La chiesa di San Pietro in Macchia di Accumoli verso la messa in sicurezza

Nella località di Macchia, presso il comune di Accumoli, sorge la chiesa di San Pietro, che giace nel cuore della zona rossa con le ferite del terremoto ancora aperte. Per ovviare a questa situazione, durante il periodo estivo, l’Ufficio per i Beni Culturali della diocesi di Rieti ha inviato i suoi esperti per ulteriori sopralluoghi che daranno vita alla messa in sicurezza dell’immobile.

Per capire meglio l’importanza di che cosa rappresenti l’avvio dei lavori per gli abitanti di questa piccola frazione, è preziosa la testimonianza di due coniugi, Alberto e Berardina che, dopo un lungo periodo passato nella capitale, dal 2013 vivono stabilmente in questo luogo.

Alberto e Berardina oggi vivono in una casetta SAE perché la loro casa è inagibile, ma durante il giorno passano il loro tempo nel magnifico giardino dove sono rimaste tutte le loro piante. Un vero e proprio “orto dei miracoli” che dimostra che la natura non si piega alle difficoltà.

Proprio per preservare questa bellezza i due coniugi hanno deciso di non abbandonare Macchia, affinché i sacrifici fatti dai genitori possano avere una seconda possibilità. Di fatto, i momenti dopo il terremoto sono stati difficili poiché le macerie avevano ricoperto tutta la superficie della loro proprietà, rendendo impraticabile il terreno.

Grazie all’aiuto dell’esercito, questa famiglia è comunque riuscita a bonificare l’area e, ogni giorno, si dedica alla cura del giardino. «La forza della rabbia – racconta Berardina – ti fa fare tante cose e se noi abbiamo deciso di rimanere qui, lo dobbiamo fare in un certo modo e questo passa anche attraverso il rispetto della natura».

In questo contesto «la messa in sicurezza rappresenta un segnale positivo perché significa che si può ricominciare. Noi siamo contenti, ogni cantiere che sorge ci dà la speranza che qualcosa si sta muovendo» afferma Alberto che rivela anche qualche aneddoto inerente alla chiesa.

Nonostante negli ultimi tempi le funzioni liturgiche fossero ridotte alle solo messe funebri, la chiesa di san Pietro era, almeno fino agli anni ’70, un vero e proprio punto di ritrovo per gli abitanti. «Al tempo dei miei nonni – ricorda Alberto – il prete veniva tutte le domeniche e portava le caramelle ai bambini. Durante la trebbiatura del grano, inoltre, c’era una grande festa che univa tutto il paese, mentre adesso regna la disgregazione».

Effettivamente, uno degli aspetti negativi che ha maggiormente ha afflitto questo paese è stata la perdita dell’armonia. «Noi pensavano che questa vicenda potesse unire lo spirito del paese, ma non è stato così. Il terremoto ha peggiorato le persone dal punto di vista psicologico». Nonostante questo, Berardina e il suo consorte credono ancora in un futuro migliore, prendendo la ricostruzione come una sfida e cercando di vivere in armonia con la comunità.

Per tutti questi motivi è essenziale che i lavori partano al più presto, perché risanare i beni materiali può aiutare a curare anche le lesioni subite dalle persone.

Le chiese come luogo della comunità. La storia di Sant’Egidio a Sommati

Continuano anche d’estate i sopralluoghi degli addetti dell’Ufficio per i Beni Culturali della diocesi di Rieti in merito alla messa in sicurezza degli edifici di culto. È un segnale della ferma volontà della Chiesa di intervenire sugli immobili per arginare il loro deterioramento. L’operazione che va oltre il bene materiale stesso: si estende fino al cuore di comunità che, prima del sisma, vedevano nelle chiese il luogo in cui ritrovarsi, un punto d’identità collettivo, capace di riunire tutta la cittadinanza.

Ne offre un esempio la chiesa di Sant’Egidio. L’edificio sorge nella frazione di Sommati e qui, con l’aiuto delle testimonianze dei signori Aldo e Vittorio, è possibile richiamare alla memoria la festa che veniva fatta in onore del santo. Nel calendario la figura del santo ricorre il primo settembre, ma i festeggiamenti in suo onore venivano anticipati all’ultima domenica di agosto. Si favoriva così la partecipazione di chi tornava in paese dalle grandi città a un ciclo di eventi tale da impegnare tutta la settimana. La festa della domenica era preceduta da una processione notturna con le candele. E anche la messa domenicale era a sua volta seguita da una processione. Si attraversava tutto il paese e si dava l’opportunità di mostrare le statue dei santi, sempre accompagnati sempre dal suono della banda.

«Era un’occasione per stare insieme», spiegano Aldo e Vittorio che ricordano anche come, alla fine della processione, ci si riunisse tutti per il pranzo secondo un grande spirito di condivisione.

In realtà, la memoria di questa chiesa non riguarda solo questa festa, ma anche gli attimi di vita vissuti dalle persone e dai parroci che l’hanno frequentata. In questo caso sono le signore Augusta, Anna Maria e Franca a raccontare alcuni aneddoti riguardanti una figura legata alla loro giovinezza, quella di don Alberto.

«Era una persona molto severa ed esigeva che tutti i bambini andassero a catechismo. Quando si accorgeva che qualcuno non aveva studiato, non esitava a bacchettarlo» riferisce Agusta che, a differenza di molti anni, ricorda ancora di essere stata rimproverata dallo stesso don Alberto per aver indossato un paio pantaloni di pelle che le erano stati regalati da un cugino che viveva in Germania. Ma non c’erano solo i rimproveri e non mancano i ricordi legati anche all’affetto che il parroco rivolgeva ai bambini. «Quando arrivava la legna, noi con tutti i ragazzi accorrevamo per aiutarlo a riporla e lui, come ricompensa, ci offriva del latte condensato che allora ci sembrava buonissimo perché noi non avevamo quasi niente».

«Oppure – aggiunge Anna Maria – ogni volta che si recava ad Amatrice per fare la spesa, noi aspettavamo che tornasse alla fermata della corriera perché ci riportava sempre qualcosa».

Non stupisce quindi che dalla parole di queste donne emerga un sentimento di stima nel confronti del parroco: «lo ricordiamo con affetto, per noi era come un padre, un educatore al quale portavamo rispetto. Infatti, andavamo tutti a messa volentieri la domenica: nell’insieme non era così severo e ci spiegava le cose belle».

Racconti che suggeriscono quanto è importante che i luoghi di culto vengano preservati in un’ottica di ricostruzione: ad essi sono legate le identità degli abitanti che riescono a mantenerne vivo il ricordo, anche davanti a strutture visibilmente lesionate o, in alcuni casi, quasi del tutto distrutte.

È il momento della memoria: le liturgie per il terzo anniversario del sisma

Il 23 e il 24 agosto il vescovo Domenico presiederà le liturgie in occasione dell’anniversario del terremoto del 2016. Come di consueto, il silenzio e la riflessione caratterizzeranno la veglia di preghiera in memoria dei caduti che si svolgerà presso il palazzetto dello sport di Amatrice.

Le porte dell’edificio saranno aperte poco dopo la mezzanotte e la veglia avrà inizio alle 1,30 del 24 agosto. Attorno alle 2,30 del mattino i convenuti attraverseranno il corso del paese in processione. Alle 3,36, nei pressi della chiesa di Sant’Agostino, avrà luogo la lettura dei nomi delle 238 vittime, accompagnati da altrettanti rintocchi di campana. Ci si recherà quindi nei pressi del Memoriale dei caduti per la preghiera conclusiva.

La veglia ad Amatrice sarà anticipata da una liturgia nella frazione di Illica, nel comune di Accumoli: una “serata di pace” che avrà inizio alle 21,15 del 23 agosto.

Alle ore 11 del 24 agosto il vescovo presiederà la celebrazione eucaristica presso il palazzetto dello sport di Amatrice. La celebrazione sarà trasmessa in diretta da Rai Uno.

Alle ore 17 monsignor Pompili presiederà la messa nell’area Sae di Accumoli.

Il 24 agosto alle 17, Cittareale ricorderà con la Santa Messa presso San Silvestro, Sabatino Giamogante, cittarealese vittima del sisma del 24 agosto 2016.

Beni culturali: le attività della Chiesa di Rieti dopo il sisma 2016

A tre anni dal terremoto non viene meno la preoccupazione per i beni culturali da parte della diocesi di Rieti. Un’attività complessa che vede la Chiesa reatina impegnata sia sui beni mobili che sugli edifici. Non solo: a partire dal 2016, l’Ufficio diocesano per i Beni Culturali svolge anche un’attività di supporto nell’organizzazione dei sopralluoghi negli edifici di culto e per il reperimento della documentazione disponibile riguardo alle varie chiese.

Recupero e conservazione

Ad oggi, la gran parte delle opere d’arte è stata recuperata e protetta in appositi depositi, grazie al lavoro in collaborazione del Ministero per i Beni Culturali, del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Diocesi di Rieti, svolto con il supporto dei Vigili del Fuoco. La Diocesi ha operato sia in supporto delle squadre ministeriali facenti capo al deposito allestito all’interno della caserma dei Carabinieri di Cittaducale, sia direttamente, con proprio personale, organizzando un ulteriore deposito temporaneo dei beni recuperati. Inoltre la Chiesa di Rieti ha realizzato un nuovo deposito diocesano stabile dei beni mobili recuperati dalle aree colpite che, a partire da settembre 2019, accoglierà le opere che non necessitano di restauro attualmente presenti sia nel deposito di Cittaducale gestito dal MiBAC che nel deposito temporaneo della Diocesi.

L’impegno della diocesi: 70 chiese in un’area vasta

Quanto agli edifici di culto, la situazione è molto complessa e i numeri sono impegnativi. Sono quasi cento, infatti, le chiese nel territorio che necessitano di azioni di messa in sicurezza a causa del sisma. Questi interventi hanno lo scopo di evitare ulteriori danni agli immobili.
Sono un impegno diretto della diocesi di Rieti la progettazione e l’esecuzione dei lavori su 70 di queste chiese. Le altre sono oggetto della cura diretta del Ministero dei Beni Culturali, che ha tenuto per sé 11 edifici, e dei comuni di Amatrice, Leonessa, Borbona e Cittareale, che sono intervenuti su un totale di 16 luoghi di culto. Tutti interventi importanti, perché le chiese hanno a che fare con l’identità delle popolazioni e riportano a memorie personali e tradizioni collettive necessarie a dare continuità alla vita e anima della ricostruzione che verrà.
Sulle scrivanie dell’Ufficio per i Beni Culturali della diocesi sono aperti fascicoli diversi, tra interventi conclusi, in fase di esecuzione o in progettazione. Riguardano edifici presenti non solo nell’area più interna del cratere, ma su tutto il territorio diocesano: Amatrice, Accumoli, Posta, Borbona, Leonessa, Cittareale, Borgovelino, ma anche Rieti, Belmonte in Sabina, Rocca Sinibalda, Concerviano, Pescorocchiano, Petrella Salto. L’attività è cominciata all’inizio del 2017 e si concluderà alla fine del 2019. Attualmente sono stati completati 40 interventi, altri 15 sono in progettazione, 5 in esecuzione e 10 in fase di inizio lavori. Queste attività corrispondono a un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro e vengono svolte dalla diocesi ai sensi di una nota pubblicata dal Dipartimento Protezione Civile il 22 dicembre 2016.

Messe in sicurezza definitive

Non tutti gli edifici adibiti al culto hanno sofferto il terremoto allo stesso modo. Alle chiese oggetto di interventi emergenziali, vanno infatti aggiunte quelle che, pur risultando inagibili, dalle scosse telluriche hanno subito danni meno gravi. A volte, la messa in sicurezza di questi edifici risulta più conveniente se condotta da subito con interventi definitivi. A questi casi sono rivolte due ordinanze del Commissario straordinario del Governo per la ricostruzione, la 23 e la 32, che a fronte della gravità e dell’estensione dei danni provocati dal terremoto in tutto il Centro Italia colgono l’opportunità di affidare interventi che consentono la definitiva riapertura al pubblico ai proprietari degli immobili, finanziandoli con circa 4 milioni di euro.
Nella diocesi di Rieti ricadono nei parametri fissati dalle due ordinanze 17 chiese, comprese nei comuni di Amatrice, Borgovelino, Cittareale, Colle di Tora, Concerviano, Greccio, Leonessa, Poggio Bustone, Posta e Rieti. Per tutte, il programma di lavori disposto dalla diocesi prevede esclusivamente opere definitive. L’Ufficio diocesano per i Beni Culturali e l’Edilizia di Culto ha provveduto innanzitutto ad effettuare un sopralluogo in tutte le Chiese in esame, seguito dalla stima delle risorse necessarie ad effettuare i lavori. Quindi ha coinvolto 43 tecnici tra architetti, ingegneri e geometri, per progettazione, direzione lavori, sicurezza e collaudo, seguendo il criterio della rotazione e della trasparenza nella distribuzione degli incarichi. Stesso principio per le procedure di affidamento dei lavori, alle quali sono state invitate 42 imprese qualificate.
Allo stato attuale si contano 5 interventi in progettazione, altrettanti in fase di inizio lavori e 7 in corso di esecuzione. I lavori in corso riguardano tra gli altri il Santuario di Santa Maria di Capodacqua (Cupello di Cittareale) e le chiese di Santa Maria Assunta (Borbona), Santa Maria di Loreto (Limiti di Greccio) e dei Santi Angeli Custodi a Borgo San Pietro di Poggio Bustone. La riapertura al culto di queste chiese è prevista per il prossimo autunno.

Ricostruzione degli edifici di culto

Un’altra Ordinanza del Commissario Straordinario, la n. 84 dello scorso 10 luglio, regolamenta il processo di ricostruzione delle chiese. Il provvedimento è in attesa di approvazione della Corte dei Conti. Gli interventi complessivi di cui la Chiesa di Rieti potrà farsi carico sono 84, ma il numero degli interventi che saranno realmente intrapresi dalla Diocesi sarà oggetto di valutazione nelle prossime settimane. Il lavoro sarà infatti molto complesso. La Diocesi intende comunque farsi carico dell’impegno spinta dalla consapevolezza dell’urgenza di restituire alle comunità i rispettivi luoghi di culto.

Valorizzazione del patrimonio

A questo complesso di attività nel recupero e nella tutela dei beni, la Diocesi sta affiancando un’azione di valorizzazione dell’eredità culturale. Un esempio è la realizzazione, ad Amatrice, del padiglione espositivo temporaneo multimediale (MuDA), al cui interno è stata allestita la mostra “Tramandare il Bello. Il recupero dell’eredità culturale per una nuova sintonia con il creato”. Un modo per rendere fruibili a visitatori e popolazione un campionario significativo delle opere attualmente conservate nei depositi.
Sulla stessa linea si muove la progettazione di un nuovo allestimento per il Museo Diocesano di Rieti, che oltre a corrispondere alla perdita di alcuni spazi espositivi, sempre a causa del sisma, tiene anche conto dell’esigenza di esporre le opere d’arte recuperate dagli edifici sacri danneggiati dal terremoto.

Casa del Futuro

A questo complesso di azioni si aggiunge la più ambiziosa opera di ricostruzione che la Diocesi di Rieti intende realizzare: quella della Casa del Futuro: un complesso di 18.000 m2 che verrà realizzato ad Amatrice sull’area del “Don Minozzi”. Gli edifici saranno organizzati in quattro corti, dedicate all’accoglienza, alla memoria, alle arti e ai mestieri, ai beni comuni. Equivalente per estensione al centro storico di Amatrice, il complesso si propone come progetto esemplare di ricostruzione e motore per la rinascita del territorio. Il cronoprogramma dei lavori verrà presentato il 17 agosto, sempre ad Amatrice, in occasione delle iniziative per i cento anni dalla fondazione dell’Opera per il Mezzogiorno d’Italia.

Il vescovo Domenico alla Festa della Trebbiatura: «Dio mantiene sempre le sue promesse»

Le avverse condizioni climatiche non hanno fermato una modesta folla di fedeli riunita nella tensostruttura eretta nella località Conche di Amatrice per assistere alla messa che avrebbe dovuto precedere la rievocazione storica della trebbiatura.

L’omelia del vescovo Domenico, giunto sul luogo per partecipare in prima persona alla manifestazione promossa dall’ associazione Amatrice Terra Viva, si è concentrata sul commento di un passo del Vangelo secondo Luca (Lc 11, 1-13), focalizzata sul senso della preghiera.

Lo spunto di riflessione parte da quando i discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare. «In realtà – spiega monsignore – la preghiera non è una questione di cu si debba parlare ma è una questione che si deve sperimentare. A pregare si impara pregando e Gesù consegna la sua preghiera in maniera molto semplice, con due invocazioni (Sia Santificato il Tuo Nome, Venga il Tuo Regno) e tre richieste (pane, perdono e liberazione dalla tentazione). La preghiera del cristiano è semplice e ha una sorta di premessa: tutto poggia sulla parola Padre».

La preghiera è quindi sentirsi figli e sperimentare una vicinanza e un’affettività che consente di sentirci tra le braccia del Padre, in un tempo di evaporazione del Padre, come il nostro. In questo senso ci può aiutare un libro della nostra fanciullezza “Pinocchio” che, spiega Pompili, «non è una favola ma lo storia di un burattino che scopre di essere figlio. Questo percorso è l’esperienza di ciascuno di noi. Quando noi riusciamo a dire Padre a Dio, ci riconosciamo come figli. Mentre ci sperimentiamo figli riscopriamola dimensione della fraternità che è la promessa mancata della nostra modernità».

«Infatti – continua il vescovo – noi siamo nati all’insegna di quelle tre parole magiche libertè, egalitè, fraternitè e non ne abbiamo conseguita nessuna. La dimensione carente è maggiormente la fraternità perche la libertà e la giustizia si tengono insieme solo se c’è la fraternità, che è quella che manca oggi». La preghiera, invece, ci insegna a rapportarci a Dio e al prossimo, alla giustizia, al perdono e alle relazioni. «Io ho la sensazione che il rarefarsi della preghiera sia anche una ragione di questo clima volgare e i incattivito che respiriamo».

Quindi, meno si prega e più diventa insostenibile la convivenza perché la preghiera ha un risvolto molto pratico. La preghiera non è solo sperimentarsi affettivamente dentro le braccia del Padre, non è solo percepire gli altri come dei competitor ma come dei fratelli, la preghiera è anche un modo per allenare il nostro desiderio che rischia di essere, diversamente, formattato dai bisogni più bassi. Dio non ci accontenta perché la preghiera ci fa alzare il livello delle nostre richieste, quando non veniamo accontentati, siamo portati a sublimare le nostre richieste. La preghiera è un modo con cui il nostro cuore non si intorpidisce ma si risveglia innalzato dal desiderio.

Il pensiero finale viene ripreso da un testimone cristiano dei nostri giorni, Bonhoeffer che, nel rapporto tra fede e storia, garantisce che «Dio non sempre esaudisce le nostre richieste ma sempre mantiene le sue promesse» ed è in questa contraddizione che la preghiera cerca di farsi spazio.

Prima di concludere la celebrazione, monsignor Pompili concede la parola a Marco Santori del Gruppo Alce Nero il quale, riferendosi alle condizione atmosferiche, riesce a vederci qualcosa di positivo, sostenendo che «questa pioggia aiuta le nostre patate a crescere!»

Proseguendo, enuncia un pensiero finale asserendo «per noi è stato un momento molto bello preparare questa festa, è bello quando un gruppo si ritrova, è un’occasione per riflettere per come fare meglio ed essere sempre più risposta di questo territorio».

Al termine il vescovo ha rivolto un ringraziamento agli ideatori dell’iniziativa, al vicesindaco, al coro degli Scout, alle suore di Scai, ad Alvaro e a Padre Massimo.

Ricostruzione, ordinanza avvio lavori chiese. Mons. Pompili: «un passo nella direzione giusta»

«Finalmente, era ora. Aspettavamo da circa un anno e mezzo». È il commento, rilasciato al Sir, del vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, dopo che ieri il Commissario straordinario Piero Farabollini ha emanato l’ordinanza per far partire i lavori in 600 delle 3.000 chiese danneggiate dal sisma del 2016 in Centro Italia.

Fondi stanziati e procedure semplificate

L’ordinanza stanzia 275 milioni di euro e prevede procedure semplificate per interventi al di sotto della soglia dei 600mila euro di lavori. Le diocesi potranno assumere il ruolo di soggetto attuatore e gli interventi saranno di fatto equiparati alla ricostruzione privata. «Il premier Conte, dopo la riunione ai primi di giugno in Cei con i vescovi delle diocesi terremotate, aveva assicurato, resosi conto dell’obiettivo ritardo, della necessità di un’ordinanza sollecita che desse il sapore di un cambio di passo, sempre auspicato a parole ma lontano dall’essere poi realizzato. Si tratta, quindi, di una scelta importante se si verificherà quello che era stato promesso: la definizione di regole trasparenti e snelle legate a doppio filo a una normativa che faccia premio sulla velocità, senza la quale il recupero di migliaia di chiese sarà un sogno, e la possibilità per le diocesi di fare da soggetto attuatore. L’ordinanza, in questo senso, pare andare nella direzione giusta».

Nuove forze per portare avanti il lavoro

Da parte della diocesi di Rieti, afferma mons. Pompili, «c’è tutta l’intenzione di assumersi l’onere di fare da soggetto attuatore in tutte le nostre chiese – per ora 85 su una totalità di 200 chiese distrutte e inagibili – potenziando ulteriormente l’ufficio per i beni culturali con professionalità e competenze plurime, così da portare avanti un numero elevato di progetti».

Cei: il presidente Conte ha incontrato i vescovi delle zone terremotate

«Nel volgere di una decina di giorni sarà approvata l’Ordinanza attuativa per il secondo piano di ristrutturazione dei beni culturali: l’ha assicurato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, partecipando oggi presso la sede della Cei a una riunione con i vescovi delle diocesi terremotate del Centro Italia».

Lo riferisce una nota diffusa dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei.

«Nell’incontro – si legge nella nota -, promosso dalla Segreteria Generale e presieduto dal card. Gualtiero Bassetti, sono state rappresentate dai Pastori le istanze delle comunità locali e la loro sofferenza, a fronte di uno Stato percepito come lontano o comunque in ritardo nel processo di ricostruzione. Al presidente del Consiglio è stato condiviso anche il disagio legato a un impianto legislativo stratificato nel corso del tempo e appesantito dai tempi della burocrazia. L’ordinanza ha una copertura di 300 milioni di euro; fisserà le modalità per l’avvio della ricostruzione di circa 600 chiese – rispetto alle 3mila danneggiate dal sisma – individuate da un anno e mezzo secondo criteri di priorità stabiliti dalle diocesi con il coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni. I vescovi hanno evidenziato come le chiese costituiscano – oltre che un luogo di culto per la fede – un essenziale riferimento aggregativo a servizio del bene comune: riaprirle diventa risposta al senso di sfiducia e di solitudine, nonché via imprescindibile per rilanciare la presenza turistica. Il presidente Conte, affiancato dal capo-gabinetto Alessandro Goracci, si è fatto interprete di un approccio pragmatico, che – sul piano attuativo – riveda l’impianto legislativo, agevolando l’opera di ricostruzione».

«Un fratello che ci ha rubato il cuore». Dalle Ande agli Appennini il cordoglio per don Angel

In tanti si sono riuniti nel palazzetto dello sport di Amatrice in occasione delle esequie di don Angel Jiménez Bello. Un ultimo saluto al giovane parroco di Sant’Agostino, che il 24 agosto del 2016 aveva condiviso con la popolazione i tragici momenti del sisma, occupandosi di mettere in salvo gli anziani della Casa di Riposo. Tra i Monti della Laga era arrivato da poco più di due mesi, e tra quelle vette era tornato a poca distanza dal terremoto, dopo un breve periodo a Potenza, per ricevere le consegne della parrocchia da don Savino D’Amelio, eletto Superiore Generale della Famiglia dei Discepoli di Giovanni Minozzi. Quasi un segno per il giovane sacerdote, primo dei Discepoli peruviani a ricongiungersi al venerato fondatore che proprio in seno alla comunità di Amatrice aveva dato forma compiuta alla sua missione.

Un’appartenenza confermata dalla presenza dei confratelli della Famiglia dei Discepoli, che affiancati da molti sacerdoti e religiosi della diocesi, hanno concelebrato la funzione presieduta dal vescovo Domenico. Prendendo spunto dalle letture del giorno, mons Pompili ha letto la vicenda di don Angel attraverso la figura dell’apostolo Paolo. «Egli è lo strumento che ho scelto per me», la suggestione presa dalle parole attribuite a Gesù nella celebre visione sulla via di Damasco.

«Il suo desiderio era annunciare il Vangelo con la vita. E ce ne siamo accorti sia come parroco con il suo rigore, la sua intelligenza, la sua simpatia; sia come malato con la sua dignità, il suo coraggio, la sua delicatezza», ha spiegato il vescovo, che di don Angel ha ricordato l’animo sempre aperto alla speranza, la disciplina che gli impediva di piangersi addosso. Una forza alimentata da «mondo interiore, cui attingeva energia e fiducia, ben oltre l’umano», da «una fede che non l’ha mai abbandonato».

Quella stessa fede nel «pane vivo, disceso dal cielo», che sembra difficile, incomprensibile, impossibile di fronte alla morte che travolge «anche a trent’anni». E ora che la vicenda di don Angel «ci ha strappato all’improvviso dalla routine quotidiana, dalla ricostruzione che non parte, dalla convivenza che si è fatta più esigente» l’errore più grande sarebbe quello di «seppellire con lui la sua speranza di vita».

La «sua consegna» è un’altra e don Domenico l’ha evocata attraverso un’immagine che ritrae il sacerdote «nel bel mezzo di stupende montagne e ordinatissimi terrazzamenti»: un paesaggio andino che dà le vertigini, come la promessa della vita eterna. Una speranza propria del pastore «che si dà da fare per accompagnare gli altri sui sentieri più alti». E se anche su quelle vette, sotto il cielo terso «Dio sembra allontanarsi e diventare invisibile», in realtà «Lui è sempre con noi».

«Come ora è con Angel – ha concluso il vescovo – che nel frattempo è diventato per noi un fratello maggiore che ci ha rubato il cuore».

Un affetto visto, oltre che nel ricordo commosso dei confratelli, stretti attorno ai familiari, nella breve testimonianza resa da alcuni giovani della parrocchia, che gli hanno reso omaggio con le parole e con la musica. Alla lettura di una breve lettera rivolta al sacerdote scomparso hanno infatti voluto aggiungere l’ascolto di una canzone da lui particolarmente amata. E al termine della messa, il viaggio verso il cimitero di Amatrice per il rito della sepoltura è stato preceduto dalla proiezione di una sequenza di foto di don Angel, anche riprese durante le attività pastorali nel borgo colpito dal terremoto.

Come a dire che la sua esperienza di parroco, pure se breve, ha saputo tracciare una via da seguire per chi rimane nella difficile situazione della ricostruzione, una bussola che punta con sicurezza verso il cielo.

È morto don Angel, parroco di Amatrice

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dobbiamo accettare il male?». Lo ripeteva sempre don Angel Jiménez Bello, e lo ha ripetuto fino all’ultimo giorno, affrontando la sua devastante malattia con un coraggio che ha lasciato tutti senza parole.

Il sacerdote peruviano, parroco di Amatrice dal settembre 2018, si è spento nel pomeriggio di ieri a soli 35 anni in una clinica di Roma, assistito dai confratelli dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia.

Non si è mai arreso don Angel, non ha mai spento il suo sorriso e la sua ironia tutta sudamericana, continuando ad «avere pazienza senza mai mollare». Dal letto dell’ospedale San Camillo Forlanini, tra una dolorosa terapia e l’altra, arrivavano ogni giorno i suoi “buenos días” accompagnati dalle emoticon divertite, perché «bisogna tenere alto il buonumore, per aiutare il fisico, perché si riprenda presto».

Don Angel ha studiato e monitorato la sua parrocchia fino all’ultimo, meditando di tornare presto nel paese minato dal terremoto in cui era stato chiamato a prestare servizio pastorale, e appena possibile nel suo amatissimo Perù, dove lascia i genitori e sette fratelli maggiori.

Durante la lunga e difficile degenza, don Angel è stato felice di aver potuto celebrare in Quaresima la Santa Messa in ospedale, utilizzando un altare di fortuna. Felice di ricevere visite, di ascoltare una bella canzone, di leggere un bel libro. Felice di mangiare il gelato al caffè che tanto gli piaceva, di assaporare una fresca arancia. Felice di ascoltare i racconti di ciò che accadeva fuori oltre il vetro della sua finestra. E la domenica lo era ancor di più, perché «è domenica, e quindi sto bene».

Una felicità scovata con la forza della fede nel marasma della grande sofferenza e nella consapevolezza di una malattia lunga e dolorosa: una felicità che è stata la più grande lezione che si potesse ricevere.

Il vescovo Domenico, i sacerdoti e i dipendenti e collaboratori della curia di Rieti si stringono nella preghiera e nel cordoglio per la prematura scomparsa di don Angel.

Le esequie del sacerdote saranno celebrate dal vescovo Domenico domani venerdì 10 maggio alle ore 16 presso il Palazzetto dello Sport di Amatrice.

Don Luigi Ciotti sui luoghi del terremoto: «La politica si dia una mossa, qui non c’è più bisogno di false speranze»

«Visita? No, non è affatto una visita. Visita è una parola che sa di clamore, di attrattiva: il mio voleva essere piuttosto un incontro, vissuto in silenzio, in ascolto delle persone». Don Luigi Ciotti, prete antimafia, «ma sono contrario alle etichette», da anni è sotto scorta per le sue scomode denunce a favore della legalità. Oggi, è voluto andare nei luoghi minati dal sisma del 2016, e lo ha fatto senza clamori, sottotono, com’è nel suo stile di basso profilo.

«Ciao, sono don Luigi» dice a chi gli da’ del lei conoscendolo per la fama che lo annovera tra gli uomini più a rischio d’Italia. Per tutti un sorriso, una carezza, l’ascolto, con i poliziotti sempre a un passo.

Nessuno sapeva della visita privata a parte il vescovo Domenico Pompili, suo grande amico, «al quale rinnovo sempre la stima e la vicinanza per ciò che la sua Diocesi sta vivendo da quasi tre anni». Don Ciotti si è recato ad Accumoli, poi ad Amatrice, poi a Cittareale. Ha incontrato i sindaci, ma soprattutto ha voluto sentire «le percezioni delle persone», incontrarle, parlarci, «guardarle negli occhi».

«Cosa mi hanno detto? Cosa piuttosto non mi hanno detto. Non sempre si parla, ma le cose si comprendono dai loro sguardi, dalle loro strette di mano. Percepisci la loro sofferenza, ma percepisci anche le loro illusioni, le loro false speranze, quelle che la politica ha dato loro, senza mantenerle ancora».

Alza la voce don Luigi Ciotti, si infervora, si appassiona a ciò in cui crede, e ci crede con tutto se stesso. «Queste persone si portano dietro enormi ferite, inferte dalle perdite delle persone care, delle case, del lavoro, dei riferimenti. Se si prosegue con questa stasi queste ferite rischiano di non sanarsi, ma anzi di riaprirsi continuamente: la politica seve impegnarsi con volontà, chiarezza e trasparenza, per non annullare ulteriormente la dignità e le speranze di queste popolazioni».

Non è mancata una visita alle scuole superiori di Amatrice, in mezzo a quei ragazzi che sono la sua platea preferita, e l’humus in cui gettare il seme per la legalità, l’uguaglianza, la giustizia sociale.

«Sì, la giustizia sociale, quella fatta dalla vita delle persone! Occorre trovare i mezzi per fare in modo che la legalità si trasformi in giustizia sociale, perchè la legalità è uno strumento, è il fine, non il mezzo per raggiungere quest’obiettivo».

Non mancano le stoccate alla politica, alla burocrazia, al sistema troppo cavilloso che si inceppa e impedisce i processi di ricostruzione. «La politica non deve dimenticare la parola urgente, si deve dare una mossa, i tempi non si possono allungare ma si devono necessariamente accorciare, non si può prolungare l’agonia di queste persone che non hanno certo bisogno di illusioni in questo momento, ma di certezze!».

Don Luigi Ciotti risale nella macchina blindata che lo protegge. Tutte le mafie lo vogliono morto, perfino Totò Riina ordinò dal carcere la sua esecuzione paragonandolo a don Pino Puglisi, e augurandogli la stessa fine. Don Luigi non si scompone, si ritiene comunque «un privilegiato», per la possibilità di continuare a spendere le proprie energie per scuotere le coscienze, «perché si allarghi il noi, ciò che è vitale e fondamentale per la società». Gira in lungo e largo l’Italia, senza paura di mescolarsi in mezzo alla folla, per gridare a tutti, soprattutto ai giovani, la necessità di giustizia e legalità che c’e nel nostro Paese.

Un ultimo sguardo alla desolazione, al vuoto dove prima c’erano case, e vite. «Vado via ma non vado via, resto con il tempo e con il cuore, e continuerò a fare da pungolo perchè le speranze di queste persone non vengano ancora alimentate a vuoto».