“Concerto per un nido”, prosegue la grande solidarietà dei bambini di Bergamo

Prosegue ininterrotto il “ponte” solidale che lega Ponte San Pietro di Bergamo con Amatrice.

Tutto esaurito nella sede del seminario con il concerto ideato per raccogliere fondi destinati a costruire un asilo nido nell’area del Don Minozzi.

Oltre mille i biglietti venduti per questa iniziativa organizzata dalla scuola cattolica Caterina Cittadini, che va ad unirsi a quelle già attuate in precedenza a sostegno del paese appenninico devastato dal sisma.

Nella “casa gialla”, come viene chiamata la scuola elementare a causa dell’intenso colore delle pareti esterne, la raccolta fondi per Amatrice iniziò lo scorso anno, tramite la presentazione del libro “Gocce di memoria”, libricino memoriale edito dalla Chiesa di Rieti come testimonianza delle 249 vite spezzate dal terremoto. A seguito dell’incontro avuto a Bergamo con Sabrina Vecchi, autrice del libro, vennero raccolti ventimila euro, consegnati direttamente nelle mani del vescovo Domenico Pompili da una delegazione di genitori e insegnanti dell’istituto. Nei giorni scorsi dunque “il secondo step” della raccolta con il “Concerto per un nido”, sotto la direzione dell’insegnante Roberta Ferrari.

Ciò che ha colpito gli intervenuti alla serata è stata la dedizione dei bambini e la loro attenzione su tali argomenti, poiché per portare a termine un progetto così ambizioso è stato necessario armarsi di tempo, volontà e dedizione: e i bambini di Ponte San Pietro hanno davvero dimostrato di avere queste qualità. L’ospite d’onore della serata è stato l’alpinista Simone Moro che ha definito il progetto «virtuoso per dare una mano a chi ne ha bisogno; a volte basta un gesto, una presenza».

La grande sorpresa è stata la lettera di risposta all’invito di Papa Francesco al concerto, di cui ha informato i presenti monsignor Borgia: «il Santo Padre ringrazia vivamente per l’impegno e l’entusiasmo profuso nel lodevole progetto di solidarietà e testimonianza cristiana e, stringendo idealmente le vostre mani per costruire una lunga catena di solidarietà nell’accoglienza, nell’ascolto, nel dialogo e nella condivisione, assicura per ciascuno un fervido ricordo al Signore». A conclusione vi è stato un momento corale spirituale che ha avuto la benedizione del Papa.

I punti fondamentali per adempiere ad importanti progetti come questa iniziativa sono il tempo e la volontà di fare, a dimostrazione di questo l’attenzione costante che i bambini di 10 anni hanno avuto verso il loro futuro. Gli allievi della scuola Cittadini di Ponte San Pietro lo stanno imparando già da piccoli e lo stanno concretizzando.

Ecologia, il vescovo Pompili: «da Nord a Sud, crescono le comunità “Laudato si’»

Dopo la presentazione il 16 marzo a Roma, sale il numero delle comunità “Laudato si’”, promosse dalla diocesi di Rieti e da Slow Food.

Da Roma a Enna, da Belluno a Catania, passando per Rieti, Moncalieri, Bologna, Bergamo e altre città italiane, le comunità “Laudato si’” sono un modo “pratico, concreto, possibile” per fare dell’ambiente e dell’ecologia integrale uno stile di vita secondo i principi dell’enciclica di Papa Francesco.
Le parole di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, che da Accumoli, terra segnata dal terremoto del 24 agosto 2016, torna a lanciare la proposta.

Un modo concreto per dare seguito all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, pubblicata quasi tre anni fa e un’occasione per riproporre a tutti quelli che condividono lo spirito e i principi dell’enciclica di impegnarsi sul fronte ambientale”.

Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, torna a parlare delle comunità “Laudato si’” promosse dalla diocesi reatina e da Slow Food, l’associazione internazionale no profit “impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi”.

E lo fa da Accumoli, uno dei centri maggiormente colpiti, insieme ad Amatrice, dal terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016, dove si è recato nei giorni scorsi in occasione delle festività pasquali.

«È importante per noi che viviamo in questo ambiente che è ancora segnato dalle ferite del terremoto avere la possibilità di rinascere stabilendo un nuovo rapporto con il mondo circostante. Ma diventa anche l’occasione per riproporre a tutti quelli che condividono lo spirito e i principi dell’enciclica di impegnarsi su questo fronte».

Le comunità “Laudato si’” sono state presentate lo scorso 16 marzo in una conferenza stampa cui ha partecipato anche il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini. Scopo di ogni Comunità è “diffondere in piena autonomia” l’educazione ai temi dell’ecologia integrale, della giustizia sociale e della solidarietà attraverso eventi, conferenze, laboratori, corsi, pubblicazioni, scambi e iniziative sul territorio. L’adesione è libera e spontanea, aperta al mondo laico come a quello cattolico. L’iniziativa, afferma mons. Pompili, «che ha già riscosso decine di adesioni, dal Nord al Sud dell’Italia e anche in qualche Paese estero, si prefigge per i primi tre anni di dare anche un contributo per la costruenda “Casa Futuro” ad Amatrice. Sarà un centro studi internazionale dedicato alle tematiche ambientali e alle loro ricadute sociali”.

Comunità sono nate a Rieti e Moncalieri, altre a Bologna, Ferrara, Novara, Belluno, Bergamo, Torino, Alessandria-Casale Monferrato, Viterbo-Orte, Roma- Castel Gandolfo, Roma- Capodarco -Torre Spaccata, Ragusa, Catania, Paternò e Enna-Pietraperzia.

«Ciò che è più importante – rimarca il vescovo – è che si creino gruppi di persone che hanno voglia di fare dell’ambiente e dell’ecologia integrale il loro punto di vista privilegiato».

Da una terra ferita. Un tema molto a cuore a mons. Pompili e al fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, come da entrambi ripetuto nella conferenza stampa di presentazione a marzo scorso.

«Partiamo da una terra ferita dal terremoto e che attende impazientemente di essere rigenerata. Uso il termine rigenerazione – aveva sottolineato il presule – e non ricostruzione perché in questi mesi abbiamo già maturato qualche sospetto sul tempismo e sulla capacità di ricostruzione».

La novità della “Laudato si’”, per il vescovo di Rieti, «è quella di aver messo in stretta connessione il tema della giustizia sociale con quello dell’ecologia sin qui trattatati in modo separato. La provocazione di Laudato si’, non ancora del tutto recepita è nell’idea che la visione ecologica dell’ambiente implichi una relazione a più vettori con il Creato, con le persone e con Dio, cioè una visione olistica. Siamo convinti che qui tutto è connesso e che non sarà possibile rigenerare questo territorio se non riuscendo a mettere in relazione tra di loro le persone, le persone con l’ambiente che potrà essere vissuto e non desertificato, a condizione che si facciano delle proposte eco-sostenibili. Le Comunità Laudato si’ sono un modo pratico, concreto, possibile che proponiamo a chi vorrà essere della partita».

Per Petrini «non c’è dubbio che il riferimento più forte dal punto di vista ambientale, ma anche nell’ottica di una diversa economia, sia in questi anni la Laudato si’. Queste comunità sono chiamate a fare in modo che le tematiche di questo straordinario documento prendano corpo attraverso una mobilitazione nell’educazione, nelle buone pratiche, nella condivisione, nella capacità di fare rete mantenendo le proprie identità e adattando i propri obiettivi a quelli specifici dei territori».

Obiettivi che verranno perseguiti dalla rete «all’interno di un percorso aconfessionale, trasversale e aperto a tutti perché tutti siamo ugualmente fratelli su questa terra, che è la nostra madre».

Le Comunità potranno formarsi a partire da esperienze già presenti (associazioni, parrocchie, condotte di Slow Food) oppure organizzate allo scopo, sono realtà associative “leggere”, non hanno statuti ma si chiede la semplice adozione di alcune linee guida. È importante comunicare la propria adesione all’indirizzo [email protected] o al numero telefonico 3888881848 per ricevere aggiornamenti, newsletter e supporto.

Tutti i dettagli sono sul sito https://comunitalaudatosi.org/

dal Sir

Chiedilo a loro: le storie del sisma nello spot dell’8×1000

«Dobbiamo avere soltanto coraggio, non pensare che noi siamo le vittime, perché le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Sono circa quattro milioni di euro gli investimenti che la diocesi di Rieti ha portato avanti sotto forma di interventi nei comuni colpiti dal terremoto grazie ai fondi dell’8×1000 alla Chiesa cattolica: ogni genere di aiuti singoli alle persone, ma anche costruzione di Centri di comunità; il più recente, inaugurato a febbraio, è quello di Cittareale, ma non sarà l’ultimo.

Lo slogan «Chiedilo a loro» della campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica, dunque, dalle nostre parti si riempie di senso e concretezza. Tra i video e le foto promozionali da poco in circolazione, infatti, ci sono quelli realizzati nei luoghi della diocesi più duramente colpiti dal terremoto. Le scosse di questi ultimi giorni nel Maceratese, avvertite bene anche a Rieti, ci dicono che il fenomeno è tutt’altro che superato. E ogni volta sembra di tornare indietro, al 24 agosto del 2016.

«Il 24 mattina ho aperto gli occhi e la prima idea che ho avuto è stata: “Mi hai dato una vita serena, tranquilla, felice, adesso mi stai levando tutto”. Ero sicuro che casa veniva giù. Centoventi secondi di terremoto e alla fine la casa era rimasta miracolosamente in piedi. Non c’è stato spazio per la felicità, perché subito il pensiero è andato ai figli nella stanza accanto che non piangevano. C’era qualcosa che non andava. E perciò mi sono precipitato verso la stanza vicino. Solo che la disposizione di casa non era più la stessa, e così non riuscivo a raggiungere la camera. Ho passato qualche minuto di disperazione, fin quando ho ritrovato entrambi vivi e lesi. Sono uscito da una finestra, lanciando i figli a 5 metri di distanza a un mio amico. Sono uscito fuori e ho visto due tetti di due palazzine confinanti alla mia abitazione completamente a terra. Sapevo che c’erano tante persone lì. Mi si sono piegate le ginocchia. Ho pensato: se il cemento armato è andato giù in questa maniera, il paese dietro di me non esiste più. Sono andato di corsa a vedere. Mentre passavo ho sentito urla, ho parlato con persone che dopo scosse successive sono risultate morte sotto a due o tre metri di macerie. Una persona ha portato a casa tutti i cari in quella notte. Con poca sensibilità veniva da pensare di essere stati fortunati, perché per altri non è così. Dentro comincia una battaglia, vorresti essere felice, ma non puoi perché intorno a te c’è solo disperazione».

Il racconto è quello di Gaetano, che insieme ad altre famiglie, dopo il terremoto ad Amatrice, ha trovato un aiuto per ricominciare grazie alle risorse dell’8×1000 e alla Caritas. Questa volta non si tratta di spot su luoghi fuori mano, né può venirci il dubbio di trovarci davanti ad attori. Il «Chiedilo a loro» questa volta è prossimo e concreto, e insieme al rovesciamento delle case disvela un possibile e positivo rovesciamento di prospettive.

«Quando uno vive una vita normale – racconta Gaetano – nei rapporti di tutti i giorni sente un egoismo diffuso: le persone pensano solo a se stesse, anche gli amici e i conoscenti. Dopo questo evento catastrofico, da quando siamo entrati nelle tende, abbiamo visto una solidarietà tra le persone che non conoscevo e non comprendevo. Lì sono arrivate delle persone che mi hanno detto: “Noi ti diamo una mano vera. A te e ai tuoi bambini ti mettiamo sotto un tetto in breve tempo”. Il tre ottobre è arrivata la Caritas, con le sue persone e ci ha fatto questo regalo. Quando avviene un aiuto del genere, non è solo personale: crea una catena di solidarietà. Più persone si riescono a sistemare, più quelle persone vanno loro stesse ad aiutare. Così è successo, mi hanno dato lavoro, ho cominciato ad assumere persone, queste persone si sono identificate in una causa, lavorando giorno e notte, e abbiamo cominciato a portare aiuto ad altre persone. Dobbiamo avere soltanto coraggio, forza, determinazione e non pensare che noi siamo le vittime, Le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Un qualcosa in più che la Chiesa aiuta a esprimere grazie a una firma sulla dichiarazione dei redditi che non toglie nulla a nessuno, ma si configura come un dono che genera condivisione e reciprocità.

Monsignor Luigi Aquilini nominato pro-Vicario Generale del vescovo: «è simbolo di una ferita che attende di essere guarita»

In occasione della messa del Crisma, celebrata mercoledì pomeriggio nella Basilica Cattedrale di Santa Maria, il vescovo Domenico ha annunciato il nome del suo pro-Vicario Generale. La scelta del vescovo è caduta su mons Luigi Aquilini. Nato ad Amatrice nel 1932 da padre antrodocano e madre amatriciana, è cresciuto in una famiglia numerosa che lo avvicina all’educazione e ai valori religiosi facendo germogliare in lui il desiderio di entrare in seminario. Ha proseguito gli studi con successo fino all’ordinazione sacerdotale avvenuta ad Ascoli Piceno il 14 agosto 1955, a soli ventidue anni. Il 21 agosto ha celebrato la sua prima messa nella chiesa di San Giovanni ad Amatrice, alla presenza di padre Giovanni Minozzi. Dopo un anno gli fu affidata la parrocchia di San Michele Arcangelo a Patarico di Amatrice, con le frazioni di Collemoresco, Domo, Santa Giusta, Collespada, Cesaventre, San Benedetto e Colli. Nel 1970 gli fu affidata la parrocchia di San Martino e le funzioni di custode del santuario dell’Icona Passatora, luogo simbolo dei territori amatriciani.

Don Luigi Aquilini non ha mai nascosto il suo essere “prete di montagna”: conserva tra gli oggetti più cari il suo cappello da alpino e ha sempre amato tornare nella sua terra a seminare, curare fiori o pescare nel Tronto o nel Castellano. L’amicizia e l’affetto per la guida alpina Federico Tosti fanno crescere nel sacerdote l’amore per le scalate e il raggiungimento delle vette. La sua passione per la cultura e la curiosità per la ricerca, insieme all’amore per Amatrice, gli hanno permesso di approfondire le radici storiche della propria terra, e divulgarne i caratteri con scritti, guide e poesie, composte per ogni circostanza, anche al fine di rendere più comprensibile l’obiettivo educativo. Il 21 agosto del 2005 diventa monsignore, in concomitanza con il suo cinquantesimo di vita sacerdotale. Impegnato nei problemi sociali, favorisce incontri con associazioni sportive, culturali e umanitarie e si dedica ai giovani attraverso l’insegnamento nel liceo, nella scuola media e nell’istituto professionale di Amatrice.

«Ho insistito perché accettasse a condividere la responsabilità – ha spiegato il vescovo – per la sua lunga esperienza di parroco ad Amatrice, per il suo tratto umano e accogliente, per il suo essere ancora oggi un camminatore, mai stanco. A nessuno sfugge che il suo personale coinvolgimento nel terremoto dove ha perduto tutto, è un simbolo di quello ferita che attende di essere guarita nei prossimi anni».

Caritas diocesana in azione per fronteggiare l’emergenza gelo

Le zone del cratere, già minate dalle tante difficoltà post terremoto, si sono trovate ad affrontare l’eccezionale morsa del vento gelido siberiano Burian.

Nella notte tra domenica e lunedì una copiosa nevicata ha ricoperto Cittareale, Amatrice, Accumoli e molti comuni limitrofi causando disagi, fortunatamente limitati, alle popolazioni.

Gli operatori della Caritas diocesana sono entrati subito in azione per sopperire alle difficoltà delle persone.

«Abbiamo immediatamente attivato un tavolo di coordinamento – dichiara il direttore don Fabrizio Borrello – per l’emergenza neve ma anche per altre tipologie di emergenze correlate. I nostri operatori si sono messi in contatto telefonicamente con gli abitanti del cratere, dando priorità alle persone attenzionate, che sappiamo essere particolarmente fragili e bisognose di assistenza materiale o psicologica. Questa prima fase ci ha permesso di comprendere le esigenze della popolazione ed eventualmente di raggiungere personalmente gli utenti e portare aiuto nei modi più appropriati. La giornata tuttavia è stata abbastanza tranquilla per via della poca neve accumulata. Per i prossimi giorni ci sarà da monitorare il problema ghiaccio».

Il centro Caritas di Amatrice resterà regolarmente fin dal primo mattino per accogliere le richieste degli ospiti che vi fanno riferimento.

Chiese e ricostruzione: tanti i lavori pronti a partire

Sono diverse le chiese danneggiate dal terremoto sulle quali stanno per partire i necessari interventi.

Due ordinanze del Commissario del Governo per la ricostruzione dei territori interessati dal sisma del 24 agosto 2016, infatti, hanno stabilito i criteri per la messa in sicurezza degli edifici a fronte di un panorama di interventi quanto mai vasto e articolato. È evidente infatti, che il consistente numero di edifici compromessi e il diverso grado di danneggiamento richiede differenti approcci. Edifici gravemente lesionati come la chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice richiederanno un sostanziale intervento di ricostruzione, ma non tutte le situazioni sono così difficili.

Di conseguenza la prima ordinanza, diffusa lo scorso maggio, indica come criteri per l’individuazione dei centri urbani e degli edifici da inserire nel programma di intervento immediato l’assenza di altri luoghi di culto nell’ambito territoriale di riferimento della comunità, l’apertura al culto dell’edificio interessato alla data del 24 agosto 2016 e un livello di danneggiamento modesto, anche risolvibile con interventi strutturali di carattere locale.

Il costo complessivo per gli interventi selezionati e inseriti nel programma è stato stimato dagli organi di governo preposti alla gestione post-sisma ed è stato ripartito tra tutte le diocesi coinvolte nel cratere del Centro Italia. Per questo primo programma, la diocesi di Rieti ha visto inserite nell’elenco quattro chiese: due hanno completato l’iter progettuale, e sono quella dei SS. Dionisio Eleuterio e Rustico, comunemente conosciuta come San Dionigi, a Borgo Velino; la chiesa di Santa Maria del Cerreto della frazione Piedelpoggio di Leonessa; della chiesa di San Lorenzo Martire a Colle di Tora e di quella dedicata a San Nicola di Bari a Concerviano, invece, devono ancora essere presentati i progetti, in elaborazione dai rispettivi professionisti incaricati, che seguono l’iter previsto e normato nella stessa ordinanza, la quale entra nel merito anche delle procedure di affidamento dei lavori.

A questo primo programma di interventi, è seguito, in meno di due mese, un secondo elenco, che riprende dal primo l’intera struttura e le finalità. In questo programma, della diocesi di Rieti sono state le chiese di Cittareale (Santuario Santa Maria Capodacqua), Borgo Velino (San Matteo), Poggio Bustone (SS. Angeli Custodi), Posta (Santa Maria Assunta), Leonessa (Madonna delle Grazie), Limiti di Greccio (Santa Maria di Loreto), Castelfranco (San Giovanni Battista), Rieti (San Pietro Martire), Borbona (Santa Maria Assunta), Amatrice (San Pietro Apostolo, nella frazione di Nomisci), Posta (Santa Maria Assunta, nella frazione di Sigillo e San Vito Martire nella frazione Figino), Leonessa (San Vincenzo Ferrer) e Contigliano (San Filippo).

Come per l’elenco della prima ordinanza, per alcune chiese – le ultime sette – devono essere ancora consegnati i progetti, che si trovano in fase di elaborazione da parte dei progettisti, mentre le prime sette sono in fase di approvazione presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione del Lazio.

Avviato il nuovo Centro di Comunità a Cittareale: «l’unico modo per rispodere ai bisogni è stare con la gente»

Dopo i numerosi interventi effettuati dalla Caritas nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, è stato inaugurato un nuovo centro di comunità nel comune di Cittareale. Alla cerimonia erano erano presenti il vescovo di Rieti, mons Domenico Pompili, il vicario della Zona pastorale don Ferruccio Bellegante, il direttore della Caritas di Rieti don Fabrizio Borrello e il direttore della Caritas Italiana don Francesco Soddu, che ha sottolineato quanto importante e determinato sia il lavoro che Caritas svolge nel territorio. «Il nostro impegno è stare nel posto, abitare la terra, cercando di rispondere all’interrogativo su come risolvere la situazione – ha spiegato don Soddu – e l’unico modo per poterlo fare è stare con la gente, capendo quelle che sono le necessità del territorio, che sono anche le nozioni giuste per essere un buon operatore Caritas». Presenti anche gli “Ex allievi e amici di Don Bosco Ispettoria Salesiana Nord Est” che hanno dato un contribuito anche loro per l’opera.

La struttura è stata creata per offrire alla comunità un luogo socio-pastorale i cui ampi saloni verranno messi a disposizione delle persone per promuovere attività sociali, culturali, pastorali e ricreative. Nel presiedere la Santa Messa, il vescovo Domenico ha specificato l’importanza di questi centri di Comunità come segno di speranza e aggregazione per il futuro.

Il Centro di Comunità è costituito da due corpi, sviluppati su un solo piano. Il primo è il centro di comunità vero e proprio, formato da una grande sala che ospiterà le attività sopra elencate e la Santa Messa. Il secondo è una foresteria con 3 camere singole, completate da un soggiorno-sala da pranzo che – ha spiegato il vescovo – verrà utilizzata per ospitare i giovani delle scuole di tutta Italia che vorranno frequentare il territorio per animare la comunità.

«C’è bisogno che ci diamo una mano insieme – ha detto il vescovo Domenico – questa sala è solo uno strumento. Il luogo che rende possibile l’incontro. Poi siamo noi che dobbiamo essere capaci di vedere l’orizzonte per tutti. Grazie al Signore dobbiamo crescere in questo senso di maggiore coesione».

«Oggi è un giorno importante – ha detto il sindaco di Cittareale Francesco Nelligiunge a compimento un’opera fortemente voluta dalla Diocesi di Rieti e dalla Caritas che in questo modo continuano ad esserci ancora più vicini come successo già in questi mesi. Questo centro sarà un prezioso supporto per le attività della nostra comunità ed un punto di riferimento religioso importante per il nostro comune. Non posso che ringraziare il vescovo Domenico che è stato sempre vicino alla popolazione di Cittareale».

Una “Casa del Futuro” con le radici nel passato

L’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia costruita con prorompente energia spirituale e intellettuale da don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria fu a suo tempo perno di ricostruzione sociale e materiale.

Negli anni 20 si trattava di rimediare ai danni provocati dalla prima guerra mondiale; oggi, l’area in cui l’Istituto sorge ad Amatrice sembra ereditare quella stessa vocazione in funzione del terremoto, ma con la possibilità di vivere quell’anelito al progresso materiale e morale in chiave moderna.

È difficile attraversare oggi Amatrice e immaginare la moltitudine di bambini che trovarono riparo nell’orfanotrofio maschile fatto costruire da don Giovanni Minozzi.

Ma quello spirito non è scomparso. Con lo stesso approccio, infatti, la Chiesa di Rieti intende realizzare la sua “Casa del Futuro” nell’area che vide il religioso nato nella frazione di Preta prendersi cura dell’avvenire di tanti ragazzi.

Sull’impronta dell’Opera minozziana, la struttura della diocesi sarà infatti un luogo di accoglienza ed educazione, di riflessione e produzione, di vita attiva più che di assistenza.

L’amatriciano Giovanni Minozzi doveva aver ben intuito il genius loci della sua terra natia, l’intreccio dei significati radunati tra i Monti della Laga.

Aiutato dall’accorta progettazione dell’architetto Arnaldo Foschini, era riuscito a coniugare le singole vocazioni in un’architettura funzionale, razionale, efficiente.

Mise insieme l’esigenza di accogliere ed educare con quella di emancipare e produrre, organizzando in una sola area gli alloggi per i suoi ragazzi, i laboratori per insegnare loro i mestieri, il teatro e la biblioteca per coltivare la bellezza e il sapere, la chiesa per curare lo spirito.

Accanto alla scuola c’erano la tipografia, l’officina meccanica, la scuola professionale per elettricisti, l’azienda agricola che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare dell’orfanotrofio e forse raccontava un bisogno di autosufficienza appropriato alle zone di montagna.

L’indagine su come riordinare gli spazi per adeguargli agli scopi di oggi è stato affidato allo Studio Boeri. Ad Amatrice l’architetto ha già detto la sua disegnando l’Area Food, ma l’impegno chiesto dalla diocesi è più complesso e ambizioso perché intende rispecchiare lo spirito della Laudato si’.

L’area dell’Istituto “Don Minozzi” sembra infatti avere tutte le carte in regola per dare forma e sostanza a quell’«approccio ecologico» che il Papa ha mostrato necessariamente connesso all’«approccio sociale».

E a suo modo il terremoto ha certamente mostrato la relazione tra il «grido dei poveri», che ha mosso l’intera esistenza di Giovanni Minozzi, e il «grido della terra».

Ecco perché una “Casa del Futuro”: perché sui paesi travolti dalle scosse del 24 agosto 2016 non si gioca solo la scommessa della ricostruzione, ma si affrontano alcuni nodi di fon““do del nostro tempo e del nostro Paese.

Ad esempio se la tendenza a privilegiare la concentrazione nei grandi centri a discapito delle periferie sia irreversibile, se scommettere sull’Italia minore, autentica ricchezza del Paese, è ancora possibile o bisogna rassegnarsi a una dorsale appenninica desertificata e senza speranza.

Don Giovanni Minozzi trovò le sue strade per servire i poveri e portare sviluppo tra i Monti della Laga.

Chi oggi è al lavoro per realizzare il domani dovrà probabilmente inventare strategie nuove, forse più leggere. Ma la fede non può che rimanere la stessa.

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“Andare oltre” si presenta, il vescovo: «strumento per non abbassare l’attenzione sull’area del cratere»

Alla presenza di Aldo Cazzullo, firma de «Il Corriere della Sera», l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti ha presentato ai cronisti locali, riuniti nel Palazzo papale di Rieti in occasione del patrono San Francesco di Sales, un nuovo servizio pensato per offrire ulteriori fonti sulla situazione post terremoto.

Il sito andareoltre.org è stato infatti pensato per «raccontare la ricostruzione», con particolare attenzione verso i piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area colpita dal sisma al fine di sostenere la popolazione e contribuire alla rinascita dei paesi dal punto di vista materiale, spirituale e sociale.

Il sito, che sarà costantemente aggiornato sulle attività promosse dalla Chiesa di Rieti, è stato pensato per dare informazioni in maniera snella e veloce, con una grafica immediata e basata sul verde, colore che rappresenta la speranza.

Così come il nome, che allude all’obiettivo del superamento delle paure, oltre i timori, oltre le polemiche, oltre gli ostacoli quotidiani.

Sul logo appare una matita, simbolo di nuovi progetti e creatività, perché appaia chiaro che il futuro di queste comunità ferite ripartirà solo se ognuno di noi, con il proprio personale tratto, inizierà a tracciare il solco del proprio apporto fattivo.

Tramite il sito sarà seguito l’evolversi di grandi progetti, come la “Casa del Futuro” o il bando “Ripartiamo Insieme”, ma anche i piccoli fatti, le attività quotidiane, l’ascolto dei bisogni e delle necessità, i lieti eventi.

La prospettiva è quella di «comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo», secondo l’invito che papa Francesco ha fatto lo scorso anno in occasione della Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, ma riprende anche la tematica scelta dal Santo Padre per il messaggio di quest’anno «Notizie false e giornalismo di pace», volto a favore di un’informazione basata sulla «verità che ci rende liberi».

Papa Francesco ha offerto ai giornalisti uno spunto di riflessione su un lavoro obiettivo e veritiero, perché chi fa questo mestiere tenga sempre a mente «che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone».

Sulla stessa linea si è mossa la “lectio” di Aldo Cazzullo ai colleghi locali, il quale ha voluto ricordare che al di là delle notizie che raccolgono “click” e di quelle che suscitano sensazione immediata, il mestiere del giornalista va alimentato quotidianamente, certificando, approfondendo e soprattutto stando in mezzo alle persone, «unico modo per salvare questo mestiere, e farlo bene».

Nel suo intervento a conclusione di una giornata trascorsa assieme agli operatori della comunicazione, il vescovo Domenico ha sottolineato l’intenzione di partenza del sito andareoltre.org: «volevo condividere con voi questo embrione di comunicazione che si inserisce nel solco di ciò ci ha detto Aldo. Questo sito è specchio di un giornalismo fatto andando di persona, cercando di conoscere quello che è al dentro dell’area duramente colpita dal terremoto. Ciò accadrà valorizzando vita quotidiana dei luoghi di tutta l’area del cratere, perché la cosa più necessaria oggi è alimentare la comunicazione per tenere alta l’attenzione, partendo dalla quotidianità di questi territori».

Uno strumento dunque a servizio di tutti, organi di informazione e non solo, perché chiunque abbia una certificata e veritiera contezza di ciò che è stato fatto e si farà dopo il 24 agosto 2016, affinché il racconto del terremoto non sia fatto solo di problemi, ma anche di opportunità, occasioni di miglioramento e motivazioni di speranza nel futuro.

«Lavoriamo perché le persone sperino nel futuro», parla il direttore della Caritas diocesana don Fabrizio Borrello

Don Fabrizio Borrello, 49 anni, responsabile della Caritas diocesana, risponde alle domande tra un impegno a l’altro, con il telefono che perde campo a singhiozzo tra le gole che portano verso Amatrice ed Accumoli.

E’ in quelle zone, dal 24 agosto 2016 in poi, che la Caritas ha concentrato la maggior parte delle proprie risorse ed energie, per stare accanto alle comunità colpite dal terremoto: «oggi ad Amatrice, nell’area del don Minozzi, c’è il nostro centro pastorale Caritas, una sorta di spazio multi service che funge da coordinamento logistico grazie gli spazi che mettiamo a disposizione per attività non solamente religiose, come incontri o lezioni di vario genere».

Don Fabrizio allude ai numerosi corsi ospitati nella struttura prefabbricata che ospita il centro Caritas, dal decoupage all’inglese, dal ballo alla ginnastica o al judo fino alle attività ludiche passando per tutto ciò che crei opportunità di aggregazione in un luogo sfaldato e privo di riferimenti quotidiani.

«Oltre a questo tipo di attività – prosegue – abbiamo sportelli di ascolto per problematiche di tipo personale ma anche di tipo tecnico: c’è infatti un ufficio che ci fornisce supporto per tutte le informazioni che concernono case, richieste burocratiche, attività economiche e progetti rivolti alle aziende».

L’azione della Caritas si muove ad ampio raggio e senza mai aver interrotto il servizio fin dalle prime ore di quel tragico giorno d’estate : «ci siamo attivati immediatamente, all’inizio per fornire beni di primissima necessità come cibo, riparo, abbigliamento e naturalmente sostegno psicologico. In questi mesi abbiamo affrontato man mano le problematiche che ci si paravano davanti, cercando di offrire di volta in volta le soluzioni più appropriate, come ad esempio i circa 50 container messi a disposizione delle fasce più deboli a ridosso della scossa del 30 ottobre e del rigido inverno dello scorso anno».

Tra gli impegni continuativi dei volontari Caritas c’è il servizio domiciliare alle persone, mai interrotto, anzi incrementato nei momenti più difficili, e che oggi prosegue all’interno delle Sae, con particolare attenzione verso anziani, malati e persone con problematiche di vario genere: «offriamo vicinanza e prossimità, magari può capitare di dover accompagnare qualcuno, oppure portiamo generi di conforto, o semplicemente forniamo occasioni di sfogo o conversazione».

Alla domanda sul momento più difficile attraversato in questi 17 mesi, don Fabrizio non ha esitazioni: «certamente la copiosa nevicata del gennaio 2017, in concomitanza con violente scosse che non davano tregua. Con oltre due metri di neve non riuscivamo ad assistere tutte le persone, alcune erano rimaste isolate o bloccate, in certi casi abbiamo messo a rischio la nostra stessa vita per raggiungerle. Quest’anno abbiamo regalato anche le pale, per essere previdenti!»

Com’è noto le feste amplificano solitudini e dolori, soprattutto quando all’appello mancano persone care, e sotto Natale l’attività della Caritas diocesana si è intensificata anche attraverso piccoli doni, con la finalità di far spuntare un sorriso: «abbiamo regalato addobbi natalizi per decorare le casette, le calze della befana ai malati, piccoli gesti che simboleggiassero però affetto e vicinanza».

Tanti i momenti difficili e le problematiche affrontate dal 24 agosto 2016 ad oggi, ma tante anche le soddisfazioni e le emozioni, soprattutto quelle scaturite dalla riconoscenza delle gente, dal legame creato in questi mesi.

E poi, arriva il momento, quello che ti ripaga dalla fatica, dal freddo, dalle notti insonni.

Era il 4 ottobre 2016 – giorno di San Francesco – , quando il Papa arrivò a bordo di un’anonima utilitaria nelle zone terremotate: «fu il momento più toccante e più bello perché più significativo, principalmente per lo stile in cui si svolse. Mentre gli altri ospiti illustri erano arrivati preceduti da annunci e proclami, Papa Francesco arrivò in silenzio, senza il codazzo dei media, con una voglia di essere vicino a quelle genti che gli partiva direttamente dal cuore».

Don Fabrizio ricorda il silenzio di quella visita, le poche parole pronunciate dal Pontefice, non riesce a citare una sua frase, ricorda però molto bene quello sguardo fortemente impressionato alla vista delle prime macerie: «lo portammo a fare un giro per le frazioni, a Sant’Angelo, a Saletta, dov’era tutto completamente distrutto: ne rimase davvero colpito, gli si leggeva negli occhi».

Oggi l’attività della Caritas non si ferma, anzi è in pieno fermento per realizzare i progetti concreti finalizzati in particolar modo a ricostruire il tessuto economico dei territori terremotati: «abbiamo aperto uno Sportello Lavoro per sostenere imprese e lavoratori, siamo in attesa di vagliare i 42 progetti arrivati per il bando Ripartiamo Insieme, tramite il quale finanzieremo proposte che coinvolgono attività in ambito sociale, agro-alimentare, culturale, ricreativo e turistico a fronte di un supporto economico di oltre 2 milioni di euro. E poi c’e il grande progetto da attuare nell’area del Don Minozzi, un accordo programmatico che è stato firmato giusto nei giorni scorsi per cui occorre lavorare tanto e celermente».

Rimangono tuttavia alcuni punti ancora da scoprire in termini di prospettive future, su ciò che accadrà dopo le fase delle Sae: «bisognerà comprendere bene tutti i punti riguardanti la ricostruzione, quando e dove avverrà, e in che modo. C’è una comprensibile incertezza in questa fase sul futuro di questi territori, ma è proprio in questa direzione che proseguiamo a lavorare: per far sì che le persone vedano uno spiraglio, e riversino speranze verso il loro futuro e quello delle generazioni che verranno».