La centralità archeologica della via Salaria

Il 23 agosto 2021 presso la sala Piovan di Accumoli il professor Carlo Virili ha tenuto una conferenza dal titolo “L’archeologia del territorio di Accumoli: un ingannevole e apparente vuoto!”, volta a delineare la centralità archeologica del territorio, avendo come punto di riferimento la “strada dei due mari”: la via Salaria.

«Un ingannevole vuoto – ha spiegato Virili – sta a significare che, in realtà, la Salaria è stata ed è un catalizzatore. Per evitare di costruire oggi cattedrali nel deserto, bisogna prefigurare un piano di gestione e di rete e fare rete vuol dire andare a ricostruire quel tessuto antico più ramificato rispetto a quello di oggi».

Partendo dalle prime evidenze del luogo, il professore ha dimostrato come le zone interne dell’Italia centrale fossero aree cruciali per la viabilità. Non solo la via Salaria, ma diverse strade diramate alla sua destra e alla sua sinistra emergevano e deperivano in basa all’importanza che acquistava un determinato centro abitato. In base alle prime tracce, risalenti al 600/500 A.C., risulta che oltre allo stampo piceno, prevalente rispetto a quello sabino, ci siano anche dei richiami etruschi, frutto di una dialettica tra aggiornamenti culturali e antichi retaggi. «Il rinnovamento culturale passa per la via Salaria ma è legato anche ad un altro fenomeno, quello della transumanza che, oltre al bestiame, trasportava anche flussi di dee».

Spostando poi l’attenzione all’area archeologica di Palazzo di Grisciano, il professor Virili ha descritto quella che al tempo di Augusto doveva essere una statio. Non classificabile come “domus”, la “statio”, con vasche di natura idraulica colonne e porticati era un vero e proprio “Autogrill” del passato, una punto di sosta in cui trovavano ristoro i dipendenti del “cursus pubblicus”, il servizio imperiali di posta che assicurava gli scambi all’interno dell’Impero Romano.

Questi luoghi erano posti ad un determinato numero di miglia gli uni dagli altri, per garantire anche agli animali un punto di ristoro sicuro. Proprio il conto dei chilometri, non sempre facile a causa della mutevolezza delle strade, può far identificare il tipo di “statio”. Stando anche agli studi del Persichetti, quella di Palazzo del Guasto appare essere quella di “Ad Martis”.

A prescindere dall’esattezza del nome, questa “statio” dimostra l’importanza di un’archeologia che oggi, come ieri, può essere un punto di interesse e di incontro per il territorio, fino a diventare un vero e proprio itinerario archeologico e museale fonte di attrazione e studio. «Bisogna fare delle cose buone» ha detto il sindaco di Accumoli Franca D’Angeli. «Nel futuro di Accumoli non può esserci solo la ricostruzione delle case, bisogna riportare qui le persone e in questo progetto, io vedo un percorso archeologico verso il futuro».

«Se la Salaria è stato questo coacervo di umanità, dobbiamo ripartire da lì se vogliamo dare al territorio un futuro. Non si possono riportare indietro quelli che ci abitavano, ma bisogna costruire un nuovo rapporto tra città e montagna, cercando risorse aggiuntive: mondo di sotto che aiuta a capire il mondo si sopra» ha concluso il vescovo Domenico.

Emozione e musica, Accumoli ricorda le sue vittime

Nel pomeriggio del 24 agosto, Accumoli, paese epicentro del tragico terremoto del 2016, ha ricordato le sue vittime con una celebrazione liturgica animata da suggestivi intermezzi musicali.

«Il canto che ha invocato lo spirito ci ha introdotto in questa tappa. Qui ricordiamo gli undici morti di Accumoli e vogliamo farlo nel segno della speranza, come la musica ci suggerisce» con queste parole il vescovo Domenico ha dato inizio alla Santa Messa presso la Scuola di Ricostruzione.

E l’atmosfera, carica di emozione, è stata allietata proprio dalla melodia, grazie alla presenza di due cori e un’orchestra polifonica.

Non solo il coro di Accumoli e Amatrice, ma anche il coro Elikya e l’orchestra dell’Accademia Vicino che coinvolge giovani musicisti provenienti da diverse parti del mondo.

Il coro Elikya è un coro intergenerazionale e interculturale che nasce circa dieci anni fa da un progetto voluto da padre Padretti e raggruppa una sessantina di musici e cantori delle più svariati nazionalità e religioni.

«Oggi siamo qui perché abbiamo deciso di fare il Cammino delle Terre Mutate e, in onore delle vittime del sisma, volevamo fare anche un concerto», ha detto Claudio, membro della formazione.

Il vescovo Domenico nell’omelia ha citato il Libro dell’Apocalisse, che «a dispetto del nome non indugia mai su toni catastrofici ma una rivelazione».

«Siamo giunti a cinque anni di distanza dal terremoto –  ha sottolineato monsignor Pompili – e una cosa deve essere chiara: non si può riprodurre la città vecchia ma occorre tratteggiare una città nuove; non basta rimeditare le forme del passato o immaginare una ricostruzione dov’era e com’era, ma bisogna avere la capacità di immaginare qualcosa di nuovo in questo territorio».

Un territorio «di transumanza», l’ha definito don Domenico, perché «a transumare in passato erano gli ovini che scendevano in città, ma forse oggi ci è data un’irripetibile opportunità di mettere in atto un’altra forma di transumanza, quella di essere umani in doppia direzione, andando sia verso la città che verso la montagna. Una sorta di “contratto di reciprocità”, perché non è pensabile che questi luoghi siano ripopolati solo da coloro che tornano. È una sfida che dobbiamo raccogliere anche per onorare chi non c’è più che racchiude la sinergia che stasera sembra di poter cogliere in queste tre diverse espressioni musicali».

Poi, l’auspicio. «C’è bisogno che le istituzioni re-immaginino questo territorio e collaborino insieme affinché questo altopiano di struggente bellezza torni a vivere».

Al termine della celebrazione, il ricordo delle vittime è stato affidato a undici bambini, ciascuno dei quali ha portato una candela verso l’altare, ricordando il nome di chi non c’è più.

Il Festival della Speranza a Illica di Accumoli. Il Maric inaugura la “Casa della Cultura”

Avrà luogo sabato mattina 21 settembre alle ore 10 ad Illica, frazione di Accumoli, la cerimonia di inaugurazione della “Casa della Cultura”, il centro polifunzionale destinato alle popolazioni colpite dal terremoto, voluto e sostenuto dal M.A.R.I.C., Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali. A seguire, alle 10.30, si terrà la Santa Messa, con la benedizione della struttura.
La Casa della Cultura – nata da un’idea di Vincenzo Vavuso, Presidente e fondatore del M.A.R.I.C, nonché sottufficiale dell’Esercito italiano – dopo due anni di incessante attività e di eventi per raccogliere fondi, a distanza di soli 4 mesi dalla posa della prima pietra, si presenta alla cittadinanza, già  pronta per il pieno utilizzo. Un’impresa agli occhi di tanti vista come impossibile, è diventata realtà.
Saranno presenti all’inaugurazione, oltre agli artisti del M.A.R.I.C., alle Associazioni ed aziende sostenitrici e ai cittadini, numerose autorità, tra cui l’attuale Sindaco di Accumoli Franca D’Angeli, l’ex sindaco Stefano Petrucci, che per primo ha creduto nel progetto, Vincenzo Vavuso, Alessandro Carosi presidente dell’Associazione Illica Onlus, e rappresentanti delle istituzioni.
La struttura è pronta in tutto il suo splendore, è stata costruita in maniera impeccabile, rifinita e curata nei minimi particolari. La Casa della Cultura sarà un centro di ritrovo per la comunità locale ed una possibile sede per dibattiti, conferenze, riunioni, studio, eventi culturali ed artistici, infatti proprio il 21 si inaugurerà  anche il museo di arte contadina di Illica e l’esposizione permanente delle opere degli artisti del M.A.R.I.C., donazione degli Artisti al Comune di Accumoli e che diventeranno patrimonio artistico dello stesso Comune.
Subito dopo l’inaugurazione, la Casa della Cultura ospiterà il suo primo evento, la nuova grande “sfida” del M.A.R.I.C.: il Festival della Speranza, che vedrà protagonisti gli Artisti del Movimento con le loro performance e non solo, un evento pronto a ripetersi annualmente e destinato a coinvolgere l’intera popolazione. In questa occasione saranno presentati i nuovi libri della poetessa Stefania Maffei e della scrittrice Teresa D’Amico. Un weekend, quello del 21 e 22 settembre, che si prospetta sicuramente indimenticabile.
«Ringrazio tutti coloro che sono stati al mio fianco fin dall’inizio, partecipando alla realizzazione di un sogno che oggi è finalmente realtà», dice il Maestro Vincenzo Vavuso. «Tutto è iniziato da una scarpina che ho raccolto personalmente tra le macerie. Proprio quella scarpina mi ha dato, e ci ha dato, la forza di superare tutti gli ostacoli che in questi due anni abbiamo dovuto superare. Quella scarpina che ha fatto il giro dei social, sarà l’icona della “Casa della Cultura” e potrete vederla  il 21 Settembre ad Illica. Ritorna nuovamente nella Sua Terra e non sarà  la rappresentazione di un doloroso ricordo, ma l’icona della Speranza!»
Vavuso ha ringrazianto anche l’ex Sindaco Stefano Petrucci, «uomo di inesauribile forza e persona valorosa che ho potuto apprezzare giorno dopo giorno», come pure l’attuale sindaco Franca D’Angeli, l’Azienda Industrial Starter di Vicenza, l’ Azienda Arti Grafiche Boccia di Salerno, l’Associazione Illica Onlus, l’On. Antonio Tajani ex presidente del Parlamento Europeo, il Comune di Curti (CE) e tutte le Associazioni, gli Istituti scolastici e «ogni singola persona che ha voluto partecipare al progetto. È arrivato il momento di festeggiare ed iniziare un nuovo cammino al fianco dei cittadini di Illica e di Accumoli».

La chiesa di San Pietro in Macchia di Accumoli verso la messa in sicurezza

Nella località di Macchia, presso il comune di Accumoli, sorge la chiesa di San Pietro, che giace nel cuore della zona rossa con le ferite del terremoto ancora aperte. Per ovviare a questa situazione, durante il periodo estivo, l’Ufficio per i Beni Culturali della diocesi di Rieti ha inviato i suoi esperti per ulteriori sopralluoghi che daranno vita alla messa in sicurezza dell’immobile.

Per capire meglio l’importanza di che cosa rappresenti l’avvio dei lavori per gli abitanti di questa piccola frazione, è preziosa la testimonianza di due coniugi, Alberto e Berardina che, dopo un lungo periodo passato nella capitale, dal 2013 vivono stabilmente in questo luogo.

Alberto e Berardina oggi vivono in una casetta SAE perché la loro casa è inagibile, ma durante il giorno passano il loro tempo nel magnifico giardino dove sono rimaste tutte le loro piante. Un vero e proprio “orto dei miracoli” che dimostra che la natura non si piega alle difficoltà.

Proprio per preservare questa bellezza i due coniugi hanno deciso di non abbandonare Macchia, affinché i sacrifici fatti dai genitori possano avere una seconda possibilità. Di fatto, i momenti dopo il terremoto sono stati difficili poiché le macerie avevano ricoperto tutta la superficie della loro proprietà, rendendo impraticabile il terreno.

Grazie all’aiuto dell’esercito, questa famiglia è comunque riuscita a bonificare l’area e, ogni giorno, si dedica alla cura del giardino. «La forza della rabbia – racconta Berardina – ti fa fare tante cose e se noi abbiamo deciso di rimanere qui, lo dobbiamo fare in un certo modo e questo passa anche attraverso il rispetto della natura».

In questo contesto «la messa in sicurezza rappresenta un segnale positivo perché significa che si può ricominciare. Noi siamo contenti, ogni cantiere che sorge ci dà la speranza che qualcosa si sta muovendo» afferma Alberto che rivela anche qualche aneddoto inerente alla chiesa.

Nonostante negli ultimi tempi le funzioni liturgiche fossero ridotte alle solo messe funebri, la chiesa di san Pietro era, almeno fino agli anni ’70, un vero e proprio punto di ritrovo per gli abitanti. «Al tempo dei miei nonni – ricorda Alberto – il prete veniva tutte le domeniche e portava le caramelle ai bambini. Durante la trebbiatura del grano, inoltre, c’era una grande festa che univa tutto il paese, mentre adesso regna la disgregazione».

Effettivamente, uno degli aspetti negativi che ha maggiormente ha afflitto questo paese è stata la perdita dell’armonia. «Noi pensavano che questa vicenda potesse unire lo spirito del paese, ma non è stato così. Il terremoto ha peggiorato le persone dal punto di vista psicologico». Nonostante questo, Berardina e il suo consorte credono ancora in un futuro migliore, prendendo la ricostruzione come una sfida e cercando di vivere in armonia con la comunità.

Per tutti questi motivi è essenziale che i lavori partano al più presto, perché risanare i beni materiali può aiutare a curare anche le lesioni subite dalle persone.

Montagne in movimento: ad Accumoli l’incontro con le guide che hanno fatto la storia del Gran Sasso

Una piccola folla di oltre 100 persone si è stipata stretta nella Sala Piovan in un’uggiosa e fredda serata ad Accumoli, borgo distrutto dal sisma a pochi chilometri da Amatrice. Sabato 13 aprile erano in tanti, anche provenienti da Fermo, ad ascoltare i fuori classe del Gran Sasso e della Majella, tre arrampicatori e guide alpine che, ognuno a loro modo, hanno contribuito alla storia della Gran Sasso della fine del XX secolo: Pierluigi Bini, Giampiero Di Federico e Pasquale Iannetti.

La serata è stata animata da Stefano Ardito, giornalista e scrittore di montagne, e da Ines Millesimi, socia pro attivista di eventi di cultura della sezione Cai di Amatrice. L’incontro di Montagne in Movimento, patrocinato dai Comuni di Accumoli e di Amatrice, con il sostegno di Montura e il lavoro infaticabile della squadra di operativi di eventi del Cai locale, è riuscito molto molto bene per la freschezza dei contributi e per il ritmo incalzante delle domande alternate a brevi video, battute, storie e aneddoti.

Tanti gli argomenti, alcuni impegnativi come il tragico epilogo nel 1929 di Cambi e Cicchetti per scalare d’inverno il Gran Sasso e la riflessione, recente e parallela, sulla morte di altri giovani, Nardi e Ballard sul Nanga Parbat. Non sono mancate parole di commozione e di affetto per la ricostruzione fisica e psicologica dopo il sisma dell’Aquila e di Amatrice, grazie anche all’intervento della giovanissima socia del Cai di Amatrice Julia Antonelli, che con le sue sorelle si è rimboccata le maniche e ha iniziato a coltivare ad Accumoli lo zafferano.

Altri temi sono stati molto più ironici e leggeri, frutto di una filosofia della montagna da vivere senza prendersi troppo sul serio. Come il racconto divertente sull’abbigliamento “rotto e stracciato” indossato negli anni Settanta e Ottanta: dalle favolose Superga bianche calzate con noncuranza da Bini e Iannetti per arrampicare, alle dadaiste apparizioni sulle vie del Gran Sasso del mitico Vecchiaccio, amico e mentore di Pierluigi Bini, che al posto dello zaino portava buste della spesa e scalava con un equipaggiamento assai improbabile scandalizzando tutti.

Vito Plumari, detto il Vecchiaccio, era un anziano bidello di scuola, siciliano, reduce dalla campagna di Russia (con eredità di congelamenti e tubercolosi), un personaggio oggi da riscoprire e far conoscere meglio ai giovani perché era un arrampicatore sui generis, bizzarro e impensabile se paragonato agli scalatori odierni con le loro competenze tecniche e attenzioni per i materiali e per l’abbigliamento (sempre trend e colorato).

Giampiero di Federico ha esposto riflessioni sagge e acute sul tema della difesa delle montagne di ieri e di oggi, dalle battaglie in prima persona per scongiurare nuovi impianti di sci nella Catena della Laga, alla missione di pulizia del Campo Base del K2 liberato da corde e materiali abbandonati dagli alpinisti d’alta quota, alle prospettive future con l’entrata dell’arrampicata nelle competizioni delle Olimpiadi.

Molto coinvolgente è stato anche il contributo di Pasquale Iannetti che, tra i tanti aneddoti legati anche al suo mestiere di rifugista, ha raccontato del sue bel libro che tratta l’ultima ascensione di due alpinisti ventenni avventurosi e capaci, Cambi e Cicchetti, che finirono tragicamente a causa di una terribile tormenta di neve sul Gran Sasso.

È emerso un quadro assai vivo della montagna tra passato, presente e futuro, reso ancor più coinvolgente dalla presenza di 30 soci del Cai della sezione di Fermo venuti apposta ad Accumoli per conoscere le montagne, i sentieri, il paesaggio di questo tratto dell’Appennino Centrale mutato e in movimento dopo il terremoto. Ad Accumoli il 17 maggio partiranno tanti trekker umbri (e non solo) che percorreranno parte del Sentiero Italia e arriveranno a piedi a Castelluccio di Norcia. Un’esperienza unica promossa dal Cai Umbria che prevede la permanenza di tre giorni nelle Terre Mutate del Parco Nazionale dei Monti Sibillini rivalutando la frequentazione dei sentieri per portare un aiuto concreto ai suoi abitanti a tre anni dal terremoto.

Cento chiese da riparare: proseguono le messe in sicurezza nelle aree del sisma

A tre anni dal terremoto non viene meno la preoccupazione per i beni culturali. La gran parte delle opere d’arte è stata recuperata e protetta in appositi magazzini, grazie al lavoro in collaborazione del Ministero per i Beni Culturali, del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Diocesi di Rieti e al supporto dei Vigili del Fuoco. Di conseguenza lo sguardo si rivolge soprattutto agli edifici di culto. Le chiese, del resto, sono per definizione un punto di ritrovo, un luogo della comunità, legato alla fede, alle tradizioni, al senso della festa.

Situazioni che assumono un sapore particolare per popolazioni provate dalle calamità naturali. In paesi dove il lutto è stato grande, dove tutto o molto è stato distrutto, dove la vita fatica a tornare normale, i luoghi di culto assumono una valenza identitaria. Ma anche le chiese di comunità più lontane dall’epicentro hanno avuto danni dal terremoto e necessitano di interventi. La situazione è dunque molto complessa e i numeri sono impegnativi. Vanno inoltre tenute presenti le diverse competenze sugli immobili, né si può dimenticare che le azioni sui beni culturali si innestano in un più ampio quadro, che coinvolge anche gli interventi abitativi, le attività economiche, gli edifici pubblici.

Il primo ente ad avere voce in capitolo sui beni culturali è il MiBac, che decide quali beni tutelare in esclusiva. Sul resto agiscono i comuni e le diocesi. I primi intervengono prevalentemente per ragioni di pubblica incolumità; le seconde agiscono sul resto degli edifici con lo scopo primario di tutelare il bene culturale ed evitare ulteriori danni.

L’impegno della diocesi: 70 chiese in un’area vasta

Nel Centro Italia l’impegno più vasto l’ha assunto la Chiesa di Rieti. Sulle scrivanie dell’Ufficio tecnico e dell’Ufficio Beni culturali della diocesi, sono infatti aperti i fascicoli su settanta chiese, tra interventi conclusi, in fase di esecuzione o in progettazione. Si tratta di edifici presenti non solo nell’area più interna del cratere, ma su tutto il territorio diocesano. Coinvolgono infatti i territori di Amatrice, Accumoli, Posta, Borbona, Leonessa, Cittareale, Borgovelino, ma anche Rieti, Belmonte in Sabina, Rocca Sinibalda, Concerviano, Pescorocchiano, Petrella Salto, per un costo di circa 3,2 milioni di euro, un milione dei quali riguarda lavori già completati o in corso di esecuzione.

L’attività dei comuni: 16 chiese per 4 amministrazioni

I comuni attivi negli interventi diretti sul patrimonio edilizio culturale sono quattro: Amatrice, Leonessa, Borbona e Cittareale. Superate le fasi concitate dell’emergenza, con il comune di Amatrice in particolare c’è stato un costante coordinamento con la diocesi per razionalizzare gli interventi e disporre la massima copertura possibile sul territorio. Delle sette chiese prese in carico dal Comune di Amatrice, sono al momento quattro ad aver completato gli interventi di messa in sicurezza: risultano ancora in corso, infatti, gli interventi sulla chiesa di Santa Giusta, in quella di Santa Maria a Collemoresco e su San Michele Arcangelo nella frazione Bagnolo. Sono conclusi anche gli interventi del comune di Leonessa e di quello di Cittareale, con il primo che ha preso in carico sei chiese e il secondo che è intervento su altre due. È ancora aperta, invece, l’unica messa in sicurezza avviata dal Comune di Borbona, con il cantiere aperto nel santuario di Santa Maria del Monte.

Eccezionale rilevanza artistica o storica: gli 11 interventi del MiBac

Gli edifici adottati in via esclusiva dal MiBac sono undici: si tratta soprattutto di opere architettoniche di particolare pregio, per l’eccezionale rilevanza artistica o storica, comprese per la quasi totalità nell’area più vicina all’epicentro. Fa eccezione la chiesa di Santa Chiara in Rieti, che è anche l’unica sulla quale sono ancora in corso gli interventi da parte del MiBac. Le messe in sicurezza delle altre chiese direttamente prese in cura dal Ministero sono infatti da considerare concluse. Tra queste figurano quelle dedicate a Sant’Agostino e San Francesco in Amatrice, insieme ai santuari riccamente affrescati dell’Icona Passatora e della Madonna di Filetta.

Dalle messe in sicurezza alla ricostruzione

Tutti quelli elencati sono interventi tesi a salvaguardare il bene o la pubblica incolumità. Per loro stessa natura le messe in sicurezza non hanno a che fare con la ricostruzione vera e propria. Anche i fondi utilizzati, infatti, non rientrano nei capitoli di spesa della ricostruzione, ma provengono dagli stanziamenti emergenziali conseguenti al terremoto. Non a caso le procedure per dare vita a questo complesso di interventi sono state disposte dal Dipartimento della Protezione Civile attraverso due specifiche ordinanze. In questo ambito, sono ventiquattro gli interventi conclusi dalla diocesi, più di quaranta i cantieri avviati o pronti a partire. Tutte opere che consentono la conservazione del bene e, quando possibile, anche la fruizione liturgica della chiesa.

Gli interventi definitivi sugli immobili, rientrano invece nel processo della ricostruzione, le cui procedure vengono definite dal Commissario Straordinario nominato dal Governo. È il caso dell’Ordinanza n. 38 del settembre 2017, che sul territorio reatino vedrà svolgere un primo piano di interventi sui beni del patrimonio artistico e culturale. Tra le diciassette chiese interessate, quella di Sant’Agostino in Amatrice, i santuari della Madonna di Filetta e dell’Icona Passatora, il santuario di San Giuseppe da Leonessa, e la Cattedrale di Rieti.

Messe in sicurezza: completati gli interventi nella chiesa di Cassino

Tra i lavori di messa in sicurezza degli edifici di culto lesionati dal terremoto conclusi con successo dalla Diocesi di Rieti ci sono quelli compiuti sulla chiesa di San Lorenzo Martire in Cassino di Accumoli. Iniziati lo scorso agosto e terminati a fine settembre, hanno compreso la messa in sicurezza provvisionale con apposizione di puntelli in legno e metallici, oltre alla cerchiatura del campanile.

La chiesa si trova all’inizio del paese, oramai completamente abbandonato. A dispetto dell’abitato, oggetto di ampie demolizioni e di fatto ancora in zona rossa, la chiesa è tra quelle che hanno meglio retto l’impatto del sisma. Le opere d’arte mobili sono state tutte recuperate, mentre gli affreschi interni sono stati preservati e bendati prima di procedere all’opera di messa in sicurezza del fabbricato.

Il vescovo alla comunità di Accumoli: «superare le difficoltà restando insieme»

Nel pomeriggio di mercoledì 4 luglio, al Centro SS. Pietro e Lorenzo di Accumoli, alla presenza del vescovo Domenico, si è svolto l’ultimo appuntamento del ciclo di Incontri di Comunità volti a riscoprire insieme tradizioni, emozioni e ricordi.

Il pomeriggio si è aperto con la proiezione di filmati e divertenti foto riguardanti gli appuntamenti precedenti. A seguire, il vescovo ha voluto conoscere dalla viva voce delle persone presenti impressioni, emozioni e sensazioni scaturite da questa iniziativa.

La buona riuscita del progetto è stata testimoniata direttamente dai presenti. E se qualcuno ha apprezzato «quasi tutto», qualcun altro ha voluto porre l’accento sullo «stare in compagnia», riferendosi alla difficile condizione materiale ed emotiva del momento, può far sopraggiungere isolamento e solitudine.

Come auspicio per il futuro, la volontà di proseguire insieme: «Dovrebbe esserci buona volontà da parte di tutti, occorre incontrarsi tutti i giorni e colloquiare, per far sì che non prevalga la distanza tra le persone».

Inevitabilmente, nei territori colpiti dal terremoto si fanno sentire le insoddisfazioni e le paure. «Molte persone hanno espresso una nostalgia – ha detto dice il vescovo – e questa prima di tutto a causa della perdita dell’armonia con il loro prossimo».

«Pochi sono stati onesti», si lamenta qualcuno durante la conversazione. «Ma – ha risposto monsignor Pompili – l’onestà non è venuta a mancare a causa del terremoto, c’era già da prima. Le disuguaglianze sono condizioni permanenti, con cui tutti dobbiamo fare i conti. Ma esiste un’alternativa: la resilienza, ovvero la capacità di trovare le forze dentro se stessi per superare i traumi».

Proseguendo il suo discorso, don Domenico ha sintetizzato un passo del vangelo: «vediamo nell’altro ciò che ci appartiene, le cose brutte, ma anche la bellezza. Anche se non è facile, non dobbiamo abbandonarci semplicemente alla rabbia, ma provare a canalizzarla in qualcosa di positivo».

«L’essere una comunità significa aiutarsi, ma c’è tanta indifferenza, tanta rabbia», dice una signora. Qualcun’altro ribadisce che sarebbe bello se ci fosse un punto d’incontro aperto ogni giorno. E il vescovo, sempre presente ed attento alle esigenze del territorio, si è impegnato a trovare una soluzione.

C’è poi il problema del lavoro: i toni si fanno concitati. Fare la scelta di tornare a vivere qui è un atto di coraggio, afferma una signora. «Sono tutte osservazioni pertinenti . Ha commentato il vescovo – ma bisogna prima di tutto mantenere la calma e collaborare insieme per aiutarsi. La divisione non ci porta a nulla di concreto, mentre il vero patrimonio che ci rimane sono le persone e bisogna impegnarsi a fare qualcosa; seppure poco è sempre un passo avanti».

Infine arriva l’ora dei saluti e la riunione si conclude con una bella foto di gruppo. Qualcuno si attarda a chiacchierare fuori dalla chiesa. Le difficoltà continueranno a esistere. Chi è rimasto in questi paesi martoriati, da poco si sta riabituando alla normalità. Per tutti è difficile, ma si può vedere anche tanta positività e buona volontà.

Non si fermano gli interventi di messa in sicurezza delle chiese colpite dal terremoto

La “macchina” delle messe in sicurezza, dopo il fatidico 24 agosto 2016, non si è mai arrestata. Gli interventi di salvaguardia degli edifici di culto lesionati dal terremoto indicano la loro importanza come beni culturali e testimoniano la volontà e l’interesse di recuperare, ove sia possibile, ciò che per molti resta un simbolo di unità in luoghi in cui tutto è stato disgregato dalla forza del sisma. Un impegno evidente nei numerosi interventi realizzati dall’Ufficio Tecnico della nostra diocesi già nel 2017, come è per la chiesa della Madonna dell’Assunta in Scai, frazione di Amatrice, per la chiesa di San Felice e per la chiesa delle Anime Sante del Purgatorio in Posta, riaperta anche al culto, per la chiesa di San Giovenale in Roccasalli, frazione di Accumoli, e per la chiesa di San Biagio in Poggio Perugino.

La chiesa della Madonna dell’Assunta in Scai, dopo l’evento sismico, presentava molteplici criticità. Le più evidenti erano il distaccamento del timpano sommitale della facciata principale e le lesioni passanti nelle murature perimetrali; qui l’intervento ha previsto lo smontaggio e la demolizione controllata del timpano e opere di sostegno delle murature della facciate e del campanile mediante un sistema di ponteggi ancorati opportunamente alla struttura portante.

Anche per la chiesa di San Felice in Posta è stato realizzato un sistema a sostegno della facciata in grado di rispondere al suo possibile ribaltamento, così come per il campanile, sul quale si osservavano segni di cedimento.

Sempre a Posta, è stato importante l’intervento eseguito sulla chiesa delle Anime Sante del Purgatorio che, una volta concluso, ha permesso la sua riapertura con ripresa delle attività di culto.

La messa in sicurezza del manto di copertura e della navata interna, mediante un’apposita rete di protezione che evita la caduta dall’alto di eventuali pianelle o coppi all’esterno, è stata realizzata per la Chiesa di San Biagio in Poggio Perugino. Anche il campanile è stato oggetto di opere provvisionali: per far fronte al suo dissesto è stato progettato un sistema di cerchiatura dei maschi murari al fine di garantire la stabilità dei suoi quattro archi.

L’intervento che è stato realizzato alla chiesa di San Giovenale in Roccasalli, invece, ha previsto la messa in sicurezza del campanile, che mostrava segni evidenti di estrema labilità, attraverso lo smontaggio controllato del manufatto in tutte le sue parti.

Una serie di interventi che rappresentano solo una frazione di quello che la Diocesi, grazie alla sua squadra di tecnici, sta riuscendo a fare; le realtà da affrontare in questo ambito sono ancora molteplici e si sta lavorando per arrivare a far fronte ad ognuna di esse.

Primo maggio, la ricostruzione passa dalla dignità del lavoro: a Illica con la Coop Rinascita ’78

I verbi “coltivare” e “custodire”, che nel racconto della Genesi esprimono il compito che Dio assegna ad Adamo nell’affidare a lui il “giardino” del creato, «spiegano quale sia la natura del lavoro umano che è un vero e proprio atto di culto a Dio, il compimento di una missione da lui affidata ad ogni uomo. Quindi custodire il Lavoro è custodire la Persona, custodire il Lavoro è dare dignità alla Persona». Questo lo spunto del momento di preghiera, incentrato sul “Coltivare e custodire” biblico, che ha aperto, il primo maggio, la particolare giornata vissuta dall’Azione Cattolica reatina a Illica, assieme a un gruppo giunto da Vicenza.

Speciale anche la location in cui si è svolto il momento di preghiera: il cortile della cooperativa agricola Rinascita ’68, che nella frazione di Accumoli vede alcuni solerti allevatori ripartire dopo le ferite del terremoto anche grazie all’aiuto di tante persone. Molte realtà, infatti, hanno inviato i propri contributi raccogliendo la palla lanciata dall’Ac diocesana, che ha fatto da catalizzatore delle offerte per questa e un’altra azienda, quella di Giorgio e Anna Rita Baiocchi della vicina Terracino, altra frazione dell’Accumolese pesantemente colpita dagli eventi sismici.

Tante donazioni sono giunte proprio dal vicentino, grazie ai contatti di un reatino trapiantato lassù, Dario Tasselli: scuole, associazioni, gruppi parrocchiali si sono dati da fare inviando cospicui contributi alle due aziende secondo il progetto dell’Ac reatina, che punta a far ripartire l’economia locale canalizzando la solidarietà giunta da tutta Italia. E il gruppo Gen, che raccoglie camminatori di Cresole e Rottorgole, frazioni del comune di Caldogno (Vicenza), ha voluto fare, nei giorni del ponte del primo maggio, una gita in centro Italia visitando anche le zone terremotate e incontrando gli allevatori, cui hanno consegnato un’ulteriore somma.

Da Rieti è salita una rappresentanza degli adulti di Ac per una giornata di fraternità, vivendo un paio d’ore con il gruppo vicentino che, prima di un giretto ad Amatrice, si è intrattenuto in visita alla cooperativa di Illica. E il momento di preghiera, presieduto dall’assistente dell’associazione diocesana don Zdenek Kopriva, si è voluto intonarlo al tema del lavoro, svolgendolo significativamente proprio in un luogo in cui assai fortemente il lavoro, che con fatica ci si sforza di riprendere, va a garantire la dignità delle persone rimaste dopo le devastanti scosse del 2016.

Facendo riferimento alla figura di san Giuseppe lavoratore, di cui la Chiesa fa memoria il primo maggio, don Zdenek ha richiamato il suo ruolo di “custode” nella famiglia di Nazaret e nella crescita di Gesù. Il mandato divino del custodire la terra diventa allora anche un custodire le persone aiutandole a realizzare nel lavoro la propria missione: e l’opera di solidarietà verso i lavoratori delle aree terremotate diventa perciò una ammirabile forma di tale “custodia”.

Toccanti, per i vicentini (come per i reatini che pure non era la prima volta che le ascoltavano), le testimonianze di Sandra, alla guida della cooperativa di Illica, che ha fatto da padrona di casa, e di Giorgio e Anna Rita, giunti dalla vicina Terracino. Così come il vedere con gli occhi quel che resta del paesino, ora che gran parte delle macerie sono state rimosse, ma anche il giro nelle stalle dell’azienda che non si arrende nell’allevare animali da macello e nel produrre latticini.

Da Caldogno è giunta anche una cospicua offerta che gli alunni della locale scuola hanno voluto destinare alla Caritas di Rieti. La somma è stata consegnata alla direzione del centro di Amatrice e finalizzata alle attività del campo estivo Caritas.