Caritas, che offre servizio a circa 800 utenti». Poi la gestione dei centri di comunità impiantati da Caritas, «attraverso cui si cerca di dare tutte le risposte possibili: ci lavorano persone del territorio, in gran parte giovani».
Fabrizi ha evidenziato alcuni punti di contatto fra l’azione di Promis e il carisma lasciato in eredità da padre Minozzi: innanzitutto, la vicinanza alle giovani generazioni: «oggi un territorio “orfano”, come la guerra il terremoto azzera tutto: come Minozzi e Semeria non hanno ricostruito solo muri ma hanno offerto un modo attivo di stare nella società, così cerca di fare Promis, tenendo conto del senso pratico».
Poi l’attenzione al lavoro: «don Minozzi fece molto per avviare all’attività produttiva i suoi orfani; oggi solo il lavoro può salvare queste terre»; senza dimenticare la particolare attenzione che il sacerdote amatriciano aveva verso l’elemento femminile, non a caso «più della metà dei dipendenti di Promis sono donne».
Infine, il coniugare cultura e carità: padre Minozzi realizzò sale di lettura, piccole biblioteche, e tra gli opifici esistenti nel complesso dell’Opera amatriciana c’era la tipografia, ha notato Fabrizi: era «un modo non solo per dare lavoro ma per dire che anche sui Monti della Laga non si è isolati e si può produrre cultura». Tra gli impegni di Promis, ha concluso Fabrizi, anche il curare il sito web “Andare oltre”, voce della ricostruzione nell’area colpita dal sisma, che si propone di «raccontare tutte le esperienze positive che danno speranza».

Verso “Casa del Futuro”: demolire e ricostruire senza dimenticare lo spirito originario

La vasta area dell’Opera Don Minozzi – 500 metri quadri con una trentina di edifici – chiede di essere ripensata, nella ricostruzione, come un qualcosa di nuovo senza tradire l’ideale delle origini. Di qui l’ambizioso progetto di Casa del Futuro, che il vescovo Pompili, in seguito al protocollo d’intesa che ha messo insieme Curia, Comune, Regione, Famiglia dei Discepoli, Mibac e Miur, ha affidato all’estro dell’architetto Stefano Boeri. In rappresentanza dello studio di quest’ultimo, è intervenuto al convegno l’architetto Corrado Longa per presentare l’idea che tra qualche anno si spera possa trovare realizzazione.
L’ideatore del vasto complesso, Stefano Foschini, uno dei più grandi architetti della prima metà del Novecento, lo aveva pensato come «una cittadella, dove c’era una complessità di funzioni che sono state reinterpetati all’interno di una visione progettuale», ha spiegato Longa. I danni del terremoto hanno portato alcuni edifici ad essere già demoliti; quelli superstiti, seriamente compromessi, sono destinati anch’essi alla demolizione, «pur senza rinnegare lo spirito originario». Casa del Futuro si prospetta dunque come «un complesso di edifici e di spazi aperti, pensato per essere aperto alla città di Amatrice e reinterpretato nelle sue funzioni», con la dovuta attenzione «all’inserimento ambientale, alla sostenibilità ma soprattutto all’efficienza sismica». Il progetto si articola in quattro corti principali: una destinata a funzioni amministrative, dove troverà spazio la sede amatriciana del Museo diocesano e vi si ipotizza la collocazione anche del Municipio e della Polizia Stradale. La corte centrale, detta “del silenzio”, costituirà la sede dell’Opnmi e vi si ricollocherà la casa di riposo per anziani. Nella zona della chiesa, la terza corte da destinare all’accoglienza dei giovani, mentre la quarta corte si caratterizzerà per «spazi formativi, legati ai laboratori, al territorio, allo sviluppo della formazione dei giovani».

Il vescovo: «Per Casa del Futuro un cronoprogramma serrato, ma realistico»

Insomma, la sfida, secondo la sintesi conclusiva di monsignor Domenico Pompili, è raccogliere l’eredità del grande spirito di carità e di attenzione educativa che caratterizzò padre Giovanni Minozzi: «Dobbiamo avere forte passione educativa per le persone: senza questo traino affettivo tutto diventa complicato e impossibile da realizzare», ha detto il vescovo a chiusura del convegno, prima di passare alla sede del MuDA per l’inaugurazione della mostra fotografica dedicata all’esperienza dell’Onpmi. Ha confessato di essere emozionato, monsignore, dalla storia di padre Minozzi: colpito dal suo fascino «perché ha saputo vivere perfettamente dentro il suo tempo ma con una spinta a saper andare oltre le difficoltà: dopo l’esperienza tragica della guerra, una carneficina che uccise generazioni di gente del sud, voleva che i figli di quelli che aveva incontrato nelle trincee trovassero accoglienza e inserimento nelle professioni».
Di qui l’idea di Casa del Futuro, non a caso presentata durante il Meeting dei Giovani che, nel gennaio successivo al dramma del terremoto, la diocesi volle tenere proprio ad Amatrice. Illustrarne il cronoprogramma, ha precisato Pompili, significa ribadire «che la ricostruzione non si improvvisa, ha i suoi tempi. E abbiamo cercato di fare un cronoprogramma rigoroso ma non irrealistico. Non promettendo che domattina tutto sarà fatto: chi dice questo ci sta ingannando! Per ricostruire ci vuole del tempo, ci vuole una procedura con cui confrontarci. E richiede anche tanta pazienza, la voglia di lasciare tutto all’aria è incombente». Dunque, per agire «occorre che ci siano anche dei tempi, che non sono però relativi, perché decidono di ciò che sarà: se si allungano oltremodo non ci sarà questa possibilità». Per Casa Futuro la data prevista per fine lavori è agosto 2024. «Si tratta di demolire e ricostruire un’area così vasta e significativa. Per dare a quello che abbiamo avviato ad Amatrice una continuità nel tempo».

Ad Amatrice la lettera di papa Francesco alle Comunità Laudato si’: «Giustizia sociale ed ecologia profondamente interconnesse»

È giunta direttamente ad Amatrice la lettera di papa Francesco alle Comunità Laudato si’ impegnate nel loro secondo Forum. Originariamente ideate dalla Chiesa di Rieti e da Slow Food, le Comunità Laudato si’ sono costituite da persone e associazioni che adottano e promuovono stili di vita coerenti ai valori e alle proposte dell’enciclica Laudato si’, a livello personale e collettivo, attraverso incontri e convegni, o portando avanti azioni concrete e iniziative pratiche.

«La ricostruzione tarda a decollare». L’affetto di papa Francesco per i territori colpiti dal sisma del 2016

Si è rivolto direttamente alle donne e agli uomini delle Comunità Laudato si’, papa Francesco, in occasione del secondo del loro secondo Forum ad Amatrice. E non senza ricordare il pesante carico di distruzione e morte portato dal sisma dell’agosto 2016: la scelta di celebrare ad Amatrice l’incontro annuale delle persone e delle associazioni impegnate nella diffusione del pensiero dell’enciclica Laudato si’, è stata infatti apprezzata dal Santo Padre come un segno di vicinanza «a tanti fratelli e sorelle che ancora vivono nel guado tra il ricordo di una spaventosa tragedia e la ricostruzione che tarda a decollare», cogliendo anche «la volontà di far risuonare forte e chiaro che sono i poveri a pagare il prezzo più alto delle devastazioni ambientali».

Da Amatrice all’Amazzonia: «l’uomo non può restare spettatore indifferente»

E in questo modo Bergoglio si è proiettato subito al centro del Forum, dedicato alla foresta Amazzonica, dopo «aver affrontato lo scorso anno il tema della plastica che sta soffocando il nostro pianeta». Attingendo alla Laudato si’, il Papa ha ribadito che «non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo», che «non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia».

La situazione dell’Amazzonia è il «triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta»: l’immagine di «una mentalità cieca e distruttrice che predilige il profitto alla giustizia», conseguenza dell’«atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura».

Rivolgendosi direttamente ai presenti al Forum papa Francesco ha esortato a «non dimenticate che giustizia sociale ed ecologia sono profondamente interconnesse». Il tema dell’Amazzonia, dunque, non riguarda solo «migliaia di uomini e di donne derubate del loro territorio, divenute straniere nella propria terra, depauperate della propria cultura e delle proprie tradizioni». Ciò che sta «spezzando l’equilibrio millenario che univa quei popoli alla loro terra» ci riguarda tutti, «avrà ripercussioni a livello planetario». Uno «scempio» di fronte al quale «l’uomo non può restare spettatore indifferente», né «la Chiesa può restare muta: il grido dei poveri deve risuonare sulla sua bocca, come già San Paolo VI evidenziava nella sua Enciclica Populorum progressio».

Tre parole per le Comunità Laudato si’

Sul filo di questo pensiero, il Santo Padre ha voluto «consegnare tre parole» alle Comunità Laudato si’ promosse dalla Chiesa di Rieti e da Slow Food.

La prima parola è dossologia: «Dinanzi al bene della creazione e soprattutto dinanzi al bene dell’uomo che della creazione è vertice, ma pure custode, è necessario assumere l’atteggiamento della lode. Dinanzi a tanta bellezza, con rinnovato stupore, con occhi da fanciulli, dobbiamo essere capaci di apprezzare la bellezza di cui siamo circondati e di cui anche l’uomo è intessuto. La lode è frutto della contemplazione, la contemplazione e la lode portano al rispetto, il rispetto diviene quasi venerazione dinanzi ai beni della creazione e del suo Creatore.

La seconda parola è eucaristia: «L’atteggiamento eucaristico dinanzi al mondo e ai suoi abitanti sa cogliere lo statuto di dono che ogni vivente porta in sé. Ogni cosa ci viene consegnata gratuitamente non per essere depredata e fagocitata, ma per divenire a sua volta dono da condividere, dono da donare perché la gioia sia per tutti e sia, per questo, più grande».

La terza parola è ascesi: «Ogni forma di rispetto nasce da un atteggiamento ascetico, cioè dalla capacità di saper rinunciare a qualcosa per un bene più grande, per il bene degli altri. L’ascesi ci aiuta a convertire l’atteggiamento predatorio, sempre in agguato, per assumere la forma della condivisione, della relazione ecologica, rispettosa e garbata».

Tre parole, tre vie, tre indicazioni pratiche per le Comunità Laudato si’ affinché «possano essere germe di un rinnovato modo di vivere il mondo, per dargli futuro, per custodirne la bellezza e l’integrità per il bene di ogni vivente, ad maiorem Dei gloriam».

In Italia sono attive alcune decine di Comunità Laudato si’ e altre sono in fase di costituzione. Esse sono presenti sull’intero territorio nazionale e hanno base in venti località, nelle province di Torino, Cuneo, Asti, Novara, Mantova, Milano, Varese, Pavia, Treviso, Vicenza, Padova, Rieti, Roma, Foggia, Ragusa, Agrigento, Trapani e Caltanissetta. Iniziano inoltre a formarsi in altri paesi del mondo, come nel caso di Brasilia. Con il loro impegno, le Comunità Laudato si’ contribuiscono al movimento ambientalista dal particolare punto di vista dell’«ecologia integrale», tenendo cioè sempre presente la stretta connessione che esiste tra il rispetto per la Casa comune e la giustizia sociale.

Comunità Laudato si’, tutto pronto ad Amatrice per il secondo Forum Internazionale sull’Amazzonia

È “Pianeta Amazzonia” il tema del secondo Forum delle Comunità Laudato si’. Dopo aver affrontato il tema della plastica e aver distillato in una “carta” comportamenti e consapevolezze, il variegato mondo di persone e associazioni impegnato a vivere e diffondere le intuizioni dell’enciclica di papa Francesco torna sabato 6 luglio ad Amatrice per riflettere sul polmone verde del pianeta.

La scelta trova attualità nel Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica, convocato dal Pontefice per prossimo ottobre, ma il tema è particolarmente congeniale al movimento delle Comunità Laudato si’. Insieme ai necessari cambiamenti di stile di vita, ai piccoli e grandi gesti quotidiani, l’enciclica spinge infatti a una consapevolezza globale, chiede la capacità di comprendere in che modo e perché «tutto è connesso».

In questa direzione, il destino dei 7 milioni di km² della foresta pluviale tropicale offre un esempio formidabile, e non solo perché i cambiamenti in quell’area hanno ripercussioni ambientali a livello planetario. Sarà anche interessante approfondire quali forze agiscano sull’Amazzonia e perché la crisi da cui è investita sia l’esatta conseguenza della «cultura dello scarto», di una mentalità cieca e distruttrice che preferisce il profitto alla giustizia. Accade con la devastante deforestazione attuata per la diffusione di un’agricoltura aggressiva e intensiva, lo si misura nella contaminazione delle terre e delle acque causata dallo sfruttamento agricolo e minerario, lo si legge nella prepotenza verso le popolazioni indigene, espropriate di terre ancora incontaminate e di risorse. L’Amazzonia è l’immagine più forte e attuale di come siano innanzitutto i più poveri a pagare i danni ambientali, di come – questa è la profonda novità dell’enciclica – giustizia sociale ed ecologia siano in profonda relazione.

Accolti da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e dal vescovo di Rieti, Domenico Pompili, ideatori del progetto, gli uomini e le donne delle Comunità riunite ad Amatrice affronteranno questi temi con l’aiuto di relatori provenienti da diversi ambiti, affinché anche l’approccio del forum risulti multidisciplinare e giocato su più livelli.

Nella sessione mattutina interverranno il biologo di fama mondiale Stefano Mancuso; Mattia Prayer Galletti, Lead Technical Specialist dell’International Fund for Agricultural Development; Paolo Ruffini, giornalista, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede; e suor Alessandra Smerilli, Consigliere di Stato della Città del Vaticano e docente ordinario di Economia Politica alla Facoltà “Auxilium” di Roma.

La sessione pomeridiana, vedrà invece protagoniste dirette le Comunità Laudato si’, chiamate a raccontarsi per dare voce alle esperienze più significative maturate nel movimento. Ad aprire il dibattito saranno le testimonianze di don Antonio Sciortino, già direttore di «Famiglia Cristiana» e attuale direttore del mensile «Vita pastorale», e di padre Ermes Ronchi, teologo, volto noto della televisione come conduttore della rubrica «Le ragioni della Speranza» all’interno del programma di Rai Uno «A sua immagine». I lavori si concluderanno nel tardo pomeriggio.

Per partecipare si consiglia la registrazione attraverso il modulo on-line: https://bit.ly/2JV7DXM.

I cresimandi di Lecco dedicano la loro festa alla “Casa del Futuro”

In occasione del sacramento della Cresima dei ragazzi dell’oratorio, da Lecco è stato proposto un gemellaggio solidale: le offerte raccolte dalle famiglie dei festeggiati andranno al progetto di ricostruzione “Casa del Futuro” di Amatrice. Per suggellare la bella iniziativa, ad amministrare le Cresime a Lecco, domenica 19 maggio, è stato il vescovo Domenico. L’idea, nata per aiutare a superare le difficoltà che la popolazione sta vivendo in attesa di una vera e propria ricostruzione, è giunta dalla Comunità pastorale Madonna del Rosario, che ha colto l’occasione per dare vita a un progetto formativo e concreto.

Tra festa e progetto

La giornata di domenica ha unito festa a solidarietà, e contribuirà alla rigenerazione del territorio colpito dal terremoto del 2016. La «Casa del Futuro» sorgerà nell’area del grande istituto Don Minozzi su progetto dell’architetto Stefano Boeri e con il coinvolgimento delle istituzioni della zona. Il centro sarà ricostruito e destinato a nuove esigenze, puntando su tre obiettivi: l’educazione dei ragazzi, la cura dell’ambiente e lo sviluppo del lavoro. Nell’ambito del gemellaggio con la Diocesi di Rieti, si sono cercate anche persone disponibili a svolgere attività di animazione nei Comuni colpiti dai terremoti del 2016.
«La vostra solidarietà è per noi una benedizione. Siete tutti invitati, vi aspettiamo», ha esortato mons Pompili. Tanto il vescovo di Rieti che la Caritas ambrosiana non dimenticano che i comuni colpiti dal terremoto sono sulla soglia della terza estate dopo il sisma. Nel periodo estivo quei borghi si ripopolavano grazie all’arrivo dei villeggianti, ma gli eventi del 2016 hanno rimescolato le carte.

Energia e vita

«Il “popolo delle seconde case” è sempre stato una grande risorsa per le nostre terre», spiega don Domenico. «Portava energia, vita e dava anche un po’ di linfa all’economia locale. Purtroppo non è ancora rientrato e anche quest’anno non ritornerà. A causa dell’attendismo del Governo, non ci sono ancora le condizioni. La ricostruzione pubblica stenta a decollare e quella privata langue. Si è fatto poco sulle infrastrutture, qualcosa, e con gravi colpevoli ritardi, nell’edilizia scolastica. Ma i villeggianti non sono ancora riusciti a rimettere mano alle loro abitazioni. Per dare un segnale, grazie al sostegno della Caritas, siamo in grado di mettere a disposizione una decina di posti letto in una nostra struttura a Torrita, per chi vuole fermarsi qui qualche giorno. Ma si tratta di un’iniziativa simbolica. Siamo ben lontani dal ripristinare la situazione precedente al terremoto». E proprio a Torrita saranno ospiti anche i volontari delle Caritas lombarde gemellate con la Diocesi di Rieti dall’inizio dell’emergenza.

Serve concretezza

«I volontari dei campi estivi – prosegue il vescovo – sono una benedizione. Occupandosi dei bambini, incontreranno anche le loro famiglie. È fondamentale. Proprio ora che sentiamo il peso delle tante decisioni rinviate e delle risposte che non arrivano dalle istituzioni, abbiamo bisogno di percepire con gesti concreti che non siamo stati lasciati soli dai cittadini».
La presenza dei volontari, forse, è addirittura più importante adesso che durante l’emergenza, quando i riflettori erano puntati sui luoghi del disastro e tutti, giustamente, volevano darsi da fare per esprimere la loro solidarietà.

Caritas gemelle

Molti rapporti per fortuna si sono consolidati, portando forze vive e vicinanza nei luoghi in cui si fatica a ritrovare la normalità. «Abbiamo stabilito un’amicizia che sta dando frutto», ha riconosciuto mons Pompili. «È ormai in fase esecutiva il progetto per la “Casa del Futuro”, firmato proprio da uno dei vostri architetti più famosi, Stefano Boeri, e che Caritas Ambrosiana ci sta aiutando a finanziare. Diventerà un centro polifunzionale: ostello per i giovani, casa di riposo per anziani e di cura per persone fragili. Sarà anche una fattoria e, grazie alla collaborazione di Carlo Petrini, presidio di Slow Food. Stiamo ricevendo molto, ma siamo anche pronti a dare. Da questo territorio, dove la sciagura del terremoto ha messo drammaticamente in luce il rapporto delicato tra uomo e natura, è partito il movimento delle Comunità Laudato si’: gruppi di persone, associazioni, che promuovono iniziative ispirate all’enciclica di papa Francesco sulla tutela del creato. L’estate scorsa ospitammo il primo forum ad Amatrice, ora stiamo organizzando il secondo per il prossimo 6 luglio. Siete tutti invitati».

Dalle “Vite sospese” alla “Casa del Futuro”: il progetto della Diocesi come linea guida

È stata “Futuro” la parola più ricorrente della mattinata nella chiesa di San Domenico, in occasione dell’incontro “Vite sospese”, organizzato da Chiesa di Rieti e Libera per ragionare sulla ricostruzione post sisma in senso partecipativo. “Futuro” come “Casa Futuro”, il progetto di ricostruzione più ambizioso pensato ad oggi per le zone devastate dal sisma. Un progetto che non a caso si proietta a partire dal nome in una dimensione successiva, inevitabilmente non identica al passato, come detto da monsignor Pompili.

Nell’area del Don Minozzi che fu orfanotrofio ma anche e soprattutto luogo di formazione per i ragazzi, la Chiesa di Rieti getta le basi per l’idea sviluppata dallo Studio di Architettura di Stefano Boeri: è Corrado Longa ad illustrare il progetto.«Il nostro Studio è stato impegnato da subito nella zona di Amatrice, l’abbiamo conosciuta dal momento in cui ci è stata commissionata la realizzazione dell’Area Food grazie ai fondi racconti da La7 e dal Corriere della Sera».

Un importante lavoro di squadra, lo definisce Longa, che ha dato la possibilità di tornare a lavorare in temi brevi ai ristoranti della zona, ricucendo il tessuto turistico ed economico della zona, di tradizione prevalentemente gastronomica. «Ma soprattutto è stato un lavoro che ci ha portati a fare delle riflessioni profonde sul territorio che abbiamo proiettato su “Casa Futuro”, studiando le peculiarità e le caratteristiche della zona di Amatrice, e proiettandole in una prospettiva molto più ampia, che ha permesso di estendere il progetto tecnico a quello sociale».

Un obiettivo molto complicato, anche a causa dei macchinosi ostacoli della burocrazia, e certamente un progetto che presuppone anche da parte della popolazione un’apertura culturale ed ambientale che osservi la realtà dell’oggi con occhi ben aperti. «Occorre tener conto del passato ma dando vita ad iniziative ambiziose spostati nella proiezione del futuro: guardare avanti è l’unico modo per consentire ai paesi di non cedere allo spopolamento ed al ripiegamento su se stessi. Per poter ricostruire questa luoghi è necessario nutrire una visione d’insieme complessiva ed aperta, non fermarsi al mero edificio ma osservare la realtà in prospettiva, avendo ben chiaro che per riportare i giovani nei luoghi del cratere sono fondamentali interventi di alto livello qualitativo e allineati con linee globali».


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