Di Berardino, approvati primi interventi PNRR Sisma, al Lazio oltre 56 milioni di euro

«Nell’ambito della cabina di coordinamento presieduta dal Commissario alla ricostruzione post sisma 2016, Giovanni Legnini del 24 novembre scorso, sono stati approvati i primi interventi previsti dal Piano Nazionale di ripresa e resilienza per le aree colpite dal sisma e per il Lazio si tratta di uno stanziamento di oltre 56 milioni di euro destinato al miglioramento delle infrastrutture viarie, all’ammodernamento delle stazioni ferroviarie e alla rigenerazione urbana», spiega in una nota l’assessore regionale alle Politiche per la Ricostruzione, Claudio Di Berardino.

«L’importo concesso al cratere della Regione Lazio – continua l’assessore – è di 56, 388 milioni di euro e il finanziamento riguarda in particolare: le strade comunali di tutti i comuni del cratere volto a migliorare l’accessibilità al territorio, incrementando la qualità viaria in termini di sostenibilità e provvedendo alla messa in sicurezza. Gli interventi sulla viabilità statale in particolare sulla Salaria e sulla SS 260 “Picente”. Inoltre, sono previste azioni per la rigenerazione urbana dei borghi, dai sottoservizi alla illuminazione, all’uso di materiali sostenibili alla riqualificazione di spazi pubblici. Infine, il finanziamento degli interventi per l’ammodernamento delle stazioni ferroviarie di Rieti ed Antrodoco».

«Esprimo grande apprezzamento – conclude Di Berardino – per il lavoro svolto dalla struttura commissariale e da tutta la cabina di coordinamento integrata che ha definito i primi interventi per la nostra regione previsti dal PNRR sisma. Il PNRR per le aree del sisma è uno strumento che integra le risorse già previste per la ricostruzione utili a favorire lo sviluppo dell’area fondamentale per i cittadini del territorio e per tutto il Lazio. Su questo abbiamo già in programma nei prossimi giorni di incontrare i sindaci dell’area del cratere e tutte le parti sociali».

Ricostruzione, l’appello del sindaco Cortellesi

«Come amministrazione di Amatrice raccogliamo l’appello del commissario Legnini.  Circa 22mila edifici, censiti come inagibili, dopo il terremoto del 2016-2017, per i quali non è stata né presentata la richiesta, né la prenotazione, rischiano di non poter beneficiare dei fondi pubblici per la ricostruzione, previsti dalla legge», ha detto il sindaco Giorgio Cortellesi.

«Nella nostra Regione – ha dichiarato Cortellesi – secondo quando affermato dal Commissario Legnini, mancano all’appello ben 2.700 edifici. Attiveremo immediatamente una task-force per monitorare e censire il territorio, allo scopo di sollecitare, nei modi possibili, entro il 15 dicembre, almeno le manifestazioni di volontà per le relative richieste di contributo. Sarà nostra cura rispondere immediatamente alle sollecitazioni del Commissario».

Di Berardino, nel Lazio ricostruzione in costante crescita

«La ricostruzione nel Lazio mostra una curva in costante crescita se consideriamo i cantieri che man mano stanno aprendo. I dati sono indubbiamente positivi: a oggi sono aperti oltre 1300 cantieri di edilizia privata e sono circa 250 gli interventi di edilizia pubblica avviati. Nell’area del cratere sono 240 gli interventi affidati dallo scorso anno alla Regione Lazio, per un totale di 244 milioni di euro. Di questi, tutti i progetti sono stati presi in carico con 132 sono in stato di progettazione e 9 terminati. Nel comune di Amatrice sono diverse le opere in corso, come l’ospedale, il centro di formazione professionale, i sottoservizi del centro storico, il complesso polifunzionale Don Minozzi, tutte strutture strategiche intorno alle quale si rinsalderà la comunità. Tutto questo è frutto di un costante lavoro iniziato 5 anni fa e che continua a svolgersi nel segno di una collaborazione istituzionale a vari livelli. Fin dalla fase dell’emergenza abbiamo inoltre prestato attenzione al tessuto economico e sociale della popolazione coinvolta nel terremoto. Abbiamo destinato finanziamenti dedicati alle imprese e ai lavoratori, attività che continuiamo a fare coniugando tre strumenti di intervento che agiscono sullo sviluppo economico e sociale: il CIS finanziato già con 22,4 milioni e che ora va completato per sostenere l’intera progettualità; l’attuazione del PNRR per le infrastrutture e lo sviluppo; I programmi per le Aree Interne che devono arrivare presto a diventare concreti. La strada giusta è il metodo delle ordinanze speciali e dei programmi straordinari della ricostruzione, così come fondamentale è il metodo della concertazione e collaborazione istituzionale anche per accelerare la stessa ricostruzione. L’occasione di questo incontro mi permette di richiamare l’attenzione sull’importanza di continuare a inviare, da parte dei cittadini, le domande per la ricostruzione privata. I fondi a disposizione permettono di riparare e ristrutturare, un’occasione per preservare il tessuto abitativo e la stessa comunità».

Così in una nota Claudio Di Berardino, assessore al Lavoro, Formazione e Politiche per la ricostruzione della Regione Lazio in occasione del convegno organizzato dall’Anci a Camerino ’Il sisma 2016 del Centro Italia, cinque anni dopo’.

Ricostruzione, due infopoint regionali ad Accumoli e Amatrice

«Abbiamo aperto due nuovi uffici per offrire informazioni chiare e sempre aggiornate ai cittadini di Accumoli e Amatrice. I due sportelli, dove lavora il personale dell’Ufficio Speciale Ricostruzione della Regione Lazio, potranno informare puntualmente la cittadinanza su tutte le procedure e misure messe in campo, con un’attenzione particolare alle due recenti ordinanze su i centri storici di Amatrice e Accumoli emesse dal commissario straordinario Giovanni Legnini.
Intensifichiamo così il rapporto tra istituzione regionale e territorio, promuovendo una partecipazione attiva e consapevole delle persone al complesso processo di ricostruzione.
Presso gli infopoint, tra i vari servizi, si potrà essere supportati nella presentazione delle domande per la ricostruzione privata (danni gravi) il cui termine è fissato per il 30 settembre. Questi al momento i giorni e orari di apertura al pubblico e che potranno subire variazioni in base alle esigenze: a Accumoli il mercoledì dalle ore 10:00 alle ore 13:00; a Amatrice il giovedì dalle ore 10:00 alle ore 13:00».

Così in una nota Claudio Di Berardino, assessore al Lavoro, Formazione e Politiche per la ricostruzione della Regione Lazio.

I vescovi delle “Aree interne”: «Spingere verso un diverso rapporto tra l’uomo e l’ambiente»

«Avviare un confronto comune per elaborare un piano di rilancio pastorale delle ‘aree interne’ del Paese, che sempre più si trovano a fare i conti con l’emarginazione, lo spopolamento e la crisi economica». È questo l’obiettivo dell’incontro che il 30 e il 31 agosto – per iniziativa dell’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca – vedrà riuniti nel capoluogo sannita, presso il Centro “La Pace”, più di venti vescovi provenienti dalle diocesi di Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria. Tra i partecipanti al convegno ci sarà anche il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, che, celebrando il quinto anniversario del sisma del 2016, nell’omelia ha posto l’accento sull’importanza dei piccoli borghi e della loro ricostruzione.

«L’evento – spiega il vescovo reatino che è anche amministratore apostolico di Ascoli Piceno – prende spunto dall’intuizione che le numerose aree interne del Paese non devono vivere questo come un destino immutabile o come una ipoteca ‘per sempre’. La loro condizione può essere, infatti, reinterpretata anche alla luce dei cambiamenti intervenuti per esempio nel mondo del lavoro, nella qualità della vita. È cambiata anche l’accessibilità dei luoghi. Tenendo insieme tutte queste variazioni, non possiamo pensare a vivere questi luoghi riproducendo le forme del passato ma spingere verso un diverso rapporto tra l’uomo e l’ambiente».

Si riferisce a quella correlazione tutta da ritrovare tra città e montagna, o le cosiddette aree interne, cui accennava ad Amatrice?

Serve stipulare ‘un vero e proprio ‘contratto’ tra la città e la montagna. C’è un enorme debito che le città hanno maturato verso le aree interne che presidiano beni fondamentali come l’aria, l’acqua potabile, i laghi, le coste, i mari, i fiumi, i boschi.Tutto questo deve riverberarsi in una possibilità di vita. È il momento di onorare questo “debito” con un progetto di reciprocità economica. L’intenzione non è quella di riprodurre dei piccoli presepi ma di dare vita a centri che presidiano il territorio permettendo alle persone di viverci perché non sono solo luoghi sostenibili e ecologicamente attrattivi, ma anche luoghi dove è possibile usufruire di servizi tipici di una realtà cittadina. Se questo accade non verrà invertita la rotta dell’urbanizzazione ma sicuramente quote significative di popolazione potranno andare altrove decongestionando le città e ripopolando le aree interne.

Tutti temi particolarmente cari ai vescovi delle zone terremotate. Con lei a Benevento sarà presente anche mons. Renato Boccardo arcivescovo di Spoleto-Norcia…
Le aree terremotate sono quelle in cui il fenomeno dello spopolamento è stato reso ancora più evidente dai traumi del sisma. Ma si tratta di un fenomeno non generato dal terremoto. I luoghi dei crateri sismici devono poter rinascere non solo attraverso una ricostruzione fisica e materiale ma anche con una rigenerazione del territorio con nuove presenze che non siano limitate a quelle degli ex-abitanti, che a volte nemmeno vi ritornano, ma di persone che decidono di vivere in questi territori. Diversamente il rischio è che la ricostruzione accada senza che il tessuto sociale connettivo sia in grado di sostenerla.

Quale potrebbe essere una “pastorale” adatta ad accompagnare questa rigenerazione di cui parla?
Quella che annuncia il Vangelo e sostiene la vita. In questi tempi post terremoto e pandemia l’obiettivo della Chiesa è sostenere e rianimare la vita vacillante e, in alcuni casi, anche ripensarla. Lo sforzo della Chiesa, soprattutto nelle aree interne terremotate, è anticipare il disorientamento che ha vissuto l’intero Paese per il Covid. Venendo meno la compresenza fisica è sembrato che la Chiesa stessa fosse destinata in qualche modo a polverizzarsi. Il rischio esiste però occorre trovare forme diverse attraverso le quali stabilire relazioni che sono queste che riescono a fare sì che il Vangelo abbia cuore e gambe.

Dal Sir

Riaperta a Nommisci la prima chiesa del territorio amatriciano

Lo scorso 18 dicembre erano state riconsegnate le campane e venerdì 13 agosto il loro suono ha rallegrato tutto il paese: finalmente riaperta la chiesa di San Pietro Apostolo a Nommisci. Gli interventi definitivi di messa in sicurezza e manutenzione straordinaria effettuati sul tetto della chiesa e nella sagrestia insieme al consolidamento della vela campanaria e di porzioni di muratura, coordinati dall’Ufficio Beni Culturali della diocesi di Rieti, hanno fatto sì che questa sia stata la prima chiesa del territorio amatriciano ad essere riaperta.

E c’erano proprio tutti alla celebrazione, dal signor Ottavio, con i suoi 98 anni, ai bambini che scorrazzavano nel cortile. Una festa che ha richiamato tutta la cittadinanza, ritornata nel paese di origine in occasione delle vacanze estive. «Siamo felici, quando manca solo qualche giorno al quinto anniversario del sisma, di poter condividere il frutto di collaborazione di tanti, pubblici e privati, in linea con lo stile che dobbiamo adoperare insieme. Questo è uno spazio privilegiato per fare tacere le parole umane e far risuonare quelle del Signore» ha detto il vescovo Domenico che è stato accompagnato nella celebrazione da don Savino D’ Amelio, don Luigi Aquilini e don Adolfo Izaguirre.

Di fronte alla tela con sant’Anna e Maria Bambina, don Domenico, recitando l’omelia, ha invitato a rivolgersi alle generazioni future con un occhio saldo al passato. «La nostra generazione è appiattita, la sensazione è che esista solo il presente, dimenticando quello che c’è alle nostre spalle e davanti. Se stiamo qui, però, è perché c’è stato un passato. Quello che noi oggi siamo è ciò che abbiamo ricevuto dai nostri genitori».

«Ripartire – ha continuato – è un atto di gratitudine a chi è venuto prima. Oggi, inoltre, rischiamo di perdere di vista anche il futuro. Solo attraverso il dialogo tra adulti e bambini in crescita si intuisce quello che è futuro, possibile solo se c’è rapporto. Dobbiamo avere gratitudine per chi ci ha preceduto e apertura verso coloro che vengono dopo di noi».

Dopo la benedizione, l’omaggio ai caduti davanti alla lapide affissa sul campanile che ricorda i defunti della Prima e della Seconda guerra mondiale. La festa si è conclusa con un rinfresco all’aperto. Tanto l’entusiasmo delle nonne che hanno accompagnato i nipoti, delle mamme e dei mariti. C’era anche Franco Gentile, il signore che a dicembre aveva salutato il ritorno delle campane con tanto affetto. Finalmente i loro rintocchi celebrano la vita.


Alla scoperta della chiesa di Santa Croce in Borbona

Le fonti narrano che la presenza della chiesa di Santa Croce risale a partire dal XII secolo in un’area piuttosto isolata del territorio borbontino. Dopo il decadimento medievale, il titolo venne trasferito ad una nuova chiesa, questa volta costruita dentro le mura. Nel 1600 la struttura è già riccamente allestita, grazie alle donazioni delle più facoltose famiglie del territorio. Gli eventi sismici del 1703, non risparmiarono l’edificio che venne però ricostruito celermente: nel 1732 fu consacrata dal vescovo Antonino serafino Camarda.

Il nuovo edifico, di raffinato gusto settecentesco, include frammenti lapidei della struttura precedente come il bassorilievo altomedievale raffigurante il Cristo Risorto. La chiesa si presenta semplice e ordinata: il portale lapideo a cui si accede tramite una armoniosa scalinata ha forme classiche e armoniose, la facciata è intonacata e i conci degli spigoli hanno una funzione decorativa.

L’interno è invece concepito come un’ampia aula basilicale al cui estremo si leva l’arco trionfale a sesto ribassato.

Entrando, spicca la presenza dell’altare maggiore e degli altari laterali, realizzati in stucco. Le tele richiamano ancora una volta il gusto settecentesco mentre gli arredi lignei denotano la maestria degli ebanisti locali, che si rispecchia anche nel tavolato ligneo del soffitto.

Il sisma del 2016 non ha risparmiato la chiesa che ha riportato danni ad alcuni elementi costruttivi e decorativi. Le strutture più interessate sono state l’arco trionfale, la facciata e le pareti laterali. L’intervento definitivo di ricostruzione sarà quindi focalizzato sul ripristino dei danni e dei disseti riscontarti al fine di garantire la continuità di culto rispettando però la sicurezza pubblica e la sostenibilità economica e ambientale.

Riapertura Santa Maria Assunta: Borbona ha di nuovo la sua chiesa

«Lasciamoci sfidare dal futuro» citando il filosofo Bauman, il vescovo Domenico ha inaugurato con una celebrazione eucaristica la chiesa di Santa Maria Assunta, conosciuta anche come Santa Maria Nuova, in Borbona. La cerimonia, avvenuta nel pomeriggio di lunedì 28 giugno, ha radunato istituzioni e cittadini, emozionati di poter finalmente tornare nel centralissimo edificio.

La particolarità di questa chiesa, come spiegato dall’architetto Marco Lucandri, coordinatore dell’intervento, sta nella sua pianta circolare. Allo stesso tempo, però, questa caratteristica è stata anche la fragilità dell’edificio, che ha riportato i suoi danni maggiori proprio in corrispondenza della cupola e delle volte laterali. Gli interventi, si sono concentrati dunque sul consolidamento delle volte e sulla ricostruzione sia dei tetti laterali più bassi che del tetto sopra la cupola, rafforzato con una cerchiatura d’acciaio. «Per ripristinare la cupola è stata adottata una tecnica innovativa, quella del coccioforte, un sistema di rinforzo che consente tuttavia la reversibilità».

«Riapriamo ufficialmente questa chiesa dopo il tempo del terremoto ed è questo segno di grande speranza perché significa tornare alla dimensione abituale» ha affermato don Domenico, sottolineando, però, che la ricostruzione non deve essere vista solo come un fatto economico o tecnico ma anche culturale e spirituale perché «non basta che arrivino flussi di denaro se poi non ci sono le persone giuste capaci di orientare il capitale verso il bene comune».

Rivolgendo poi lo sguardo all’esterno, il vescovo ha fatto riferimento ai lavori in corso per il Centro di Comunità, luogo di incontro, e alla RSA, dove vengono custoditi gli anziani. «In questa triangolazione si delinea qualcosa che ha a che fare con la Borbona del futuro che sì, è una piccola comunità, ma è importante che dopo 5 anni si cominci a delineare una prospettiva in cui si recuperino gli spazi per la vita sia ecclesiale che sociale. Perciò – ha concluso – questo giorno di festa deve essere un segno di volontà a ricostruire non guardando le nostre spalle, ma
mirando avanti con fiducia».

Prima della conclusione della messa, don Ernesto Pietrangeli, parroco di Borbona ci ha tenuto a ringraziare personalmente tutte le persone che hanno contributo alla realizzazione del progetto e, con la voce rotta dall’emozione ci ha tenuto a condividere un suo intimo ricordo. «Questa è la chiesa dove seguivo la messa da bambino e dove, da giovane, celebravo. Negli anni ottanta e novanta era piena di fedeli e si respirava fede in ogni angolo. Mi auguro che questo possa continuare anche ora con le nuove generazione perché questi edifici non sono monumenti ma un luoghi di fede».

Si è unita ai ringraziamenti anche Maria Antonietta Di Gaspare, sindaco della città, che, riprendendo l’asse proposto dal vescovo, quello tra la chiesa di Santa Maria Assunta, il venturo Centro di Comunità e la Rsa, ha aggiunto un ulteriore tassello: il centro storico. «riteniamo che, nel proiettarci nel futuro, la memoria possa essere il volano del domani che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri giovani. Queste comunità, seppur piccole, nascondono un trascorso e un passato e in questi luoghi dobbiamo creare un futuro per tutti» ha concluso.

Tanto l’entusiasmo tra i fedeli, consolati così dall’assenza dei festeggiamenti in onore di santa Maria del Monte, in coincidenza con l’ultima domenica di Giugno. «Non è cambiata per niente» ha detto la signora Dina. L’unica differenza infatti sta nell’esposizione della Croce Processionale, ora visibile a tutti grazie alla protezione di una teca posta ai margini dell’altare.

Cascello di Amatrice: intervento di ricostruzione per la chiesa dei santi Pietro e Paolo

La chiesa dei santi Pietro e Paolo si trova ai margini della frazione Cascello di Amatrice. Piuttosto isolata rispetto al centro abitato, la struttura, articolata su un’unica navata, ha una superficie di 120 mq. Al suo interno, su una pavimentazione in piastrelle di graniglia di epoca novecentesca, si distingue un altare principale a mensa. Sopra alla struttura lignea del tetto, un campanile a veletta.

«Il giorno di san Pietro, nella chiesa si celebravano con una festa i pastori che facevano ritorno in montagna da Roma. Era consuetudine distribuire un mazzo di camomilla a tutti i presenti» ricorda don Luigi Aquilini. «Inoltre, nella parte posteriore dell’edificio c’era un eremo, ora crollato, dove viveva un eremita che aiutava a custodire l’itera area».

In seguito al sisma del 2016, l’edifico ha riportato un livello di danneggiamento grave: la facciata è parzialmente crollata e la copertura è risultata essere pericolante. Nel corso del 2019 la diocesi di Rieti ha portato a termine l’intervento di messa in sicurezza e, oggi, l’edificio è pronto per l’intervento di ricostruzione definitivo.

Si procederà, dunque, ad eliminare le criticità strutturali con conseguente miglioramento sismico al fine di consentire il pieno ripristino della funzionalità dell’opera d’uso dell’immobile.

Il santuario della Madonna di Capodacqua riaperto al pubblico

È passato solo un anno da quando la festa della Santissima Trinità si è celebrata nel campetto sottostante al santuario. Allora, la chiesa era ancora inaccessibile a causa dei danni riportati dal sisma e la distanza imposta dal Covid cominciava a rappresentare la normalità. Quest’anno, seppur distanziati, il santuario della Madonna di Capodacqua ha potuto riabbracciare i suoi fedeli nel giardino del sagrato, pronto ad essere riaperto.

Dopo cinque anni, infatti, proprio in occasione della festività patronale, nella mattina di domenica 30 Maggio, questo bellissimo edifico è stato ufficialmente restituito ai fedeli. «L’intervento, che ha interessato la chiesa e non la casa parrocchiale, è stato svolto secondo quanto disposto dalle norme speciali per il terremoto, con un budget di 350 mila euro» ha spiegato l’architetto Marco Lucandri. L’edifico ha di fatto subito il rifacimento del tetto e il consolidamento della facciata, del campanile e di tutta la volta interna della navata. «Sono stati poi restaurati tutti i danni che c’erano sugli apparati decorativi» ha aggiunto.

«Questa è una bella notizia che anticipa l’imminente riapertura di un altro edificio di culto a Borbona e che apre la strada alla ricostruzione delle 84 chiese contenute nell’ordinanza 105» ha affermato mons Pompili.

Forte l’entusiasmo e l’emozione dei cittadini accorsi in gran numero per tornare a vedere l’interno della chiesa. «È bellissimo ed emozionante avere di nuovo il nostro santuario» ha commentato la signora Sandra, parole che risuonano sulle bocche di tutti i fedeli in uscita dal portone della chiesa.

«L’augurio per questa giornata di duplice festa – ha detto il vescovo Domenico – è che questa chiesa che rappresenta per noi l’identità del territorio, ci faccia riscoprire anche la vera identità dell’uomo: quella di essere sempre aperti all’incontro con il prossimo, senza cadere in ottiche narcisistiche e prive di empatia».

Presenti alla cerimonia anche l’assessore regionale Di Berardino e il consigliere provinciale Nobili. «È un giorno meraviglioso atteso da moltissime coppie per potersi finalmente sposare. Ogni cittarealese è devoto alla Madonna di Capodaqua, ci teniamo tantissimo. » ha sottolineato il sindaco di Cattareale Francesco Nelli. «Grazie al lavoro di tutti, oggi ci riappropriamo del nostro santuario, nella speranza che il prossimo anno si possa celebrare la funzione all’interno della chiesa e che si possa fare anche la nostra amata processione» ha poi concluso.

Dopo la funzione, il vescovo si è recato alla fonte per benedire la statua della madonna, delle pecorelle e delle veggente, sistemate accuratamente da una famiglia locale. Questo breve pellegrinaggio ha sostituito, per quanto possibile, il pranzo che i fedeli erano soliti fare dopo la messa. Per quanto ancora la situazione pandemica obblighi ad un certo rigore, quel che è certo è che da oggi Cittareale, grazie all’impegno della Diocesi, torna ad avere in funzione un cuore pulsante a dimostrazione che sì, dal 2016, qualcosa sta finalmente cambiando.