Alla Biblioteca Paroniana si parla della situazione post sisma, il vescovo: «Dobbiamo fare i conti con una situazione generale fragile»

Nell’incontro di mercoledì 12 febbraio svolto nella Biblioteca Paroniana di Rieti, il gruppo Amici della Biblioteca Loris Brenci ha ospitato il vescovo Domenico per un intervento incentrato sul tema della ricostruzione nei territori colpiti dal sisma del 2016. L’intervento si è articolato in tre punti chiave che hanno toccato la tematica del dramma umano, quella dell’opera di ritessitura dei legami e dei beni materiali, e la capacità di risposta del territorio.

Il sisma, che ha causato un bilancio molto pesante in termini di vite umane, 249 vittime solo tra Accumoli e Amatrice, ha ulteriormente indebolito il già fragile tessuto comunitario. «Il corpo sociale è infartuato – ha spiegato il vescovo – e la tragica perdita di persone come il giovane Emilino, cowboy di nuova generazione, o di don Angel, hanno riaperto ciò che ancora non era stato rimarginato». Questo dramma continuo spinge le persone a trasferirsi altrove, e chi rimane in questi luoghi ancora intrisi di sofferenza sta imparando giorno per giorno il significato della parola resilienza.

A che punto siamo con la ricostruzione? Una domanda che ricorre frequentemente nei comuni del cratere, ma la risposta da dare non è affatto semplice. «Oggi dobbiamo fare i conti con una situazione generale fragile. La politica non si spinge mai oltre l’immediato perché vive di obiettivi di istantanea destinazione, e questo genera una produzione a singhiozzo». In merito tanta discontinuità, don Domenico ha ricordato che anche i numerosi cambi dei Presidenti del Consiglio e dei Commissari non hanno fatto altro che rallentare il processo di rigenerazione, reso ancora più complicato dalle norme di trasparenza e di legalità.

In merito all’azione diretta delle Diocesi, il vescovo ha illustrato il progetto di rifunzionalizzazione dell’aera del Don Minozzi, attraverso la costruzione della Casa Del Futuro che, al suo interno, riunirà quattro diverse corti. «Dopo due anni abbiamo concluso la fase della progettazione con l’architetto Stefano Boeri. Ora attendiamo la risposta dell’amministrazione per poter approdare alla conferenza dei servizi. Ciò dimostra che la ricostruzione deve affrontare una strada ripida, tuttavia non ci si deve mai scoraggiare di fronte alle difficoltà».

«La ricostruzione materiale non porta a nulla se non c’è una rigenerazione del tessuto umano. Il fenomeno dello spopolamento ha subito un colpo mortale con il sisma: nelle SAE i residenti sono dimezzati. Cosa si nasconde dietro questo disinteresse?». Anche in questo caso la risposta non è immediata e non si può solo fare riferimento alle istituzioni: dovrebbe aumentare, piuttosto, il numero di coloro che investono su questi territori.

«Ma non è tutto nero, bisogna continuare ad avere fiducia che qualcosa possa accadere. Quando si tocca il fondo, si può solo risalire» ha concluso monsignor Pompili ricordando le tante risorse stanziate per un terremoto, anche a seguito di una grande partecipazione emotiva. La ricostruzione dell’ospedale e la riapertura della scuola, ad esempio, costituiscono dei segnali molto importanti e fanno sparare che ci possa essere un’accelerazione.

Numerosi sono stati gli interventi da parte del pubblico. A chi ha fatto domande sulle sorti delle chiese danneggiate dal sisma, il vescovo ha risposto che la Chiesa si è adoperata fin da subito per la messa in sicurezza: «Il terremoto non è stato un evento puntuale e la messa in sicurezza ha garantito che gli edifici di culto non venissero danneggiati ulteriormente con il passare de tempo».

Auspicando l’elezione di un Commissario apolitico, don Domenico ha sottolineato l’importanza di salvaguardare i territori non metropolitani capaci di donare un’alta qualità della vita. In conclusione, ha ricordato che chiunque voglia continuare a esprimere la propria vicinanza alla popolazione, può farlo anche solo attraverso una gita che possa dare la possibilità di assaporare la cucina o di acquistare prodotti locali.

“Ai piedi della Laga” tra memoria e futuro: folla a Rieti per la presentazione del volume Fondazione Varrone – Electa

Pubblico in piedi durante la presentazione e pazientemente in fila poi per Ai piedi della Laga, il volume Fondazione Varrone-Electa presentato mercoledì pomeriggio nella ex Chiesa di San Giorgio a Rieti e dedicato alla storia e alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli recuperate dopo il sisma.

Un lavoro a più mani, curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice e con il coordinamento editoriale di Giuseppe Cassio, che offre uno sguardo d’insieme al patrimonio culturale reatino ferito dal terremoto del 2016, a cavallo tra memoria e futuro. “Lavoriamo per le comunità colpite dal terremoto, perché non venga meno il collante che ancora le tiene ancorate a quei borghi ossia la cultura e le tradizioni e perché non cali l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto a una ricostruzione che tarda a partire” ha detto il presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio annunciando l’imminente apertura di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e in primavera una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli.

Un’attenzione e un impegno necessari visti i ritardi e le difficoltà che vivono quei paesi, hanno rimarcato il vice sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e il consigliere comunale di Amatrice Alessio Serafini. Molto atteso l’intervento dell’architetto Stefano Boeri, impegnato nella progettazione della Casa del Futuro che la Diocesi di Rieti vuole realizzare nell’area del Don Minozzi di Amatrice: «Subito dopo il sisma si disse ricostruiremo dov’era e com’era. Niente di più fuorviante. Parliamo di paesi che soffrivano lo spopolamento e l’isolamento già prima del terremoto. E comunque non può essere l’affanno dell’identico a muoverci ma piuttosto dell’autentico – ha detto Boeri – Dobbiamo piuttosto sforzarci di ricostruire in modo autentico paesi e spazi in grado di rappresentare davvero luoghi di incontro, di vita, di lavoro per i giovani, in una relazione forte con l’ambiente e la natura». Un elemento, quello dell’ambiente e della natura, che il libro coglie sin dal titolo.

«Ai piedi della Laga vuol essere un omaggio quasi sacrale alla montagna che domina quei territori – ha detto Paola Refice – Nel libro raccontiamo le memorie, l’arte e la devozione del passato ma offriamo spunti meditati di riflessione anche per il futuro, perché noi crediamo che dalle rovine si possa tornare alla luce».

Paolo Iannelli ha rimarcato il grande lavoro di recupero fatto dal Mibact in tutte le sue articolazioni territoriali in una situazione di grande difficoltà e complessità: «Se abbiamo accettato la proposta della Fondazione di avviare insieme restauri e valorizzazione delle opere salvate è perché in un’operazione lunga e difficile come quella della restituzione dei beni culturali alle comunità la collaborazione tra soggetti pubblici e privati è fondamentale. Ed è importante anche che non cali l’attenzione, che questi processi vengano socializzati».

Giuseppe Cassio ha inquadrato il libro in una più ampia biblioteca dedicata ad Amatrice, a partire dal volume Electa che la Fondazione Varrone contribuì a pubblicare nel 2015 e i due libri, Rinascite, usciti dopo il sisma nel 2017 e 2018 e dedicati alle opere d’arte e al patrimonio artistico colpito dal terremoto. «Con questo libro facciamo un altro passo avanti, offrendo al lettore ottimi spunti non solo per aggiornare la ricerca storica ma anche per immaginare un futuro per questi paesi».

«Le terre amatriciane sono sempre state, nella storia, terre di passaggio e di incontro, e la Salaria un’arteria di comunicazione fondamentale – ha detto il vescovo Domenico Pompili tirando le conclusioni – A me più che di ricostruzione piace parlare di rigenerazione, e a riguardo non possiamo non considerare la necessità di infrastrutture all’altezza dei tempi. Altro elemento essenziale per riedificare Amatrice è la sua identità culturale che fa tutt’uno con l’impianto urbanistico. E se è impensabile riedificare tutto in un baleno è però necessario avviare un progetto che, fissando delle priorità, sappia nel tempo restituire il patrimonio artistico di questa terra. Magari garantendo l’integrazione tra il paesaggio ambientale e quello economico e sociale».

Duecento le copie del volume distribuite dopo la presentazione al pubblico presente.

Il libro sarà in vendita nelle librerie Mondadori-Electa in tutta Italia e on line dal 14 gennaio. Fino a quella data sarà possibile chiederne una copia in omaggio scrivendo a: [email protected]

L’architetto Stefano Boeri alla presentazione del libro su Amatrice

Ci sarà anche l’architetto Stefano Boeri mercoledì a San Giorgio alla presentazione del libro Ai piedi della Laga, il volume della Fondazione Varrone edito da Electa dedicato al patrimonio culturale ferito dal sisma del 2016. Porta infatti la firma dell’architetto italiano conosciuto in tutto il mondo il progetto di Casa Futuro, il grande piano di recupero e riuso della cittadella del Don Minozzi di Amatrice voluto dalla Diocesi di Rieti, cui è dedicato l’ultimo capitolo del libro, a firma del vescovo Domenico Pompili. Il libro stesso è il primo passo di un percorso più lungo intrapreso dalla Fondazione insieme a Soprintendenze, Comuni e Diocesi che comprende l’avvio, a gennaio, di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e, in primavera, l’apertura di una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata all’arte sacra dei paesi della Laga.

«Per la Fondazione 2019 e 2020 sono gli anni in cui rimettiamo l’attenzione sui paesi colpiti dal terremoto», ha detto il presidente Antonio D’Onofrio presentando il libro in anteprima ai giornalisti: «È stata una tragedia vera, ma ancora più tragiche possono essere le conseguenze se i tempi della ricostruzione dovessero allungarsi a dismisura. Le nostre sono zone rarefatte, vuote: se non acceleriamo il territorio muore. Servono le case, certo, ma aspettando quelle bisogna mantenere la “colla” che c’è. E la colla, nei nostri borghi, sono le tradizioni, le usanze, i sapori. Questo libro racconta questo collante e prova a dare indicazioni meditate ad un dibattito sulla ricostruzione che ci sembra troppo urlato e inconcludente».

Ad illustrare il volume è stato il vicepresidente della Fondazione Roberto Lorenzetti, che ha rimarcato il contributo totalmente disinteressato dei 20 autori che hanno partecipato all’opera, aperta dalla prefazione del ministro Dario Franceschini e curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice, col coordinamento editoriale del funzionario storico Giuseppe Cassio.

«Il libro è diviso in due parti», ha detto Lorenzetti: «La prima, Memorie, arte e devozione, racchiude autorevoli contributi di carattere storico-artistico dedicati alla storia e ai beni culturali presenti nei paesi della Laga. La seconda parte, Dalle rovine alla luce, documenta invece il lavoro svolto dal MiBACt dopo il terremoto per recuperare e conservare quanto più possibile il patrimonio culturale dell’area del cratere. È stato un lavoro immane, nato da una collaborazione voluta dalla Fondazione tra Soprintendenze, Comuni e Diocesi: crediamo infatti che niente come i beni culturali rappresenti il trait d’union tra passato e futuro».

Il volume (223 pagine a colori) sarà distribuito mercoledì pomeriggio in omaggio a chi verrà alla presentazione, in programma a partire dalle 17 a San Giorgio. Dal 14 gennaio sarà in vendita in tutta Italia.

L’esperienza del MuDA al Rieti Digital, nuove tecnologie a servizio dell’identità culturale

Sabato 16 novembre presso la sala consiliare del Comune di Rieti, nell’ambito del Festival Rieti Digital, è stata presentata l’esperienza del padiglione multimediale MuDA di Amatrice, un progetto a cura dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Rieti illustrato dall’ingegner Maria Luisa Boccacci.

Dopo il lavoro emergenziale, durato circa due anni, rivolto soprattutto alle operazioni di recupero dei beni dalle macerie e di messa in sicurezza degli edifici di culto, la Diocesi ha voluto avviare un processo di valorizzazione del patrimonio culturale da realizzare sul territorio colpito dal sisma. Un processo che si è concretizzato nell’estate 2018, con l’installazione nel paese terremotato di un padiglione espositivo multimediale al cui interno è stata allestita la mostra “Tramandare il Bello. Il recupero dell’eredità culturale per una nuova sintonia con il creato“.

Un’iniziativa nata per dare uno stimolo al territorio attingendo dal patrimonio culturale e artistico e avvalendosi allo stesso tempo delle nuove tecnologie: le innovazioni digitali sono dunque diventate un mezzo espressivo per “far nascere” le opere sotto gli occhi dei visitatori attraverso la realtà aumentata.

L’esperienza presentata dalla Diocesi testimonia il percorso sviluppato nell’ambito dei beni culturali culminato con l’inaugurazione ad Amatrice del padiglione, e che prende il suo avvio dopo la fase emergenziale post sisma, evento che ha interessato un’ampia porzione del territorio diocesano e che, relativamente all’ambito dei beni culturali, ha rappresentato un momento ineludibile per ripensare l’intero operato della Diocesi per quanto riguarda la loro gestione, tutela e valorizzazione.

«Se fin dall’inizio era chiaro l’obiettivo e l’esito di questo processo, che si sarebbe esplicitato e concretizzato nella realizzazione di una mostra, ovvero di una iniziativa aperta al pubblico locale e non, non era altrettanto chiaro con quale modalità e quale aspetto avrebbe assunto l’esposizione. Ci siamo trovati di fronte a vicoli molto forti nella realizzazione – ha spiegato in sala consiliare l’ingegner Boccacci – se da una parte gran parte delle opere d’arte fortunatamente non avevano subito danni irreversibili durante il sisma, quindi questo ci consentiva di poter attingere a un’ampia scelta dei beni da esporre; dall’altra il contesto in cui si operava era costituito da un territorio distrutto in cui mancavano fisicamente strutture ed edifici in cui allestire l’esposizione e in cui assicurare le opere da esporre in un luogo protetto e sorvegliato. Queste considerazioni ci hanno indotto a ricercare una soluzione che permettesse di superare questi limiti e al contempo di garantire un alto livello di gradimento nella fruizione, dal punto di vista estetico, un alto valore contenutistico dal punto di vista storico – artistico, oltre che assicurare fisicamente uno spazio idoneo che abbiamo ricavato installando una struttura prefabbricata, rendendola anche particolarmente accattivante e riconoscibile esteriormente grazie alla contro struttura in tubi e giunti ricoperta con teli stampati. Per quanto riguarda l’allestimento, invece, il ricorso alle innovazioni digitali e tecnologiche, impiegate come mezzo espressivo per “concretizzare” la rappresentazione delle opere, è stata la chiave per raccordare le diverse esigenze e tenere insieme tutti gli aspetti che costituivano il processo».

Ma l’iniziativa si sviluppa anche a seguito dell’esigenza di sopperire a una forte motivazione simbolica: lanciare un segnale e uno stimolo per un territorio ferito fa attingendo alla dimensione del patrimonio culturale e artistico: «Alla base del suo concepimento vi è la convinzione che l’identità culturale, connessa ad una comunità e ad un territorio, sia il caposaldo attorno al quale la comunità stessa trova il suo fondamento e la sua ragion d’essere, alla quale può attingere per guardare al futuro. In questa ottica l’allestimento del padiglione espositivo rappresentava un’ occasione per riallacciare le radici culturali e sociali di un territorio “interrotto” e per promuovere un messaggio di vicinanza alle persone, testimoniando al contempo il lavoro svolto dalla Diocesi e dagli altri enti che hanno operato nella fase post-sisma».

Un progetto che ha sopperito all’assenza fisica delle opere d’arte, conservate e custodite in appositi depositi in attesa di tornare nei luoghi di culto originari, grazie all’applicazione di soluzioni multimediali e digitali. Un video mapping con una narrazione affidata all’effigie della Pala di Cossito accoglie i visitatori, che poi usufruiscono tramite tablet o smartphone della realtà aumentata: ed ecco che per potenza della tecnologia grazie alla scansione tridimensionale appaiono sui piedistalli i sei oggetti selezionati, con tanto di particolari così realistici da sembrare realmente essere presenti, addirittura fino a regalare la sensazione di poterli toccare. Il padiglione è stato realizzato anche grazie al contributo del dottor Giuseppe Cassio, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza di zona, che ha curato in prima persona i contenuti della mostra e guidato l’intero iter di elaborazione del percorso espositivo dal punto di vista storico artistico, assicurando un fondato valore contenutistico, oltre che estetico, alla narrazione.

Il padiglione multimediale ha svolto, soprattutto nei mesi estivi, anche un’apprezzata funzione ricreativa e attrattiva a beneficio dei molti visitatori giunti a portare sostegno nelle zone colpite dal terremoto del 2016 e nasce, inoltre, come anticipazione della futura sede distaccata ad Amatrice del Museo Diocesano attualmente ospitato all’interno del Palazzo Papale di Rieti.

Il benvenuto di Accumoli a fra Mimmo e fra Carmelo

Nella gremita aula liturgica presso il centro di comunità della parrocchia Santi Pietro e Lorenzo di Accumoli, venerdì 2 novembre, tanta gioia ed emozione per la presentazione ufficiale di fra Carmelo e fra Mimmo alla comunità.

«Nella giornata della Commemorazione dei defunti, sotto il segno dell’Eucarestia della Resurrezione – ha esordito il vescovo Domenico Pompili – celebriamo una circostanza che è anch’essa un piccolo segno di Resurrezione, accogliendo una comunità di frati minori nella figura di frate Carmelo e frate Mimmo che oggi sono qui accompagnati dai loro confratelli della provincia religiosa della Puglia. Grazie per questo dono che si preannuncia come una delle cose belle della difficile congiuntura che viviamo. Accogliamo con commozione la vostra disponibilità, attraverso la gioia di chi sa che, nei prossimo tre anni, potrà contare nella presenza di questi due fratelli che faranno qui convento, insieme a don Stanislao, per ricostruire la comunità».

Nell’omelia il vescovo ha fatto riferimento alla caducità della vita. «La brevità dell’esistenza, è la nostra stessa identità di esseri umani. Come abbiamo sperimentato in queste zone, siamo esposti e vulnerabili ma è proprio la limitatezza ciò che ci identifica. La vita è breve ma bella, anche per noi che l’abbiamo vista dolorosamente amputata e proprio quello che abbiamo sperimentato ce l’ha fatta apprezzare ancora di più. La vita non può essere una promessa mancata. Noi oggi siamo testimoni di un’opera di bene venuta dal cielo e questo ci dà coraggio e forza di andare avanti perché solo il bene che facciamo e riceviamo, rimane».

A questo punto la parola è passata al ministro provinciale padre Alessandro Mastromatteo: «Siamo felici di poter abbracciare un intento comune, quello dare vita e carne alla parola ascoltata. La presenza di Carmelo e Mimmo può rappresentare un segno della carezza di Dio che asciuga le lacrime». Ha ricordato inoltre la vicinanza delle sorelle clarisse di Bisceglie, attraverso il dono di due candele la cui fiamma rappresenta «la preghiera costante per ciascuno di voi e per le vittime del terremoto».

Attraverso il dono di un’icona raffigurante san Francesco, ha infine sancito simbolicamente l’unione tra la diocesi di Rieti e la fraternità provinciale dei frati minori di Puglia e Molise.

Anche don Stanislao ha espresso la sua emozione ricordando una favola che ricorreva frequentemente nei giorni successivi al sisma. «Due rane cadono in un contenitore di panna e mentre una si arrende alla disperazione, l’altra continua a nuotare. Il giorno seguente, una era morta mentre l’altra riposava nel panetto di burro. Questa storiella è un invito a reagire durante le difficoltà. Oggi, tre anni dopo, abbiamo persone che si autodefiniscono morte dentro e altre che invece si rialzano. In verità, la speranza c’è per tutti e la presenza dei frati è un piccolo segno di Risurrezione che mira proprio a riscoprire la fiducia che si annida nel cuore di tutti noi».

Una mattinata ricca di emozioni, fatta di belle parole, canti e condivisione. Molta la partecipazione da parte della cittadinanza che può ora contare su due punti di riferimento in più.

I Beni culturali dopo il sisma: incontro ad Amatrice tra popolazione e diocesi

Nel pomeriggio di mercoledì 23 ottobre si è svolto, presso la sede Caritas di Amatrice, un incontro tra la cittadinanza e i rappresentanti dell’Ufficio diocesano Beni Culturali ed Edilizia di Culto, coadiuvati dall’intervento del pro-vicario del vescovo mons. Luigi Aquilini.

La riunione ha avuto lo scopo di mettere in luce lo stato attuale dei lavori, chiarificando il campo di competenza della diocesi e di tutte le istituzioni coinvolte in questo delicato processo. Don Luigi Aquili ha infatti aperto il dibattito sottolineando il fatto che, accanto al lavoro della diocesi c’è la sinergia del Mibac (Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo), del Fec (Fondo Edifici di Culto) e dei Comuni di competenza.

Per quanto riguarda gli edifici di culto, la diocesi di Rieti è impegnata nella messa in sicurezza di 70 chiese e proprio in merito a quest’importante operazione mons. Aquilini ha tenuto a precisare che «la messa in sicurezza, vista da alcuni come non necessaria, è in realtà molto importante perché consente di proteggere gli edifici danneggiati affinché non peggiorino nell’attesa di essere restaurati».

Per spiegare ancora meglio la valenza di quest’operazione, è intervenuto Pierluigi Pietrolucci, direttore dell’Ufficio Diocesano Beni Culturali ed Edilizia di Culto. «La ricostruzione implica uno studio approfondito del manufatto e bisogna passare per un lungo iter di approvazioni per capire come ricostruire. Tutte le chiese hanno il diritto al finanziamento, ma il processo non è immediato e ci sono tante considerazioni da fare perciò, il puntellamento è il percorso più breve perché gli edifici non decadano ancora di più. Tuttavia – ha aggiunto – non dobbiamo rassegnarci, ma lavorare per fare le cose al meglio. Lo strumento della messa in sicurezza evita che il bene crolli definitivamente e questo non è uno spreco di denaro, perché si salvaguarda ciò che è stato risparmiato dal terremoto. Il lavoro è molto lungo e complesso, la buona notizia è che con l’Ordinanza 84 si comincia a parlare di ricostruzione, pensata però per gli edifici pubblici. È dunque necessario un adattamento alla dimensione delle diocesi».

In conclusione, il direttore ha spiegato il processo di selezione delle opere su cui si è intervenuti: « I piani d’intervento vengono definiti dal Commissario, la Diocesi stabilisce quali sono le funzioni pastorali più importanti e infine intervengono i Comuni. I piani vengono così condivisi e, dopo una sintesi tra soggetti attuatori, si sceglie l’ordine d’intervento che, nel nostro caso, verte sulla presenza dei luoghi di culto».

Il momento finale è stato dedicato ad illustrare i luoghi in cui sono conservati i beni recuperati dalle chiese. «Tutto quello che è stato prelevato dalle chiese, è stato fatto con l’ausilio della Soprintendenza e del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e si trova attualmente presso la caserma dei Carabinieri Forestali di Cittaducale e in due depositi gestiti direttamente dalla diocesi. I beni sono stati catalogati tramite un inventario ed è tuttora in corso da parte dei responsabili la selezione delle opere che necessitano il restauro».

Grande la partecipazione all’esposizione dei processi di salvaguardia del patrimonio culturale e religioso da parte di tutta la platea che ha seguito con interesse ogni passo degli interventi. «Vi siamo grati perché ci state illustrando il tipo di lavoro effettuato e questo fa sperare di avere una chiesa anche nelle frazioni più distanti» ha dichiarato la signora Cesarina con entusiasmo.

Ricostruzione, il vescovo sul decreto del Governo, “misure positive, meglio tardi che mai”

“Meglio tardi che mai. Sono misure positive che vanno nella direzione auspicata da tempo e che danno risposte concrete”. È il commento rilasciato dal vescovo Domenico sulle misure approvate dal Governo per risollevare le regioni del Centro Italia (Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo) colpite dal sisma del 2016. Tra queste la proroga per tutto l’anno prossimo, fino a fine 2020, dello stato d’emergenza e l’adozione di ulteriori interventi urgenti per l’accelerazione e il completamento delle ricostruzioni.

In forte ritardo

Il vescovo di Rieti, nella cui diocesi si trovano alcuni dei centri più segnati dal sisma come Amatrice e Accumoli, tuttavia, segnala “che dopo tre anni abbondanti siamo ancora a discutere su come progettare l’eventuale ricostruzione. Questo dice anche del difficile rapporto che c’è stato tra Governo centrale e istituzioni locali. La fase dell’ascolto è stata troppo lunga”, rimarca mons. Pompili, per il quale “occorreva intervenire prima, sia per quel che riguarda il prolungamento dei benefici fiscali sia per ciò che concerne l’autocertificazione per favorire e intensificare la ricostruzione, che stenta a muoversi per la sensazione di eccesso di burocrazia che taglia le gambe a qualsiasi persona”. La proroga, fino a tutto il 2020, dello stato d’emergenza è, afferma il presule, “una misura interessante che, però, non deve farci adagiare su un’idea di emergenza continua. Dobbiamo, piuttosto, trovare la strada per affrontare e sciogliere i nodi irrisolti”. “In questi tre anni, aggiunge, “è prevalso un criterio politico e partitico che fa del sisma la bandiera dell’una o dell’altra parte. Occorrerebbe, invece, che diventasse una questione trasversale e super partes, dietro la quale tutti indistintamente dovrebbero accodarsi. Vista la precarietà del quadro politico sarebbe impossibile pensare che una sola forza politica si intesti in toto una questione così complessa come la ricostruzione che se va bene occuperà qualche decina di anni”.

Sulla ricostruzione dei luoghi di culto l’impegno della diocesi

Per ciò che riguarda i beni culturali ecclesiastici mons. Pompili ricorda che “siamo fermi alla ordinanza n. 84 del 10 luglio 2019, “Approvazione del secondo Piano degli interventi di ricostruzione, riparazione e ripristino degli edifici di culto nei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016”. “Grazie a questa ordinanza che va nella direzione della ricostruzione definitiva – ricorda mons. Pompili – le diocesi potranno assumere il ruolo di soggetto attuatore e gli interventi saranno di fatto equiparati alla ricostruzione privata. Ciò carica la Chiesa di una grande responsabilità che comporta una serie di scelte, anche pratiche, per creare un team di professionisti capaci di portare avanti, sul piano legale, tecnico e amministrativo questa opera. Si tratta di una cosa assolutamente necessaria perché lo abbiamo visto con la messa in sicurezza. Nella nostra diocesi abbiamo messo in sicurezza 75 chiese mentre i comuni e ministero insieme poco più di una ventina. Il che sta a dire che se non si muove la Chiesa direttamente ‘gli edifici di culto’ sono destinati a cadere. Grazie a questo decreto si stanno avviando tutte le procedure per aprire i cantieri in vista della ricostruzione definitiva di un certo numero di chiese”.

Le misure del decreto del Cdm

l decreto-legge dispone la proroga fino al 31 dicembre 2020 dello stato d’emergenza dichiarato in conseguenza del sisma che ha colpito i territori delle regioni Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Il testo introduce ulteriori interventi urgenti per l’accelerazione e il completamento delle ricostruzioni in corso nei territori colpiti da eventi sismici.

Misure fiscali

Il decreto accoglie le richieste manifestate dai territori interessati, la riduzione del 60% degli importi da restituire in relazione alla “busta paga pesante”, cioè il taglio degli oneri fiscali, previdenziali e assistenziali che erano stati sospesi dall’agosto del 2016 a tutto il 2017 e che non dovranno più essere restituiti in misura integrale ma limitata al 40%.

Ricostruzione

Per la ricostruzione privata, è prevista una procedura accelerata per l’avvio dei lavori basata sulla certificazione redatta dai professionisti. Il controllo non verrà realizzato più a monte sul 100% dei richiedenti, come avviene oggi, ma solo a campione sul 20%. Restano fermi i controlli a campione a valle già oggi previsti dalla legge.

Nel decreto ci sono misure per agevolare l’approvazione dei progetti per la ricostruzione, regolando le modalità e le procedure per la copertura delle anticipazioni ai tecnici e ai professionisti del 50% dei loro onorari alla presentazione del progetto, con la previsione che per tali anticipazioni non possa essere richiesta alcuna garanzia.

Per la ricostruzione degli edifici pubblici, l’attribuzione della priorità va agli edifici scolastici che, se siti nel centro storico, dovranno essere ricostruiti nel luogo nel quale si trovavano, salvo impedimenti oggettivi; in ogni caso, la destinazione d’uso dell’area in cui sorgevano non potrà essere modificata.

Smaltimento macerie

Nuove misure per lo smaltimento delle macerie, con l’obbligo di aggiornamento da parte delle Regioni del piano per la gestione delle macerie e dei rifiuti, da effettuarsi entro il 31 dicembre 2019, al fine di individuare nuovi siti di stoccaggio temporaneo; in caso di inadempienza, l’aggiornamento sarà realizzato dal Commissario straordinario.

Promozione economica e misure contro lo spopolamento

Sono previste, inoltre, misure anti-spopolamento volte a incentivare gli imprenditori a non abbandonare i territori, come l’estensione al territorio dei Comuni del Cratere della misura prevista a favore dei giovani imprenditori nel Mezzogiorno, chiamata “Resto al Sud” e interventi finanziari a favore delle imprese agricole del territorio.

 

Padre Mimmo e padre Carmelo arrivano ad Accumoli: «Apprezzate la ricchezza della vita così com’è adesso»

Lo scorso primo ottobre, padre Mimmo e padre Carmelo sono approdati nel villaggio Sae di Accumoli, che sarà la loro casa per i prossimi anni. Un convento del tutto particolare, che non si trova in un eremo o alla periferia della città, ma all’interno di una casetta d’emergenza posta nel cuore di un’area che, da tre anni a questa parte, rappresenta il nuovo quartiere di molte persone.

Entrambi i frati sono felici di aver intrapreso questo nuovo percorso, ultima tappa di un percorso spirituale che li ha condotti fino al paese terremotato. Padre Mimmo proviene da un convento del foggiano, dove curava la parte gestionale ed economica della comunità. «Durante il Capitolo Intermedio, in cui si è deciso chi dovesse partire per le zone terremotate, ho ricevuto la chiamata dal frate superiore e la mia risposta è stata immediata: quando parto?».

Una gioia che pervade tuttora il frate, contento del compito ma consapevole dell’impegno «così importante e delicato, nel quale saremo guidati dall’aiuto del Signore».

Diversa la formazione di padre Carmelo che, lo scorso luglio, è tornato da una missione in Africa durata ben 16 anni.

«Tutto è nato – racconta – dalla mia richiesta di tornare in Italia. Da qui, rispondendo alla decisione dello scorso Capitolo, che prendeva in considerazione la possibilità di aprire una fraternità inserita in una realtà concreta anche nelle zone terremotate, ho dato subito la mia disponibilità: sarei partito anche da solo se fosse stato necessario».

È sicuramente presto per fare un bilancio dettagliato di questa nuova avventura, ma pur in pochi giorni di permanenza nei luoghi del sisma i due frati hanno avuto modo di elaborare le prime riflessioni. «Abbiamo notato – afferma padre Mimmo – che le persone si stanno ripiegano un po’ su se stesse a causa del proprio dolore e dunque hanno bisogno di una mano che le aiuti a raddrizzare le spalle. Abbiamo capito che hanno avuto uno squarcio profondo nella loro vita al seguito del quale è iniziato un percorso di ricostruzione morale e spirituale. Tuttavia, dimostrano tutti anche una grande forza e tenacia, e noi daremo il massimo per farli continuare in questa direzione».

«Dopo l’esperienza africana – interviene padre Carmelo – ho capito che non siamo qui perché abbiamo qualcosa da dire alla gente, ma siamo qui perché vogliamo imparare a stare con la gente. Il trauma che queste persone hanno vissuto è estremo, in pochi minuti hanno perso tutte le sicurezze, e si sono abituati a vivere in una dimensione di essenzialità che, per certi aspetti, richiama molto lo spirito francescano.  Rivedere la propria vita secondo un nuovo concetto di normalità è un processo che necessita di tempo e mette in discussione anche la relazione con il prossimo, e il nostro nostro compito è quello di stare con loro in questo percorso. Vogliamo essere fratelli che devono imparare, ma che devono anche riuscire a far apprezzare alle persone la ricchezza della vita così com’è adesso».

Prosegue il frate «anche noi abitiamo nelle Sae e naturalmente siamo arrivati qui senza nessuna pretesa: padre Mimmo dorme nella camera e io nel divano della cucina, mentre il bagno è in comune. Tuttavia, abbiamo qualcosa che altri non hanno perché se molti vengono, visitano e vanno via, noi restiamo e viviamo come gli abitanti del posto, come loro fratelli, e con le stesse condizioni. Questo ci porta a sperimentare quello che loro stessi hanno vissuto e vivono e, pur avendo ridimensionato le nostre attività come frati, stiamo vivendo come una famiglia inserita».

Il lavoro dei frati in termini di azione pastorale sarà quello di conoscere sempre di più le persone, creando gruppi di ascolto e aprendo le porte della casetta per ogni tipo di sfogo, pronti ad imparare a vivere secondo le condizioni di due qualsiasi abitanti del paese terremotato.

E poi, come obiettivo, spazio per lanciare speranze per il futuro. Il primo a parlare è fissare dei propositi è padre Mimmo: «Sono convinto che se il Signore ci ha mandato nel canale del dolore e della sofferenza è perché dobbiamo osare, dobbiamo cercare di depennare i pensieri negativi nel cuore delle persone che, altrimenti, rimangono saldamente ancorate alle macerie. Perciò, per quello che possiamo fare, saremo un punto di riferimento».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il pensiero di padre Carmelo: «Bisognerebbe uscire dalla logica del riformare e ricostruire secondo una concezione ancorata al passato ma si dovrebbe investire nell’innovazione e ispirazione alla vita comune, al volersi bene e all’orgoglio di essere accumolesi. Noi abbiamo la possibilità di ispirare un nuovo inizio, nato da un esperienza negativa, ma che può trasformarsi in un futuro brillante».

Rieti Digital, protagonista il percorso espositivo multimediale “Tramandare il Bello”

Comune e Diocesi di Rieti insieme per il Rieti Digital 2019. E’ fissato per il pomeriggio del 16 novembre, presso la sala consiliare di Palazzo di Città l’illustrazione dell’esperienza maturata ad Amatrice dove, dopo due anni dal sisma che ha colpito il centro Italia, è stato allestito il percorso espositivo multimediale “Tramandare il Bello. Il recupero dell’eredità culturale per una nuova sintonia con il creato”.

«È uno dei numerosi eventi – ha dichiarato Elisa Masotti, assessore all’innovazione tecnologica e alla digitalizzazione del Comune di Rieti – che arricchirà la maratona digitale in programma nella tre giorni che va dal 15 al 17 novembre prossimi. Il cartellone degli eventi spazierà a 360 gradi coinvolgendo cittadini, scuole, istituzioni e aziende con l’intento di contribuire a diffondere, nell’era della quarta rivoluzione industriale, la cultura del digitale che avanza inesorabilmente in tutti i settori del nostro vivere».

L’intervento sarà a cura dell’Ufficio Beni Culturali ed Edilizia di Culto UBCEC della Diocesi di Rieti. «Per l’allestimento del percorso, considerando il particolare contesto in cui ha preso forma, è stata ideata un’esposizione che fa ricorso alle più recenti e innovative applicazioni della comunicazione multimediale quali realtà aumentata, virtuale e videomapping per permettere nuovi modi di fruizione dei beni culturali e garantire una visita dal carattere esperienziale e interattivo. Avendo ben chiari gli obiettivi da cui scaturisce l’iniziativa, che risponde alla convinzione che il patrimonio, tangibile nelle numerose opere d’arte e connesso ad altrettanti beni immateriali rappresentati da usi, riti e tradizioni, sia la testimonianza della memoria materiale e spirituale del territorio, si è cercato di creare uno spazio per mettere a disposizione di tutti qualcosa dell’eredità culturale salvata. Le opere non sono direttamente presenti, ma ricostruite attraverso modelli digitali il più possibile simili ai loro corrispettivi reali e tramite una specifica applicazione, inquadrando con la fotocamera di dispositivi quali smartphone o tablet alcuni marker, è possibile far comparire sullo schermo le opere riprodotte digitalmente e percepibili come presenti nell’ambiente reale. L’esperienza della Diocesi – hanno dichiarato dall’Ufficio Beni Culturali ed Edilizia di Culto UBCEC della Diocesi di Rieti – si iscrive quindi nel caso delle nuove tecnologie e nuovi linguaggi multimediali applicato ai beni culturali».

«Non solo in questo caso del post-terremoto il digitale si rivela una risorsa – ha sottolineato il vescovo di Rieti monsignor Domenico Pompili – credo che anche nella fruizione del nostro territorio così ricco di memoria storica ed artistica si debba trovare modo di valorizzarla grazie ai nuovi linguaggi digitali».

La campana di San Benedetto e il suono della memoria

Sono in dirittura d’arrivo i lavori per la messa in sicurezza della chiesa di San Benedetto che sorge nell’omonima frazione amatriciana. Anche qui, prima del sisma, la chiesa aveva il potere di riunire tutta la comunità, specialmente per la festa del patrono. Il signor Sandro ricorda che «nei tempi più antichi, la festa si celebrava il 3 settembre, quando ritornavano in paese tutte le persone che lavoravano fuori. Poi, a causa della dispersione della popolazione, è stata anticipata ai primi giorni di agosto per approfittare della maggiore affluenza».

L’ultima festa risale proprio all’anno 2016 e Sandro conserva ancora le foto di quell’evento. La ricorrenza si articolava in diversi momenti: alla messa seguiva la processione in cui i trasportatori delle statue sacre indossavano tutti una tunica bianca con una pettorina celeste. Di fatto, però, il momento principale era rappresentato dal momento del suono della campana della chiesa.

«Questa campana – spiega il signor Sandro – ha un suono bellissimo che deriva dalla sua storia. Non si tratta, infatti, di una campana qualunque, ma di una delle più antiche della zona. Si narra che prima di essere posta sul campanile della chiesa di San Benedetto, si trovasse nel monastero dei frati che sorgeva dove ora c’è il cimitero e che ci sia voluta la forza di ben sette buoi per trasportala dove si trova adesso».

Ecco quindi che la memoria del luoghi sacri passa anche attraverso gli oggetti che si trovano in essi e che rappresentano un’espressione di identità per gli abitanti del luogo. Perciò continuare a lavorare per preservare questi edifici, in attesa della ricostruzione, è un segnale forte, che dimostra la volontà di non dimenticare il passato pur guardando al futuro.