«La vita non è una promessa mancata, ma una garanzia che viene da Dio»: Accumoli ricorda le sue vittime

«La nostra speranza è svanita, noi siamo perduti, così abbiamo ascoltato dalle letture, ieri sera ad Illica, abbiamo ascoltato questa sorta di passioni tristi, come voci dalle tenebre: voci che ci portavano alla sfiducia al senso dell’abbandono: sentimenti legittimi ed inevitabili per chi ha vissuto una tragedia come questa».

Sono state undici le vittime che ha contato il piccolo paese di Accumoli dopo il terremoto di due anni fa, il dolore è ancora vivo, e il vescovo Domenico è consapevole della sofferenza ancora palpabile per le terribili perdite.

Chi era in vacanza, come la giovane ragazza spagnola Ana, chi aveva trovato il suon buen retiro dopo la pensione, come Giovanni, Assunta, Dina e Vinicio. Chi, come la famiglia Tuccio, interamente scomparsa, ci abitava stabilmente.

Idealmente intorno a loro, e a tutte le altre vittime del terremoto del 24 agosto 2016, si è stretta la comunità accumolese durante la Santa Messa di oggi pomeriggio, celebrata all’aperto dal vescovo Domenico e dal parroco don Stanislao Puzio nella spianata dell’area Sae: «tuttavia non siamo qui per lasciarci sopraffare dal dolore».

«Eravamo nello sconforto – ha detto nell’omelia monsignor Pompili – ma ieri sera, improvvisamente si è fatto silenzio e la luna ha illuminato il Sanissimo Sacramento. Così ci siamo pian piano assuefatti a quel buio, e abbiamo però notato una luce che emergeva. Così, abbiamo compreso che le voci dalle tenebre non devono avere il sopravvento. La voce che deve prevalere dentro di noi è quella che Gesù nel vangelo esprime attraverso l’amore verso Dio e verso il prossimo. Un amore non sentimentale né emotivo, ma provato con tutta la mente, tutta l’anima e tutto il cuore».

Occorre mente, «perché occorre mettersi d’ingegno per vivere in questa terra, destinata a ballare ancora, e richiede intelligenze destinate a creare opere che sappiano sostenere questa condizione».

Anima, «per trasformare anche il dolore, che è pur sempre un’energia, in qualcosa che nasca nel nostro io più profondo e ci porti a diventare più concentrati ed essenziali, eliminando il superfluo». E poi cuore, «per saper guardare al di là di ciò che accade sotto i nostri occhi».

Nonostante il tempo incerto, sia all’adorazione eucaristica di ieri sera nella frazione di Illica che alla celebrazione di oggi, sono stati in tanti a voler essere presenti. Hanno portato un segnale anche le istituzioni, presenti alle cerimonie celebrative a due anni dal sisma del centro Italia.

Il vescovo Domenico ha avuto parole di conforto per i presenti, aprendo la celebrazione, «nessuno di noi crede che la vita sia solo un incidente di percorso, per cui viviamo ancora insieme questo giorno che ormai volge al tramonto con la fiducia che nasce dalla fede e ricordiamo che la vita non è una promessa mancata ma una garanzia che viene da Dio e che dobbiamo riascoltare in questo momento».

Due anni dal sisma, il vescovo Domenico: «Vale la pena restare o tornare se ritroviamo lo spirito di questa terra»

È il 24 agosto. Ricordi, memorie e interrogativi sul futuro nel grande tendone allestito ad Amatrice per la solenne celebrazione tenuta dal vescovo Domenico a due anni dal terremoto che travolse il centro Italia.

«Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?»: monsignor Pompili cita il libro di Ezechiele, e ripropone la domanda che fu posta al profeta, «una domanda che rimbalza fino a noi e riecheggia i nostri interrogativi: Potranno queste macerie risorgere? Tornerà ad essere abitato questo stupendo altopiano?»

Nello scoraggiamento di questi due anni difficili, fatti di lentezze e ritardi, dolori riaffiorati e nuovi problemi,  sono in molti a porsi domande sul futuro che verrà, e come verrà per questo popolo.

«C’è un’altra domanda che si insinua come un tarlo: Ma ne vale la pena?. E’ una domanda a tradimento più diffusa di quanto si pensi. Lo conferma il fatto che alcuni non sono più ritornati, che altri ci stanno pensando, che altri (il popolo delle “seconde case”) tornerebbero, ma non ci sono le condizioni. La domanda è scomoda, ma salutare. E costringe a chiedersi se crediamo o no alla rigenerazione di questa terra».

Il vescovo Domenico celebra il sacrificio di Amatrice, e ieri sera quello di Accumoli, dove tonerà per la celebrazione liturgica oggi pomeriggio.

Tuttavia, non si può prescindere dal volgere lo sguardo anche altrove, allargando le proprie vedute all’Italia tutta, che in queste ultime settimane è stato punteggiato da altre tragedie, anch’esse difficili da spiegare, difficili da accettare: «Questa terra è il simbolo del nostro Paese che va in frantumi: il ponte che si sbriciola, il canale d’acqua che travolge giovani vite, le città che sono diventate invivibili. Il mondo è fragile. E l’uomo lo è ancora di più. Fortunatamente nel testo visionario di Ezechiele si fa strada insistentemente una parola messa in bocca a Dio. La parola è spirito. Di fronte alla fragilità della materia c’è soltanto una possibilità: l’impalpabile e sfuggente realtà dello spirito».

Sull’essenza, il significato stesso dello spirito, è Gesù stesso nel vangelo di Matteo ad aiutarci a comprendere meglio, ad indicarci la strada giusta: Amerai il Signore Dio tuo. Amerai il prossimo tuo come te stesso.

«È qui il punto – prosegue monsignor Pompili – Così dicendo non solo mette Dio e l’uomo dalla stessa parte, ma riconcilia definitivamente spirito e materia. Dunque vale la pena di restare o di tornare se ritroviamo lo spirito di questa terra che è unica come i tanti piccoli centri dell’Appennino, abbandonati in nome di criteri solo economici e funzionali. Vale la pena di affrontare la ricostruzione privata e pubblica, se la burocrazia non paralizza lo spirito, cioè la buona volontà, dei singoli e delle istituzioni. Vale la pena di vivere tra queste montagne se prevenzione e investimenti sulla viabilità rompono il cerchio dell’isolamento fisico. Si, ne vale la pena!»

Certo, è difficile, ma occorre farlo, occorre soprattutto spostare l’attenzione sul positivo, concentrasi su ciò che è stato fatto, si sta facendo e si farà ancora, facendo appello al proprio spirito di intelligenza, di responsabilità e di dedizione: «Basta allargare lo sguardo oltre il presente, non vedere più solo macerie, ma gru!»

In conclusione, la speranza: «Domani, non oggi, sapremo se – al netto delle cose fatte e di quelle ancor più numerose da fare – avremo conservato lo spirito che ci fa dire, a dispetto della realtà: Sì, ne vale la pena!»

Celebrazioni di Illica, don Stanislao: «I nostri cuori hanno bisogno di ricostruzione»

C’erano le case, solo due anni fa, nella spianata che ieri sera ha ospitato l’adorazione eucaristica di Illica.

La frazione di Accumoli devastata dal sisma del 24 agosto 2016 e vicinissima all’epicentro contò cinque vittime, oltre alla pressoché competa sparizione del proprio centro abitato. Sono iniziate da lì, ieri sera alle 21, le celebrazioni per la ricorrenza del secondo anniversario dal terremoto.

Nell’area sgomberata dalle macerie, cono state depositate tante fiaccole a terra, a delimitare i perimetri delle case che non esistevano più: «Oggi la piazza è pulita e può diventare la nostra fortuna se sapremo gestirla, oppure un’occasione persa. Questo percorso composto dalle torce disegna nel buio di questo luogo le strade che non ci sono più. Dove conducono queste strade? Nel vuoto? Nel buio? Buona parte dipendono da noi».

Presenti alla celebrazione, il vescovo Domenico e il parroco di Accumoli, don Stanislao Puzio: «Esattamente due anni fa, ancora a quest’ora, qui regnava la vita. Un anno fa qui regnava la paura. Oggi qui regna il vuoto. Fra un anno, fra cinque, fra dieci?».

Un silenzio irreale, partecipato, con tante persone strette sulle panche di legno intorno al Santissimo per chiedere a lui la via da percorrere: «Gesù, – ha aggiunto don Stanislao – tu sei il commissario straordinario alla ricostruzione della nostra interiorità, orientaci nel nostro smarrimento».

In un cestino di vinimi, poco più in là, dei messaggi avvolti da un nastrino rosso: frasi di Madre Teresa di Calcutta, che il sacerdote ha voluto donare ai propri parrocchiani. Affisso su una recinzione, un cartello con i nomi delle cinque vite spezzate di Illica: «Assunta, Dina , Vinicio, Giovanni, Ana, i nostri angeli».

Eppure, pur nella commemorazione di chi non è più, il pensiero va al futuro, alla speranza: «Non siamo venuti qua a piangere sul passato. A piangere le nostre vittime. Siamo venuti qua a costruire. I nostri cuori hanno subito danni notevoli, prima ancora delle case e delle aziende. I nostri cuori hanno bisogno della ricostruzione».

Le ore più lunghe di Amatrice: «Tanto più buia è la notte quanto è più certa l’alba»

Come non si dormì quella tragica notte di due anni fa, non si è dormito la notte scorsa ad Amatrice. Si è pregato, in silenzio, ci si è raccolti nel ricordo e nel dolore delle perdite di vite umane, 238 solo qui, in un paese che fatica a riprendersi dal lutto.

Erano centinaia, sotto il tendone allestito nell’area dove sorgeva l’istituto alberghiero, molti residenti, tanti venuti da fuori, per non dissolvere la memoria di quel che è stato. Tra loro, alcuni rappresentanti delle istituzioni, mischiati tra la folla, con indosso la felpa commemorativa.

Si leggono delle storie, con il sottofondo della musica dolce di chitarra  flauto.

La veglia di preghiera è iniziata all’una e trenta, poco dopo ci si è messi in cammino in silenzio verso il monumento alle vittime, illuminando con le fiaccole uno scenario che ancora appare come di guerra. In capo i ragazzi, insieme al vescovo Domenico e ai parroci della zona, don Savino D’Amelio e monsignor Luigi Aquilini.

Nel corteo quasi tutti hanno almeno una vittima in famiglia, alcuni non hanno più i loro bambini, alcuni i genitori. I rintocchi di campane li ricordano uno per uno, con il rumore che squarcia il silenzio della notte e fa ancora male, tanto male.

Sono le 3 e 36, un orario che nessuno qui riuscirà a dimenticare. Due anni anni fa, a quell’ora, la scossa tellurica che sbriciolò le case come biscotti, e poco dopo un’altra. Il rumore delle sirene e le pale degli elicotteri, la polvere e il sangue sono ancora nella testa di tutti.

Ma ora è il momento del ricordo, ed è tempo di guardare avanti, anche se la ricostruzione è lenta, la burocrazia ti schiaccia, il ricordo ti opprime. A rincuorare gli animi, come da due anni a questa parte, ci pensa il vescovo Domenico: «Tanto più buia è la notte quanto è più certa l’alba»

Si recita il Padre Nostro e lo si fa sommessamente, poi si riposa qualche ora, in attesa della Santa Messa delle 11, sotto lo stesso tendone.

Dal Forum Comunità Laudato si’ la “Carta di Amatrice” contro l’uso e l’abuso della plastica

«Riusa, ricicla, riduci»: è questa la sintesi delle «buone pratiche per ridurre l’uso della plastica» nella vita quotidiana, emersa al termine del primo Forum delle Comunità Laudato si’ – progetto promosso dalla diocesi di Rieti e da Slow Food – che si è svolto ieri ad Amatrice.

Al centro dell’incontro il tema dell’inquinamento causato dall’uso e dall’abuso di plastica. I circa 120 partecipanti hanno adottato all’unanimità i 19 punti che fanno parte di quella che, Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, non ha esitato a definire la “Carta di Amatrice”.

«Vogliamo proporre queste buone pratiche dando tempo ai cittadini di metterle in pratiche nella quotidianità – ha detto Carlo Petrini – dobbiamo lavorare per questa rivoluzione. Le comunità Laudato si’ sono in continua crescita. Siamo partiti pochi mesi fa e oggi ci sono continue richieste di adesione da molte città e parti del mondo. Queste comunità sono operative nel loro territorio non solo come volano culturale, ma con azioni pratiche. Le comunità sono chiamate a fare in modo che le tematiche di questo straordinario documento prendano corpo attraverso una mobilitazione nell’educazione, nelle buone pratiche, nella condivisione, nella capacità di fare rete mantenendo le proprie identità e adattando i propri obiettivi a quelli specifici dei territori. Questo primo incontro ad Amatrice – sarà un appuntamento annuale – è stato dedicato a uno dei due grandi problemi ambientali di oggi: la plastica. L’altro è il cambiamento climatico».

«Le Comunità Laudato si’ – ha proseguito il fondatore di Slow Food – in questi mesi vogliono essere stimolo e controllo verso l’Unione Europea perché prosegua con forza e rapidità con provvedimenti rivolti alla cancellazione dei prodotti mono uso, i fantomatici usa e getta. Dopo i cotton fioc, intervenire sulle cannucce, i piatti, i bicchieri, posate… Inoltre chiediamo al Governo Italiano che intervenga al più presto con una legislazione cogente in materia di utilizzo delle bioplastiche e delle materie compostabili in modo da evitare che una possibile soluzione diventi una problematica. Non tutti i prodotti che vengono in messi in circolazione come biodegradabili, infatti, lo sono effettivamente. Alcuni contengono percentuali importanti di plastica che ne pregiudicano lo smaltimento nella frazione organica».

Questi i punti della Carta:

  1. Non usare le cannucce di plastica per le bevande e per gli aperitivi. Non è necessario il loro utilizzo e ci sono alternative naturali.
  2. Non usare posate, piatti e bicchieri di plastica monouso.
  3. Non usare i cotton fioc di plastica.
  4. Non usare prodotti per la cura della persona che contengano microsfere di plastica come i dentifrici, shampoo, saponi, cosmetici e gli scrub. Prediligere le alternative con ingredienti naturali.
  5. Acquistare frutta e verdura sfuse, fresche e di stagione e non imballate con pellicole, vassoi di polistirolo e vaschette di plastica usa e getta.
  6. Non acquistare cibi precotti o cibi pronti all’uso contenuti in vaschette di plastica usa e getta.
  7. Non fare la spesa con gli shopper di plastica.
  8. Non comprare le lattine di alluminio delle bibite imballate da plastica e dagli anelli in plastica.
  9. Non usare le bottiglie di plastica per l’acqua e le bevande.
  10. Comprare i succhi di frutta in vetro e non in tetrapak (poliaccoppiato carta-plastica)
  11. Porre attenzione alle lattine di alluminio (salse, verdure, carne, pesce etc, alcune sono rivestite al loro interno in plastica, come molti tappi di metallo)
  12. Rinunciare all’uso delle gomme da masticare.
  13. Comprare detersivi sfusi e naturali.
  14. Usare meno pannolini per bambini usa e getta, assorbenti etc.
  15. Comprare vestiti in tessuto e fibre naturali e non in fibre sintetiche.
  16. Non comprare oggetti, per esempio per l’elettronica, informatica, etc etc imballati da plastica.
  17. Comprare meno giochi di plastica per i propri figli.
  18. Non buttare i mozziconi delle sigarette in terra.
  19. Non lasciare i rifiuti di plastica nell’ambiente.

Le opere d’arte di Accumoli e Amatrice in esposizione grazie alle tecnologie digitali

Sarà inaugurata il 28 luglio ad Amatrice alle 18, l’anteprima del Museo diocesano – sede di Amatrice. In un padiglione allestito allo scopo avrà infatti luogo l’esposizione multimediale di alcune delle opere recuperate dalle chiese di Accumoli e Amatrice colpite dal sisma. Le nuove tecnologie verranno dunque utilizzate per colmare il vuoto lasciato dalle opere recuperate in seguito al sisma del 2016 e non ancora pronte a essere esposte in sicurezza.

La scansione tridimensionale di una selezione di sculture e oggetti sacri ha permesso di ricostruire modelli digitali il più possibile simili ai loro corrispettivi reali. La fruizione delle opere richiama i tradizionali sistemi espositivi, intrecciati all’interazione tramite dispositivi mobili.

Scaricando l’applicazione MuDA AR da Apple Store o Play Store e inquadrando con la fotocamera degli smartphone e dei tablet, le immagini poste sui piedistalli o stampate sul materiale informativo dell’esposizione, i visitatori vedranno comparire le opere riprodotte digitalmente e percepibili come presenti nell’ambiente reale. Il tentativo è quello di aiutarsi con la tecnologia per ritrovare lo ‘spirito’ dei luoghi distrutti ed «evitare che si compia una ricostruzione senz’anima».

L’esposizione si avvantaggia del protocollo d’intesa tra la Diocesi di Rieti e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che concordano sull’obiettivo di ricomporre le trame di un discorso bruscamente interrotto dalle scosse telluriche.

Per le ricostruzioni digitali tridimensionali sono state scelte opere fortemente identitarie, come la celebre tavola dipinta della Madonna di Cossito, che aprirà lo spazio espositivo. Non mancheranno alcune opere plastiche realizzate con le materie prime della zona, come il legno e la terracotta, ben rappresentate da un paio di “Madonne” provenienti dalle chiese parrocchiali di Grisciano (Accumoli) e di Scai (Amatrice).

L’inaugurazione avverrà a conclusione del Forum che le Comunità Laudato si’ svolgeranno presso l’Area Food di Amatrice, dopo la presentazione in anteprima dei risultati della progettazione del complesso Casa del Futuro – Centro Studi Laudato si’ da parte dell’architetto Stefano Boeri.

“Tramandare il bello”: Accumoli e Amatrice avranno un museo multimediale

È con l’idea di Tramandare il bello che la Chiesa di Rieti ha messo mano a un nuovo cantiere ad Amatrice. Non è ancora la “vera” ricostruzione, per la quale occorrerà attendere ancora qualche tempo. E tuttavia il progetto né è l’immagine, la proposta, lo stimolo.

Sulla base di un edificio prefabbricato come quello che ospita il Centro di Comunità “Sant’Agostino”, tirato su mentre la terra ancora tremava forte, o il complesso per le attività della Caritas, realizzato nell’area dell’istituto Don Minozzi, è infatti in allestimento un museo multimediale.

Uno spazio provvisorio, ma necessario, perché per ripartire dopo il terremoto ci sono almeno tre punti su cui fare leva. Sono quelli indicati in tante occasioni dal vescovo Domenico: anzitutto le persone, «le cui ferite invisibili restano lancinanti e hanno bisogno di vicinanza per poter convivere con esse», poi il lavoro, perché «senza questa possibilità tornare sarebbe solo un istinto del cuore, senza sufficiente ragionevolezza», ma senza dimenticare – e siamo al dunque – il patrimonio artistico e culturale «che di ogni territorio è l’anima profonda».

Il progetto della Chiesa di Rieti, portato avanti dagli Ufficio Beni Culturali in sinergia con l’Ufficio Tecnico, servirà allora a ricordare che non ci si può soffermare solo sulle questioni materiali ed economiche. Per riprendere a vivere, per ricostruire, per andare avanti, occorre tornare ad attingere alla dimensione spirituale dell’esistenza.

Tornare a rivolgersi alle opere salvate nelle chiese che punteggiano il territorio tra Accumoli e Amatrice, di fronte ai grandi problemi irrisolti della ricostruzione può sembrare un lusso. In realtà è una necessità impellente, «una questione vitale che attiene all’identità di una comunità e ne irrobustisce l’unità». E se non è ancora possibile restituire fisicamente le opere alla popolazione, ci si rivolge alla tecnologia, alle possibilità offerte dal multimedia.

Fatta la scelta di alcuni pezzi particolarmente pregiati o significativi, si è provveduto ad effettuare una scansione tridimensionale. Ricostruite le forme al computer, è stato possibile programmare una applicazione per il telefonino che permette, inquadrando un apposito marcatore, di vedere l’opera a tutto tondo, garantendo un’esperienza coinvolgente del manufatto artistico.

Il museo diocesano, di cui quello provvisorio è soltanto un’anticipazione, aspira a preservare il genius loci. Il tentativo è quello di aiutarsi con la tecnologia per ritrovare lo ‘spirito’ dei luoghi distrutti ed «evitare che si compia una ricostruzione senz’anima».

L’esposizione si avvantaggia del protocollo d’Intesa tra la Diocesi di Rieti e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che concordano sull’obiettivo di ricomporre le trame di un discorso bruscamente interrotto dalle scosse telluriche.

Per le ricostruzioni digitali tridimensionali sono state scelte opere fortemente identitarie, come la celebre tavola dipinta della Madonna di Cossito, che aprirà lo spazio espositivo.

Non mancheranno alcune opere plastiche realizzate con le materie prime della zona, come il legno e la terracotta, ben rappresentate da un paio di “Madonne” provenienti dalle chiese parrocchiali di Grisciano (Accumoli) e di Scai (Amatrice).

Nella selezione dell’esposizione figurano inoltre raffinati arredi liturgici, come la croce astile di Pinaco (Amatrice), il tabernacolo architettonico di Cornillo Nuovo (Amatrice) e il prezioso calice barocco ornato di corallo rosso, proveniente dalla chiesa di San Francesco di Amatrice.

«Ogni opera – spiega Giuseppe Cassio, Funzionario storico dell’arte – SABAP per le province di Frosinone, Latina e Rieti – è accompagnata da un grande tema, che richiama i valori e i messaggi reconditi di ciascuna di esse, proprio per non dissociare quel rapporto viscerale, che qui come altrove, lega i documenti artistici alla vita quotidiana, alle tradizioni, alla liturgia e alla spiritualità di una determinata comunità».

I frati di Sant’Angelo: «siamo qui senza scadenza, resteremo finché ce ne sarà bisogno»

I frati stanziati a Sant’Angelo, una delle frazioni di Amatrice, dell’Ordine Francescano dei Frati Minori Cappuccini, si sono soffermati per una riflessione sul loro operato, riorganizzando i loro pensieri sul paese colpito dalla tragedia del terremoto. I frati sono arrivati in territorio amatriciano immediatamente dopo la tragedia, ancor prima che fossero celebrati i funerali delle vittime.

Frate Francesco, calabrese di origine ma di provincia religiosa romana, nella notte del 24 Agosto 2016 si trovava a Leonessa, e comprese subito che era successo qualcosa di grave nel circondario. È ad Amatrice dal 26 agosto, ora in compagnia di frate Eugenio da Napoli, Gian Sante da Jesi in provincia di Ancona e Jean Renauld di Haiti. Ad unirsi al gruppo arriverà presto da Bari frate Antonio.

I frati sono nelle zone del sisma per dare conforto spirituale e vicinanza, per parlare con le persone e non farle sentire mai abbandonate.

Appena messo piede ad Amatrice, raccontano, «l’impatto è stato forte, si avvertiva un forte senso di precarietà».

Tuttavia, da quello che hanno potuto vedere e sentire, la gente non si arrende, da un lato si respira una forte dignità, dall’altro una sorta di serena rassegnazione. Le persone tornate dopo quasi due anni, i religiosi le hanno viste smarrite, desiderose di dare un nuovo senso alla vita, pur senza dimenticare alcuni pesanti traumi.

Tuttavia, la permanenza a Sant’Angelo ha serbato anche cose belle e positive, come il battesimo di una bambina, «Ma i momenti belli sono tanti, parlare, scherzare, percepire la stima delle persone e la loro vicinanza, con la sensazione di essere una grande famiglia».

Da loro arriva un consiglio, quello di essere più uniti e superare le barriere. E’ più un augurio in realtà, affinché le molte frazioni diventino più coese superando invidie e chiacchiere per la serenità di tutti.

La struttura prefabbricata della chiesa di Sant’Angelo donata da Caritas Italiana e Chiesa di Rieti unisce tutte le frazioni vicine: è centro di comunità, è luogo d’incontro e di preghiera. Perché nessuno si senta escluso, nessuno si senta solo, e tutti riescano a riunirsi con la massima serenità possibile sotto la statua lignea di San Francesco, simbolo di unità e fratellanza.

Il progetto di vita dei frati prosegue «senza scadenza»: porteranno avanti il proprio servizio finché ce ne sarà bisogno.

La Madonna Pellegrina ad Accumoli: «come una madre, è lei che raduna tutti attorno a sé»

Particolarmente grata la comunità accumolese, stremata dal dolore post sisma, dell’arrivo in paese della Madonna Pellegrina di Fatima. «Ringraziamo Maria perché ci ha dato la possibilità di ritrovarci tutti insieme», ha detto il vescovo Domenico, cogliendo un tratto essenziale della figura mariana: «come una madre, è lei che raduna tutti attorno a sé. Quando non c’è la madre, pure i rapporti tra i fratelli si affievoliscono. E chiusa la porta della casa della madre, spesso pure la relazione tra i figli meno».

Non a caso la prima comunità del reatino ad essere visitata dalla sacra effigie – copia della statua del santuario portoghese appositamente destinata ai “tour” spirituali nelle diocesi – è stata la parrocchia terremotata dei Santi Pietro e Lorenzo, ora ospitata nel Centro di comunità donato da Caritas proprio al centro del villaggio delle nuove casette Sae. Un evento dalla grande importanza spirituale, che ha riempito il cuore degli accumolesi di gratitudine e nuovi riferimenti per andare avanti: lasciando le terre colpite dalla furia della terra che trema, lo sguardo filiale di Maria di Fatima ha lasciato negli animi di queste genti una carica nuova di speranza per una rinascita dai dolori.

Un nuovo orizzonte al quale puntare ribadito da monsignor Pompili: «è Maria che ci mostra dove guardare: ho notato che quando la Madonna è uscito dalla chiesa tutti abbiamo avuto un sussulto. Perché incrociando il suo sguardo intuiamo che i suoi occhi sono orientati verso qualcosa di più grande: quello che serve a noi per ritrovare la luce. È un indice puntato verso Dio». Un’accoglienza semplice ma sentita quella riservata alla Madonna Pellegrina dalla popolazione, con i fedeli che hanno riempito la piccola chiesa prefabbricata e un coro eccezionale, che ha saputo intonare con grande emozione l’Ave Maria di Fatima. A seguire, la messa solenne concelebrata dal vescovo Domenico e dal parroco Don Stanislao Puzio, il quale ha voluto donare le corone del rosario a tutti i presenti.

«Vi consegno il rosario perché tutti noi possiamo sempre pregare attraverso il messaggio mariano che abbraccia tutto il mondo. Preghiamo perché questa terra può risorgere davvero solo se al centro dell’attenzione metteremo il Signore. Certamente, a livello materiale, il paesaggio che ci circonda resterà per qualche anno invariato: è importante dunque sfruttare questo tempo di attesa investendo nella nostra interiorità».

Interiorità che la Madonna Pellegrina ha alimentato, riscaldando cuori feriti: «Facciamo che questo ci accompagni nei giorni della nostra vita. Felici e di sofferenza. Dobbiamo guardare avanti, non guardare indietro ma sapendo che ciò che ci aspetta è davanti a noi», ha concluso il vescovo Domenico.

Leonessa, padre Orazio: «il centro di Comunità ha permesso alla gente di tornare ad essere vicina alla Chiesa»

Sette anni fa, frate Orazio è arrivato a Leonessa a piedi, “come da tradizione” quando viene assegnato in un nuovo territorio. Correva l’agosto del 2010, e il cappuccino ricorda di essere partito dal convento di Spoleto alle primissime ore del mattino, per arrivare in paese percorrendo sentieri di montagna nel tardo pomeriggio. «Come prima cosa sono andato a celebrare l’eucaristia nel vicino santuario, come ringraziamento. Poi una visita ad un mio confratello defunto sepolto qui e molto devoto a san Giuseppe. Da allora ad oggi ho ricevuto l’incarico di guardiano, maestro dei postulanti, vice maestro dei postulanti e parroco di Leonessa e frazioni insieme a padre Carmine Ranieri».

Considerate le alte temperature invernali che consentono di lavorare poco all’aperto, a Leonessa rimangono i mesi estivi per curare l’orto, la legnaia, gli animali, il bel chiostro e tutto lo spazio circostante il convento. Frate Carmine e frate Orazio, rimasti soli dopo la morte di padre Anavio, hanno decisamente un bel da fare, ma non hanno alcuna intenzione di perdere l’entusiasmo e il sorriso: un atteggiamento propositivo ed accogliente che li ha accompagnati anche nei mesi del terremoto, di cui alcuni muri del convento portano ancora i segni.

«La notte del 24 agosto avevamo qui a Leonessa circa 160 giovani frati, radunati per una convocazione fraterna biennale. Dopo la scossa lasciarono velocemente l’hotel in cui alloggiavano per lasciar posto ali soccorritori e alla polizia». I cappuccini ebbero subito sentore che da allora il normale corso delle cose sarebbe radicalmente cambiato. Padre Orazio si mise immediatamente a disposizione della fraternità di Amatrice, lasciando i confratelli a gestire il convento: «partivo la mattina presto e tornavo la sera tardi, per dare un aiuto concreto ai parroci delle zone terremotate». Ma pochi mesi dopo la terra trema ancora, e stavolta Leonessa paga conseguenze più gravi «con le scosse di ottobre sono dovuto tornare in prima persona a fare il parroco della mia gente. C’era paura e smarrimento, abbiamo cercato di essere vicini alle persone, abbiamo ospitato persone in convento».

A causa delle chiese tutte danneggiate, i cappuccini si attrezzarono per dire messa nel palasport, là dove la gente terrorizzata aveva cercato riparo. Una situazione che perdura fino al gennaio 2017, quando la Caritas regala a Leonessa un Centro di comunità che funge da chiesa prefabbricata, accogliente e fornito di oltre cento posti a sedere: «un luogo di rinascita in un certo senso, caldo d’inverno e fresco d’estate, che vede la partecipazione di tante persone e ha permesso alla gente di tornare ad essere vicina alla Chiesa e viceversa».

Padre Orazio indica le crepe causate dal terremoto, sollevato dal fatto che l’antico convento abbia comunque retto bene al forte movimento tellurico. «Era il tardo ‘500, questa struttura stava per essere ultimata. I frati cappuccini erano nati da poco nella vicina Camerino, aumentavano di numero per cui pian piano si erano allargati fino a Cascia, Norcia e Leonessa. Durante i lavori di costruzione, il giovane leonessano Eufranio Desideri passò di qui e si innamorò di questa vita. Ma lo zio lo portò con sé a Viterbo, desiderando per lui una carriera da medico e una serena vita coniugale».

Il ragazzo soffrì talmente tanto di questa costrizione al punto da ammalarsi. Tornò nella sua Leonessa per curarsi e finalmente poté realizzare il suo desiderio di entrare tra i cappuccini. «Colui che sarebbe diventato il nostro san Giuseppe fu mandato in missione in Turchia a predicare il Vangelo al Sultano. Lì fu perseguitato a causa della sua predicazione e venne torturato atrocemente: fu appeso a un gancio e sotto di lui venne acceso un fuoco con lo scopo di farlo morire soffocato». Fu un veneziano a salvarlo e a permettergli di tornare in Italia, dove si dedicò agli oppressi e agli abbandonati, frequentando villaggi e luoghi isolati alla ricerca delle anime sperdute.
«Era un paciere, si narra che in Quaresima predicasse l’amore a Borbona invitando e convincendo con forza i borbontini a sanare l’antica rivalità con Posta. Ad Arquata del Tronto combatté invece tenacemente con alcuni ladroni: san Giuseppe riassume la vera spiritualità cappuccina, quella di farsi prossimo alle persone più bisognose».

Una spiritualità che rivive tra le spesse pareti del convento, che si respira fortemente nella celletta che fu dormitorio del Santo, dove si parla istintivamente a bassa voce, quasi Lui fosse ancora lì, rattrappito in uno scampolo di centimetri, per stare intenzionalmente scomodo e lasciare dunque meno tempo al sonno e più spazio alla preghiera. «San Giuseppe soggiornò sei mesi nel silenzio di questo dormitorio, nei suoi ricercati scritti che vergava utilizzando ogni spazio libero del foglio si evince il suo desiderio di dedicare più tempo possibile al rapporto con Dio».

Dalla minuscola finestrella con un affaccio mozzafiato si scorgono gli oltre 1600 metri di Colle Collato, luogo da lui amatissimo: «le cronache dell’epoca raccontano della croce in pietra che costruì in cima al monte, trasportando le pietre oltre il fiume Tascino insieme ad un altro frate. Si narra che per placare la sete del confratello san Giuseppe fece sgorgare acqua dalla roccia con un segno del crocifisso che portava sempre con sé».
All’interno della celletta, il reliquiario con il gancio in ferro che Giuseppe teneva conficcato nel polso: padre Orazio ne racconta con voce tremula la tormentata storia: «Per una coincidenza di eventi San Giuseppe morì ad Amatrice. A seguito di un violento terremoto i suoi resti furono lasciati lì: venuti a sapere della cosa, i leonessani di notte trafugarono il corpo e lo portarono in paese. Dalle spoglie emerse la laringe ossificata segno della grande predicazione, il sangue coagulato, il cuore incorrotto ora conservato in santuario e questo gancio».

La devozione che lega indissolubilmente i paesani al loro patrono e alla sua storia i cappuccini la conoscono bene e l’assecondano fin dai tempi del loro arrivo tra i monti dell’alto Lazio. Due storie di vita, quelle di padre Orazio e padre Carmine, che negli anni si sono intersecate più volte e ora si apprestano a tagliare quasi in contemporanea il traguardo dei vent’anni di sacerdozio. «Ci siamo conosciuti a Spello durante gli anni di postulato, abbiamo concluso insieme il nostro percorso diventando sacerdoti nello stesso periodo. Il destino ha voluto poi che dopo altre destinazioni due anni fa ci ritrovassimo qui a Leonessa insieme». La vita di Orazio, nato in una località di mare, viene del tutto rivoluzionata dopo la scoperta della vocazione: «i miei avevano un bar a Pescara e io lavoravo come rappresentante di gelati, mi piaceva molto, il mio sogno era quello di realizzare una famiglia con la mia fidanzata».

Con i frutti del suo lavoro Orazio aveva comprato anche una casa per vivere il legame coniugale: una casa in seguito venduta in comune accordo con i genitori per realizzare una struttura solidale in Colombia. «Sono vent’anni, ed eccomi ancora qui. Nonostante qualche errore, certamente rifarei tutto. Ritengo che quel che conta non sia fare tutto, ma fare quel poco che possiamo con gioia ed entusiasmo».