Casa Futuro verso l’approvazione del progetto

Si è svolto nella mattina del 7 maggio, nella sede di Amatrice, un importante incontro per la ricostruzione post terremoto. L’appuntamento, convocato dall’Ufficio Speciale Ricostruzione, ha visto la sostanziale conclusione del tavolo di coordinamento avviato lo scorso febbraio per portare a compimento il pluriennale lavoro di progettazione di Casa Futuro, il progetto che la Diocesi di Rieti e l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia intendono realizzare nell’area del complesso “Don Minozzi”.

Erano invitati all’incontro il vescovo di Rieti, Domenico Pompili; il Commissario Straordinario Ricostruzione Sisma, Giovanni Legnini; don Savino D’Amelio, superiore dell’Opera per il Mezzogiorno d’Italia, proprietaria dell’area; l’Assessore regionale per le Politiche della Ricostruzione, Claudio Di Berardino, l’architetto Stefano Boeri, autore dei progetti di Casa Futuro; l’Amministrazione comunale di Amatrice, rappresentata da Massimo Bufacchi; la Direzione Regionale per le Politiche Abitative e la Pianificazione Territoriale; la Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti; l’Azienda Sanitaria Locale di Rieti.

Casa Futuro è uno dei progetti di ricostruzione privata più impegnativi tra quelli resi necessari dal terremoto del 24 agosto 2016. Saranno edificati 18.000 metri quadrati su un’area di cinque ettari di terreno, per un importo complessivo superiore ai 30 milioni di euro. Conclusa la fase progettuale, il cronoprogramma prevede l’avvio dell’iter di approvazione dei progetti da parte degli enti che debbono esprimere un parere. Un percorso per il quale si prevede circa un mese di lavoro, al termine del quale dovrebbe essere approvato il decreto di contributo con il parallelo affidamento dei lavori all’impresa. Subito dopo si procederà all’apertura del cantiere.

«Casa Futuro è la prova tangibile che Amatrice sta provando a rinascere senza lasciarsi fiaccare dalla sfiducia. Grazie a un ripensamento moderno e sostenibile dell’intera area, che offrirà proposte per i giovani, opportunità per la filiera dell’agroalimentare, accoglienza per gli anziani, ospitalità per i servizi amministrativi del Comune. Giunge così a compimento un percorso “carsico” che ha impegnato per almeno tre anni tante persone, a vario titolo, tutte coordinate dall’ufficio diocesano per il Sisma. Ringrazio il Commissario Legnini, l’USR, la Soprintendenza, il Comune di Amatrice e ovviamente lo Studio Boeri per aver condiviso l’opzione che col tempo si rivelerà per quello che è: lo snodo decisivo per rimettere in cammino la comunità dell’Altopiano amatriciano», dichiara il vescovo Domenico.

«Oggi abbiamo presentato una prima idea per la rigenerazione e la ricostruzione del “Don Minozzi”, un edificio storico di grande importanza per Amatrice e per tutto il territorio colpito dal sisma del 2016. Il complesso del “Don Minozzi”, che fin dalla sua nascita nel 1920 è stato un luogo di trasmissione del sapere e di ospitalità, rinasce oggi come una Casa Futuro su ispirazione della Laudato si’ del Pontefice», spiega l’architetto Stefano Boeri, autore del progetto. «L’impianto della nuova Casa Futuro parte dalla costruzione di quattro corti pubbliche e aperte. Una prima corte – quella Civica – dedicata ai beni comuni, alla città e al patrimonio artistico; una seconda – quella del Silenzio – dedicata alla Memoria; una terza – dell’Accoglienza – in cui lavoreranno i giovani, e una quarta – la Corte dei Mestieri – dedicata alla creatività e alle arti applicate. Grazie al dialogo serrato con il vescovo Domenico Pompili e la Curia di Rieti, abbiamo cercato di orientare la nostra architettura secondo i principi della Laudato si’; un testo che promuove l’idea di un’Ecologia integrale rivolta alla biodiversità delle culture – oltre che delle specie viventi – e ci richiama alla nostra responsabilità di costruttori di luoghi e paesaggi sociali di accoglienza e di integrazione».

L’Appennino terremotato deve «tornare a vivere, non solo a sopravvivere»

L’Appennino terremotato deve «tornare a vivere, non solo a sopravvivere», per questo ricostruire significa anche investire su «lavoro, infrastrutture e cultura». Il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, preferisce parlare di rigenerazione e dal nuovo governo si aspetta il necessario impegno «senza ulteriori ritardi».

Dall’ultimo rapporto sulla ricostruzione si nota un’accelerazione importante per la ricostruzione privata. Quale è la situazione nella diocesi di Rieti e in quella di Ascoli Piceno, di cui è amministratore apostolico? Il 2021 sarà l’anno della svolta?

Per quel che riguarda il territorio di Rieti abbiamo un incremento pari al 59% delle domande accolte per la ricostruzione privata; per Ascoli Piceno l’incremento è del 34%. Cresce perciò la capacità della pubblica amministrazione di istruire le pratiche presentate dai cittadini, ma nel contempo sale fortemente anche il numero di pratiche da trattare. In questo senso è interessante notare – nel Rapporto del Commissario 2020 – che il numero degli addetti alla ricostruzione nell’ambito degli enti pubblici è tornato finalmente ad aumentare, passando da 1095 unità nel 2019 a 1277 nel 2020. Alla semplificazione delle procedure introdotte corrisponde, dunque, un ritrovato interesse per la ricostruzione: difficile dire se il 2021 sarà l’anno della svolta, ma di sicuro stiamo assistendo a segnali positivi.

Sul fronte chiese la procedura è stata semplificata, sono stati assegnati finanziamenti per 928 edifici sacri, 100 cantieri sono conclusi. Ma ce ne sono quasi 3mila danneggiati a cui bisogna pensare.

L’impegno chiesto alle diocesi che sono diventate ‘soggetti attuatori’ è notevole ed esige un inedito lavoro di organizzazione per far fronte a una situazione straordinaria. Naturalmente in tutte le diocesi (sono più di una trentina quelle coinvolte, a vario titolo) si sta lavorando perché vengano avviati al più presto i cantieri. Ma evidentemente non accadrà tutto questo con uno ‘schiocco di dita’. L’onere della ricostruzione delle chiese dice due cose: da un lato, si tratta di una responsabilità enorme che cambia il volto delle priorità nella strategia amministrativa di una comunità cristiana. Dall’altro, suggerisce un riconoscimento importante perché lo Stato si fida della Chiesa nel portare a compimento un lavoro sfibrante. Come già toccato con mano per le cosiddette ‘messe in sicurezza’, dove numero e qualità degli interventi delle singole diocesi è stato di gran lunga superiore ad altri soggetti attuatori.

Quali sono le priorità per l’Appennino terremotato, per scongiurare il rischio di ricostruire un territorio in via di spopolamento?

In realtà, l’Appennino è terremotato ben prima del sisma del 2016. Pur essendo la spina dorsale del Paese, infatti, già dai primi del Novecento è andato incontro ad un progressivo spopolamento. Amatrice nel ’700 aveva circa 15mila abitanti, oggi non arriva a 2000 residenti, sparpagliati in decine di frazioni. Le priorità quindi sono tre: infrastrutture, lavoro e cultura. Le infrastrutture sono materiali come le strade e la ferrovia, ma anche immateriali, come in tempi di pandemia ha rivelato lo smart working. Il lavoro va creato da queste parti, facendo leva sulla bellezza e la ricchezza dell’ambiente naturale che dice acqua, verde, salute. Infine, la cultura significa garantire la presenza della scuola senza se e senza ma, lasciando da parte astratte aritmetiche dell’efficienza. Ad Amatrice sorge un istituto onnicomprensivo da far invidia, grazie a Sergio Marchionne. Al suo interno c’è in bella mostra un oggetto-simbolo: il motore della Ferrari. Per dire che è la scuola il motore della vita dei ragazzi. Don Milani diceva che era l’ottavo sacramento.

Basta la semplificazione burocratica e la strategia messa in campo finora per arrivare a quella rigenerazione di cui hanno bisogno questi borghi?

Di sicuro semplificare, velocizzare, concretizzare era ed è una necessità vitale. Dopo quasi 5 anni bisogna cominciare a vedere qualcosa. Ma la rigenerazione è un’operazione più complessa che attiene non solo ai cantieri, ma anche alle coscienze. Bisogna risvegliare la voglia di coinvolgersi da parte dei cittadini, spesso delusi e ormai rassegnati. Occorre vigilare perché la macchina statale a tutti i livelli sia efficiente e messa in grado di lavorare. Infine, si richiede un’attenzione di lungo periodo per far sì che queste terre tornino a vivere e non solo a sopravvivere.

Cosa le chiedono le persone che vivono in questi territori?

Di tornare a casa. Specialmente gli anziani si interrogano sul tempo a disposizione. Si chiedono se ce la faranno a rivedere la loro abitazione spesso frutto dei sacrifici di una vita.

Cosa si aspetta dal nuovo governo?

Che dia seguito e sostenga l’impegno del Commissario Legnini, che non mi pare voglia essere un semplice ‘notaio’ della ricostruzione. È il governo però quello che decide i tempi, oltre che le risorse. Questo ci si aspetta, senza ulteriori ritardi.

(di Alessia Guerrieri, da «Avvenire» di domenica 7 marzo 2021)

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: solidarietà tra territori colpiti dal terremoto

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Queste parole del Maestro, tratte dal capitolo 10 di Matteo, richiamano ad una concreta attenzione verso il popolo della vicina Croazia, duramente colpito dal terremoto del 29 dicembre 2020, e verso le popolazioni dell’Indonesia, di nuovo segnate dal sisma del 15 gennaio 2021.

Avendo, quattro anni e mezzo fa, sperimentato lo stesso dramma, ma anche la generosa solidarietà di tanti, la Chiesa di Rieti chiama a un’attenzione non solo nell’ordine di beni materiali, ma anche nella dimensione umana, spirituale e di preghiera.

Per questa ragione, domenica 31 gennaio, durante le celebrazioni eucaristiche, sarà data particolare attenzione al dramma del terremoto in Croazia e in Indonesia e sarà promossa una raccolta economica a sostegno di tante sorelle e di tanti fratelli provati da una situazione ben nota nel nostro territorio.

Con l’occasione sarà anche posta attenzione al dramma dell’immigrazione, che coinvolge tante persone: soprattutto quelle ammassate in condizione disumane ai confini tra Bosnia Erzegovina e Croazia.

«Pur consapevoli che il momento storico che viviamo non è dei migliori a causa del Covid 19 e delle conseguenze anche economiche della pandemia – spiega il direttore della Caritas, don Fabrizio Borrello – siamo chiamati a “dare” attenzione, sostegno e aiuto in modo gratuito, consapevoli di aver “ricevuto” altrettanto gratuitamente».

(Foto Sir)

Il MuDa riapre i battenti, si torna a vivere l’arte attraverso la tecnologia

Torna a riaprire le proprie porte il MuDa, il Museo diocesano di Amatrice che permette di godere di alcune tra le più belle opere di arte sacra del territorio colpito dal sisma attraverso una particolare modalità di ricostruzione tridimensionale, da vivere attraverso un’apposita app.

Salvati dal terremoto, gli originali sono al momento custoditi nei depositi dei beni culturali della diocesi, in attesa di poter tornare nei luoghi di origine.

A partire dal 18 luglio, ogni sabato e domenica, la mattina dalle 10 alle 13 e il pomeriggio dalle 16 alle 19, nell’apposito padiglione attiguo all’area dell’Opera Don Minozzi i visitatori potranno ammirare attraverso i propri dispositivi o con i tablet messi a disposizione all’ingresso.

Terremoto e beni culturali: il coronavirus non ferma la ricostruzione

Le stringenti misure richieste dalla pandemia incidono senza dubbio anche sul processo di ricostruzione avviato in seguito al sisma del 2016. Per quanti vivono nelle Sae, il pericolo del contagio è un’ulteriore fonte di isolamento e disagio. Si respira un’atmosfera sospesa, il cui tratto più evidente sono i cantieri, fermati dai decreti del Governo. Ma non tutto è in stallo: l’attività amministrativa procede ed è altrettanto importante di quella esecutiva. Sono attivi gli uffici del Commissario alla Ricostruzione, va avanti pure l’attività del Genio Civile, dell’USR Lazio, del MiBAC. E anche per l’Ufficio diocesano per i Beni Culturali e l’Edilizia di Culto il lavoro prosegue, rimodulato secondo le esigenze del momento.

Non è possibile svolgere sopralluoghi, verifiche o opere di edilizia, ma si va avanti con l’istruttoria dei progetti, si seguono le pratiche aperte, si lavora alle procedure da seguire per la realizzazione degli interventi previsti. C’è da completare l’iter delle messe in sicurezza – e anche in questo tempo di emergenza sanitaria può rendersi necessario qualche intervento urgente per la conservazione dei beni culturali – ma soprattutto c’è da lavorare sulla fase di ricostruzione vera e propria, che vede la diocesi impegnata su circa 80 edifici di culto.

Una notevole mole di pratiche, disegni, progetti che vengono seguiti in smart-working dagli operatori della diocesi. Vanno così avanti la rendicontazione dei progetti conclusi, i pagamenti alle imprese e ai professionisti, i rapporti con le amministrazioni locali e statali. Pure l’importante progetto di Casa Futuro continua il suo percorso verso la messa in cantiere, cercando di seguire il passo del cronoprogramma stabilito.

Fisicamente in ufficio c’è una sola persona, che coordina il lavoro, firma le carte, segue gli aspetti tecnici. E in attesa del ritorno degli operatori, i computer sono stati tutti radunati in un’unica stanza: un po’ per comodità, e un po’ per avere l’illusione di stare ancora a lavorare gomito a gomito, in attesa di poter fare a meno di chat e riunioni via skype.

La croce sulla terra deserta: Via Crucis ad Amatrice

Sarà una processione doppiamente simbolica per il doppio registro quella che avverrà venerdì santo ad Amatrice: a portare la croce, il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili.

Sarà in pratica soltanto lui in processione fino alla chiesa di Sant’Agostino, tra le macerie, in un abitato del centro storico del piccolo paese ormai raso al suolo.

«La croce si avvicinerà per strada ai luoghi ormai deserti di Amatrice, dalla torre civica costeggiando la chiesa di Sant’Agostino ridotta a macerie. Le meditazioni sono state scritte dal parroco di Accumoli, don Stanislao Puzio. Sarà una processione su un doppio registro, terremoto non ancora superato sia a livello psicologico sia per la ricostruzione che è di là da venire, e coronavirus con la paura del contagio. La gente seguirà da casa», dice il vescovo.

«Sarà un modo per tornare su questa vicenda del centro Italia per la quale siamo ancora in una fase interlocutoria e che il coronavirus ha ingigantito. Una Via Crucis ridotta ai suoi punti essenziali con lo sfondo della terra deserta».

La Via Crucis da Amatrice sarà trasmessa su TV2000 venerdì 10 aprile alle ore 16.

Aiuto e ascolto senza dimenticare le aree terremotate: le iniziative della Chiesa di Rieti per fronteggiare l’emergenza

In risposta alla crisi prodotta dalla diffusione in Italia del Covid 19, la Chiesa di Rieti ha avviato alcune iniziative solidali a supporto di quanti operano in prima linea e in soccorso delle persone e delle diverse aree del territorio.

Una prima azione è il numero verde 800.941425. Due i servizi disponibili: uno dedicato all’ascolto e uno alle esigenze materiali. Al primo rispondono alcuni religiosi che saranno a disposizione di quanti hanno bisogno di un colloquio spirituale, di una parola di conforto, o semplicemente di un consiglio per affrontare con migliore disposizione d’animo il periodo di difficoltà. Si potrà inoltre chiamare il numero verde per chiedere beni di prima necessità alla Caritas diocesana. Il servizio si appoggia alle reti del volontariato ecclesiale. A fornire la logistica è l’impresa sociale Promis che provvederà alla distribuzione dalla sede di Amatrice. Saranno le attività del cratere a fornire la maggior parte dei beni e dei servizi: un modo per sostenere l’economia della zona provata dal terremoto. La chiamata, gratuita, è possibile sia da telefonia fissa che mobile.

Una seconda azione vede la diocesi mettere a disposizione 14 posti letto per i medici e gli infermieri che in ragione del proprio servizio non possono fare rientro a casa, e per eventuali quarantene di persone contagiate. Le camere sono state individuate nel Monastero di San Fabiano in Rieti e nel Monastero di Santa Caterina a Cittaducale.

Una terza iniziativa vede la Chiesa di Rieti impegnata nel reperimento di mascherine professionali, camici specialistici e un ventilatore da donare alla locale Asl.

«Due sono le maniere per attraversare questo tempo sospeso: la responsabilità di ciascuno nell’evitare il contagio e la solidarietà verso chi sta lavorando in prima persona per superare questa fase difficile», dice il vescovo Domenico.

Tornano le campane ad Accumoli: «Un richiamo a ricominciare abbandonando la paura»

Non avere paura di stonare, | non le pop-star, le campane suonano per secoli! 

Citando un verso della canzone “Migliora la Tua Memoria con un Click” di Caparezza con Max Gazzé, padre Carmelo ha espresso il suo entusiasmo per la recente costruzione del campanile antisismico presso l’aula liturgica del centro di comunità della parrocchia Santi Pietro e Lorenzo di Accumoli.

«Le campane sono il simbolo dell’eternità nei nostri villaggi: indicano una presenza, una voce o un battito che va lontano. Queste campane sono arrivate per grazia di Dio qui ad Accumoli e tante persone si sono mosse affinché gli abitanti potessero avere di nuovo un forte punto di riferimento», ha commentato il frate.

Il progetto, promosso da Caritas Italiana, ha infatti coinvolto sia la giunta comunale di Accumoli che la Diocesi di Rieti.

«Sapete chi è il vescovo?». «Il vescovo è quello che fa suonare le campane!» Carmelo, ricordando questo dialogo avvenuto tra il vescovo di Molfetta, monsignor Antonio Bello, e un bambino della comunità, ha sottolineato la continua presenza di don Domenico nelle aree colpite dal sisma. «Un vescovo che fa suonare le campane»: così lo ha definito, mettendo in risalto l’impegno profuso nel reperire la campana quando la struttura portante era ormai stata installata.

La notte della scorsa vigilia di Natale, dopo tanto tempo, gli abitanti di Accumoli sono finalmente tornati ad ascoltare i rintocchi delle campane. «Durante la Messa ho visto molte persone commuoversi. Al momento del Gloria, abbiamo chiesto a fra Mimmo di uscire a suonare la campana per festeggiare insieme, ed è stato un bellissimo momento: il richiamo a ricominciare abbandonando la paura».

«Anche se il campanile è stato costruito dopo la nota stonata del terremoto – ha continuato fra Carmelo – quella nota stonata ora fa parte della nostra vita e noi dobbiamo narrarla. Il racconto del nostro ricominciare è la storia di una nuova possibilità. La nostra vita non è fatta per gettare la spugna, al contrario, è fatta per andare avanti, secondo il valore della Resurrezione: Accumoli non potrà tornare come era prima, ma risorgerà in un modo nuovo».

La campana è quindi un segno di rinascita, «una nota che rende più bella l’armonia della vita». D’altronde, il terremoto, come la morte, ha livellato tutti sullo stesso piano e, per questo, è importante che si ricominci tutti insieme.

«La campana – ha concluso fra Carmelo – è un altro modo per lodare il Signore, un minareto lanciato nel cielo che ci indica che siamo fatti per la vita e la Risurrezione e che la morte non avrà l’ultima parola: siamo noi la forza che dà speranza al nostro presente e ai nostri progetti futuri».

Alla Biblioteca Paroniana si parla della situazione post sisma, il vescovo: «Dobbiamo fare i conti con una situazione generale fragile»

Nell’incontro di mercoledì 12 febbraio svolto nella Biblioteca Paroniana di Rieti, il gruppo Amici della Biblioteca Loris Brenci ha ospitato il vescovo Domenico per un intervento incentrato sul tema della ricostruzione nei territori colpiti dal sisma del 2016. L’intervento si è articolato in tre punti chiave che hanno toccato la tematica del dramma umano, quella dell’opera di ritessitura dei legami e dei beni materiali, e la capacità di risposta del territorio.

Il sisma, che ha causato un bilancio molto pesante in termini di vite umane, 249 vittime solo tra Accumoli e Amatrice, ha ulteriormente indebolito il già fragile tessuto comunitario. «Il corpo sociale è infartuato – ha spiegato il vescovo – e la tragica perdita di persone come il giovane Emilino, cowboy di nuova generazione, o di don Angel, hanno riaperto ciò che ancora non era stato rimarginato». Questo dramma continuo spinge le persone a trasferirsi altrove, e chi rimane in questi luoghi ancora intrisi di sofferenza sta imparando giorno per giorno il significato della parola resilienza.

A che punto siamo con la ricostruzione? Una domanda che ricorre frequentemente nei comuni del cratere, ma la risposta da dare non è affatto semplice. «Oggi dobbiamo fare i conti con una situazione generale fragile. La politica non si spinge mai oltre l’immediato perché vive di obiettivi di istantanea destinazione, e questo genera una produzione a singhiozzo». In merito tanta discontinuità, don Domenico ha ricordato che anche i numerosi cambi dei Presidenti del Consiglio e dei Commissari non hanno fatto altro che rallentare il processo di rigenerazione, reso ancora più complicato dalle norme di trasparenza e di legalità.

In merito all’azione diretta delle Diocesi, il vescovo ha illustrato il progetto di rifunzionalizzazione dell’aera del Don Minozzi, attraverso la costruzione della Casa Del Futuro che, al suo interno, riunirà quattro diverse corti. «Dopo due anni abbiamo concluso la fase della progettazione con l’architetto Stefano Boeri. Ora attendiamo la risposta dell’amministrazione per poter approdare alla conferenza dei servizi. Ciò dimostra che la ricostruzione deve affrontare una strada ripida, tuttavia non ci si deve mai scoraggiare di fronte alle difficoltà».

«La ricostruzione materiale non porta a nulla se non c’è una rigenerazione del tessuto umano. Il fenomeno dello spopolamento ha subito un colpo mortale con il sisma: nelle SAE i residenti sono dimezzati. Cosa si nasconde dietro questo disinteresse?». Anche in questo caso la risposta non è immediata e non si può solo fare riferimento alle istituzioni: dovrebbe aumentare, piuttosto, il numero di coloro che investono su questi territori.

«Ma non è tutto nero, bisogna continuare ad avere fiducia che qualcosa possa accadere. Quando si tocca il fondo, si può solo risalire» ha concluso monsignor Pompili ricordando le tante risorse stanziate per un terremoto, anche a seguito di una grande partecipazione emotiva. La ricostruzione dell’ospedale e la riapertura della scuola, ad esempio, costituiscono dei segnali molto importanti e fanno sparare che ci possa essere un’accelerazione.

Numerosi sono stati gli interventi da parte del pubblico. A chi ha fatto domande sulle sorti delle chiese danneggiate dal sisma, il vescovo ha risposto che la Chiesa si è adoperata fin da subito per la messa in sicurezza: «Il terremoto non è stato un evento puntuale e la messa in sicurezza ha garantito che gli edifici di culto non venissero danneggiati ulteriormente con il passare de tempo».

Auspicando l’elezione di un Commissario apolitico, don Domenico ha sottolineato l’importanza di salvaguardare i territori non metropolitani capaci di donare un’alta qualità della vita. In conclusione, ha ricordato che chiunque voglia continuare a esprimere la propria vicinanza alla popolazione, può farlo anche solo attraverso una gita che possa dare la possibilità di assaporare la cucina o di acquistare prodotti locali.

“Ai piedi della Laga” tra memoria e futuro: folla a Rieti per la presentazione del volume Fondazione Varrone – Electa

Pubblico in piedi durante la presentazione e pazientemente in fila poi per Ai piedi della Laga, il volume Fondazione Varrone-Electa presentato mercoledì pomeriggio nella ex Chiesa di San Giorgio a Rieti e dedicato alla storia e alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli recuperate dopo il sisma.

Un lavoro a più mani, curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice e con il coordinamento editoriale di Giuseppe Cassio, che offre uno sguardo d’insieme al patrimonio culturale reatino ferito dal terremoto del 2016, a cavallo tra memoria e futuro. “Lavoriamo per le comunità colpite dal terremoto, perché non venga meno il collante che ancora le tiene ancorate a quei borghi ossia la cultura e le tradizioni e perché non cali l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto a una ricostruzione che tarda a partire” ha detto il presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio annunciando l’imminente apertura di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e in primavera una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli.

Un’attenzione e un impegno necessari visti i ritardi e le difficoltà che vivono quei paesi, hanno rimarcato il vice sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e il consigliere comunale di Amatrice Alessio Serafini. Molto atteso l’intervento dell’architetto Stefano Boeri, impegnato nella progettazione della Casa del Futuro che la Diocesi di Rieti vuole realizzare nell’area del Don Minozzi di Amatrice: «Subito dopo il sisma si disse ricostruiremo dov’era e com’era. Niente di più fuorviante. Parliamo di paesi che soffrivano lo spopolamento e l’isolamento già prima del terremoto. E comunque non può essere l’affanno dell’identico a muoverci ma piuttosto dell’autentico – ha detto Boeri – Dobbiamo piuttosto sforzarci di ricostruire in modo autentico paesi e spazi in grado di rappresentare davvero luoghi di incontro, di vita, di lavoro per i giovani, in una relazione forte con l’ambiente e la natura». Un elemento, quello dell’ambiente e della natura, che il libro coglie sin dal titolo.

«Ai piedi della Laga vuol essere un omaggio quasi sacrale alla montagna che domina quei territori – ha detto Paola Refice – Nel libro raccontiamo le memorie, l’arte e la devozione del passato ma offriamo spunti meditati di riflessione anche per il futuro, perché noi crediamo che dalle rovine si possa tornare alla luce».

Paolo Iannelli ha rimarcato il grande lavoro di recupero fatto dal Mibact in tutte le sue articolazioni territoriali in una situazione di grande difficoltà e complessità: «Se abbiamo accettato la proposta della Fondazione di avviare insieme restauri e valorizzazione delle opere salvate è perché in un’operazione lunga e difficile come quella della restituzione dei beni culturali alle comunità la collaborazione tra soggetti pubblici e privati è fondamentale. Ed è importante anche che non cali l’attenzione, che questi processi vengano socializzati».

Giuseppe Cassio ha inquadrato il libro in una più ampia biblioteca dedicata ad Amatrice, a partire dal volume Electa che la Fondazione Varrone contribuì a pubblicare nel 2015 e i due libri, Rinascite, usciti dopo il sisma nel 2017 e 2018 e dedicati alle opere d’arte e al patrimonio artistico colpito dal terremoto. «Con questo libro facciamo un altro passo avanti, offrendo al lettore ottimi spunti non solo per aggiornare la ricerca storica ma anche per immaginare un futuro per questi paesi».

«Le terre amatriciane sono sempre state, nella storia, terre di passaggio e di incontro, e la Salaria un’arteria di comunicazione fondamentale – ha detto il vescovo Domenico Pompili tirando le conclusioni – A me più che di ricostruzione piace parlare di rigenerazione, e a riguardo non possiamo non considerare la necessità di infrastrutture all’altezza dei tempi. Altro elemento essenziale per riedificare Amatrice è la sua identità culturale che fa tutt’uno con l’impianto urbanistico. E se è impensabile riedificare tutto in un baleno è però necessario avviare un progetto che, fissando delle priorità, sappia nel tempo restituire il patrimonio artistico di questa terra. Magari garantendo l’integrazione tra il paesaggio ambientale e quello economico e sociale».

Duecento le copie del volume distribuite dopo la presentazione al pubblico presente.

Il libro sarà in vendita nelle librerie Mondadori-Electa in tutta Italia e on line dal 14 gennaio. Fino a quella data sarà possibile chiederne una copia in omaggio scrivendo a: [email protected]