Casa Futuro: una spinta alla rinascita delle zone terremotate

Si è svolta questa mattina, ad Amatrice, la cerimonia di posa della prima pietra di Casa Futuro, uno dei più impegnativi progetti di ricostruzione privata nelle zone colpite dal terremoto dell’agosto 2016. La nuova struttura, promossa dalla diocesi di Rieti e dall’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia sorgerà nell’area del complesso “Padre Giovanni Minozzi”, edificio storico di grande importanza per Amatrice e per tutto il territorio circostante che fin dalla sua nascita, nel 1920, è stato “un luogo di trasmissione del sapere e di accoglienza” grazie alla presenza dei padri della Congregazione Famiglia dei Discepoli della Fondazione Don Minozzi. Per mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, “l’avvio del cantiere è una spinta alla rinascita delle terre colpite dal sisma”.

Il progetto. Il progetto, redatto dallo studio dall’architetto Stefano Boeri e ispirato all’idea di ecologia integrale espressa da papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, prevede “quattro corti”, spazi che uniscono “i piani della contemplazione e dell’azione”: la “Corte Civica” che ospiterà la sede comunale, una sala polifunzionale e una biblioteca pubblica con un piano interrato destinato a parcheggio e locali tecnici per il funzionamento dell’edificio; la “Corte del Silenzio”, orientata con la Torre Civica e la chiesa di Santa Maria dell’Assunta, che ospiterà la Casa Madre dell’Opera Nazionale con le residenze dei religiosi, una struttura di accoglienza e un centro assistenziale da destinare a casa di riposo; ci saranno anche ambienti museali e liturgici, un giardino e uno spazio comune a servizio degli ospiti; la “Corte dell’Accoglienza” che sarà dedicata a funzioni di ospitalità per i giovani, con un teatro/auditorium, spazi ricreativi, mensa e sale per la formazione; la “Corte delle Arti e dei Mestieri”, infine, ospiterà laboratori didattici e di trasformazione dei prodotti agroalimentari provenienti dalle filiere locali.

Il cantiere. Il cantiere, si legge in un comunicato della diocesi di Rieti, “è stato consegnato il 27 settembre alle imprese che si sono aggiudicate i lavori in seguito alla procedura negoziata di selezione disposta dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia con il supporto della diocesi di Rieti. Per l’esecuzione dei lavori l’Ufficio speciale per la ricostruzione (Usr) del Lazio ha emesso un decreto di contributo di 48 milioni di euro”. Alla cerimonia erano presenti oltre al vescovo, don Savino D’Amelio, superiore generale della Famiglia dei Discepoli di don Minozzi, e don Michele Celiberti, presidente dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, con il Commissario straordinario alla ricostruzione sisma 2016, Giovanni Legnini, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il sindaco di Amatrice, Giorgio Cortellesi e l’architetto Stefano Boeri. A margine della cerimonia, il Sir ha posto alcune domande al vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili.

Qual è il significato di Casa Futuro all’interno dell’opera di ricostruzione delle zone terremotate?

Il significato è che non basta ricostruire ma è necessario rigenerare questa terra. Rigenerazione che passa attraverso i grandi obiettivi che Casa Futuro si propone: essere un luogo di accoglienza per giovani, con un centro studi che si ispira ai principi e alle grandi questioni sollevate dalla Laudato si’; diventare un riferimento per la filiera agroalimentare che sia anche un punto di forza economica rispetto alla situazione del luogo; essere un luogo di accoglienza per gli anziani dove anche la realtà dei padri dell’istituto Don Minozzi e delle sorelle, chiamate ‘ancelle’, potranno avere casa; essere un punto di raccolta di servizi amministrativi, facenti capo al Comune, che serviranno a rimettere in moto la macchina dei beni comuni.

A quali bisogni intende rispondere Casa Futuro?

Anzitutto al bisogno di abitabilità. Questo territorio devastato dal sisma del 2016 richiede nuove forme di insediamenti ecosostenibili che offrano la possibilità di vivere questi luoghi non solo seguendo il criterio dell’identico ma piuttosto quello dell’autentico. Significa guardare avanti e offrire spunti innovativi, non riprodurre semplicemente le forme del passato. Questa è anche la ragione per cui abbiamo affidato il progetto di Casa Futuro all’architetto Stefano Boeri che, in questo ambito, garantisce competenza ed esperienza. I bisogni cui fa riferimento Casa Futuro sono anche quelli della formazione, e qui penso ai giovani, dell’accoglienza delle persone fragili e vulnerabili come gli anziani e della possibilità di conoscere e approfondire la questione ambientale.

Non c’è il rischio che Casa Futuro possa diventare una cattedrale nel deserto?

No, se cerchiamo di continuare ad alimentare quel processo di rigenerazione più ampio di cui Casa Futuro è tassello importante ma non esaustivo. Ciò significa fare in modo che le cosiddette aree interne possano essere rese più facilmente gestibili grazie anche a infrastrutture adeguate. In questo senso non posso non fare riferimento sia al raddoppio della Salaria che alla Ferrovia dei due mari che collegherebbe il Tirreno all’Adriatico, le Marche al Lazio, Ascoli a Roma. Di recente la Rfi, Rete Ferroviaria Italiana, ha manifestato l’intenzione di procedere ad uno studio di fattibilità su cui si è concentrata l’attenzione e l’adesione delle istanze politiche e istituzionali del territorio. Questa ferrovia sarebbe veramente una svolta perché favorirebbe l’accessibilità di questi territori e la loro affidabilità in termini di opportunità di lavoro, di servizi a cominciare dalla salute e dalla scuola. Tutto ciò permetterebbe alle giovani famiglie di poterci restare. Si evitano cattedrali nel deserto se questi territori vengono messi in grado di fuoriuscire dal loro atavico isolamento e diventare spazi agognati per la loro grande qualità della vita e per il rapporto che c’è tra costi e benefici. Viverci sarebbe una scelta e non una congiuntura.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) potrebbe, in questo senso, essere un’opportunità da cogliere?

Ci sono delle opportunità che non tornano e per questo vanno adeguatamente intercettate così come il Commissario alla Ricostruzione, Giovanni Legnini ha detto in varie occasioni. Bisogna interpretare Amatrice come un punto di riferimento dentro un’area più grande – in generale l’Appennino centrale – che merita di essere ricongiunta con il resto del Paese. È una questione trasversale che il terremoto ha messo ancora di più in evidenza nella sua drammaticità.

Casa Futuro, un modello di ricostruzione per le altre zone terremotate del Centro Italia?

La rigenerazione del Don Minozzi, un’area vasta circa 20mila metri quadrati – corrispondente al centro storico di Amatrice – è un punto nevralgico di questa fase. Credo che il buon esito della ricostruzione del complesso che fu il Don Minozzi costituisca una speranza concreta per dire che le cose stanno effettivamente cambiando.

Prima pietra per Casa Futuro: «Un modello di ripartenza per l’intero Paese»

«Per il progetto abbiamo voluto ispirarci allo spirito originario del “Don Minozzi” e della sua vocazione a essere un luogo di trasmissione del sapere e di accoglienza. Lo abbiamo fatto attraverso quattro ‘corti’, spazi per la comunità. In nuce Casa Futuro è un progetto di città ed è il modo più bello di partire oggi».

Così l’architetto Stefano Boeri, autore del progetto “Casa Futuro”, in una dichiarazione rilasciata al Sir in occasione della posa prima pietra, ad Amatrice. La nuova struttura, promossa dalla diocesi di Rieti e dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, sorgerà nell’area del complesso “Padre Giovanni Minozzi”.

«La corte – ha aggiunto l’architetto – è l’architettura della comunità e il suo concetto appartiene alla storia italiana ed europea». Secondo l’architetto «le sinergie messe in campo da tutti gli attori e gli enti preposti a questo compito hanno funzionato e sono state formidabili nell’attenzione, nella velocità e nell’efficacia nel passaggio tra le intenzioni e le azioni. Anche il cantiere, nel suo piccolo, sarà un modello: lo abbiamo pensato alla stregua di una scuola in cui, per esempio, le macerie verranno per quanto possibile riutilizzate per farne fondazioni, muri di contenimento e per plasmare i pannelli delle facciate dei nuovi edifici. La sfida è bellissima. Credo che Casa Futuro, per tutti questi motivi, possa essere assunto come modello di ripartenza anche per l’intero Paese».

Il progetto, redatto dall’architetto Stefano Boeri, trae ispirazione anche dall’idea di ecologia integrale espressa da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. Esso prevede “quattro corti”, spazi che uniscono «i piani della contemplazione e dell’azione»: la “corte civica” che ospiterà la sede comunale, una sala polifunzionale e una biblioteca pubblica con un piano interrato destinato a parcheggio e locali tecnici per il funzionamento dell’edificio; la “corte del silenzio”, orientata con la Torre Civica e la chiesa di Santa Maria dell’Assunta, che ospiterà la Casa Madre dell’Opera nazionale con le residenze dei religiosi, una struttura di accoglienza e un centro assistenziale da destinare a casa di riposo; ci saranno anche ambienti museali e liturgici, un giardino e uno spazio comune a servizio degli ospiti; la “corte dell’accoglienza” che sarà dedicata a funzioni di ospitalità per i giovani, con un teatro/auditorium, spazi ricreativi, mensa e sale per la formazione; la “corte delle arti e dei mestieri”, infine, ospiterà laboratori didattici e di trasformazione dei prodotti agroalimentari provenienti dalle filiere locali.

Casa Futuro, il 15 ottobre la posa della prima pietra

Venerdì 15 ottobre 2021 alle ore 10, ad Amatrice, avrà luogo la cerimonia di posa della prima pietra di Casa Futuro.

Prenderà così il via uno dei più impegnativi progetti di ricostruzione privata nelle zone colpite dal terremoto dell’agosto 2016.

Alla cerimonia saranno presenti il vescovo Domenico, don Savino D’Amelio, Superiore Generale della Famiglia dei Discepoli di Don Minozzi e don Michele Celiberti, presidente dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia.

Saranno inoltre presenti il Commissario Straordinario Ricostruzione Sisma 2016 Giovanni Legnini, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi e i rappresentanti delle istituzioni locali.

Il cantiere è stato consegnato lo scorso 27 settembre alle imprese che si sono aggiudicate i lavori in seguito alla procedura negoziata di selezione disposta dall’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia con il supporto della diocesi di Rieti.

Sono state invitate a partecipare alla selezione realtà imprenditoriali dalla certificata capacità di affrontare la mole e la complessità dei lavori.

Avvenuta su invito, la procedura si è svolta seguendo criteri di trasparenza. Si è aggiudicato l’appalto il raggruppamento che ha garantito le condizioni economiche più vantaggiose e dimostrato di avere i requisiti organizzativi e tecnici necessari all’esecuzione di tutte le attività richieste dall’appalto. Particolare cura e attenzione è stata rivolta dal committente ai temi delle condizioni di lavoro e della sicurezza, che sono stati decisivi nella scelta finale dell’operatore.

Per l’esecuzione dei lavori l’Ufficio speciale per la ricostruzione del Lazio ha emesso un decreto di contributo di quarantotto milioni di euro. Il progetto porta la firma dell’architetto Stefano Boeri, che sarà presente alla cerimonia.

«Superata la lunga e complessa fase della progettazione – spiega il vescovo Domenico – guardiamo l’avvio del cantiere come una spinta alla rinascita delle terre colpite dal terremoto. Casa Futuro garantirà spazi per i giovani, servirà alla formazione e allo studio e sarà utile per valorizzare le risorse del territorio legate alla produzione agroalimentare, ospiterà funzioni di carattere amministrativo e sociale e tornerà ad essere la casa madre dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Un complesso di funzioni che la mano dell’architetto Boeri, guidata dall’idea dell’ecologia integrale espressa da papa Francesco, ha organizzato in quattro corti tenendo insieme i piani della contemplazione e dell’azione».

E finalmente…è festa!

Dopo due anni di attesa causata dalla pandemia, è arrivato il giorno della Prima Comunione per alcuni ragazzi amatriciani.

Festa grande nella chiesa del Centro di Sant’Agostino il 12 e il 26 settembre scorsi, quando finalmente i giovani e le loro famiglie hanno finalmente celebrato il loro personale incontro con Gesù.

Emozionato anche il parroco don Adolfo Izaguirre: «Sono stato contento di accompagnare questi ragazzi insieme con le loro catechist, perché hanno veramente bisogno di conoscere a Dio. Ogni giorno, soprattutto in queste zone,  ci impegniamo a dare il meglio di noi con l’aiuto di Dio, e a far comprendere questo anche loro, che sono il futuro della nostra comunità».

Don Adolfo ringrazia anche i genitori dei bambini, «che fanno ogni anno il sacrificio di accompagnare i figli per questa preparazione al loro incontro con Gesù».

Branduardi canta per Amatrice

Il 25 settembre è stata intitolata la “giornata mondiale dei sogni“. Una di quelle invenzioni che dovrebbero spingere a riflettere l’umanità sulle cose più disparate, dai problemi sociali, a quelli del creato, passando per la giornata mondiale del putipù a quella dello gnocco fritto.

Questa proliferazione di dedicazioni, però, ogni tanto rende giustizia a una giornata in particolare, nella quale, il proprio significato si sublima e materializza.

Questo è quanto è successo sabato 25 settembre 2021. Il luogo è Amatrice, con le ferite del terremoto del 2016 ancora visibili  a cielo aperto, con le casette della new town ingentilite dalla forza degli abitanti e con una volontà di non fermarsi che rende onore alla popolazione.

La Croce Rossa Italiana ha donato alla città ferita un luogo di cultura, un nuovo auditorium, con ampia cavea esterna e una bella sala moderna più intima: l’Auditorium della Laga, sarà una nota di vita, un richiamo per i turisti, per gli artisti che vorranno ridare voce alle loro esecuzioni musicali e teatrali in un territorio oltraggiato e ferito dal dramma del terremoto e che sta cercando di reagire.

Leggere i cartelli che chiedono, con delicatezza , di non fotografare le rovine ancora massicciamente presenti, in rispettosa preghiera dei morti e di chi ancora soffre, fa capire quanto l’Auditorium donato dalla Croce Rossa sia la realizzazione di un sogno per tutta Amatrice.

Il personaggio: Angelo Branduardi. Lui ha ufficialmente inaugurato con un concerto all’aperto il nuovo Auditorium. In verità il concerto doveva svolgersi il 1° agosto scorso, ma un allarme Covid-19, a prove già effettuate, fece immediatamente annullare la data ma non la disponibilità dell’artista. Che alla prima occasione si è recato nella cittadina tra Lazio e Abruzzo, per ottemperare all’invito ricevuto.

Giunto a 71 anni, con 50 album pubblicati, colonne sonore, riscoperte delle fonti antiche, scelte coraggiose come musicare William Butler Yeats, San Francesco e Santa Hildegard von Bingen, continua a mettersi in gioco. Che sia con il suo gruppo di fedelissimi o in duo con il geniale polistrumentista Fabio Valdemarin sente il richiamo del palco, del rapporto con il suo pubblico come se fosse ogni volta una prima.

E l’emozione si percepiva forte mentre le note branduardesche coloravano la notte di Amatrice: e tra le parole in musica delle diciotto canzoni cantate era una festa vedere le tute rosse dei volontari della Croce Rossa mischiarsi alle magliette rosse dei fan di Branduardi della “Locanda del Malandrino“, un gruppo di fedelissimi del cantautore di tutta Italia e diffusi anche in tutto il mondo,  che gli assicura sempre il suo calore. In una notte fredda, poi, come quella amatriciana, sarà stato certamente ben gradito. 

foto: Massimo Lavena 2021

Branduardi non si è risparmiato con il funambolico Valdemarin: ha cantato, raccontato, scherzato con il pubblico: ha onorato con il suo violino e le sue chitarre il “sogno” di Amatrice di tornare a vivere normalmente, un sogno grande, un sogno possibile.

La musica non può ricostruire le case – ha detto Branduardi – però dà la serenità, è altamente terapeutica, perché è rapimento, come diceva Dante Alighieri.

C’è il Canto XI del Paradiso di Dante Alighieri che io ho musicato: secondo me la figura di San Francesco, la figura di Dante e la canzone di sé per sé, possono essere assolutamente centrali in un concerto particolare come questo”.

foto: Massimo Lavena 2021

Il concerto è stato molto intimo, con una selezione  di canzoni che hanno attraversato tutta la carriera di Branduardi: il finale ha visto il pubblico chiamato a partecipare all’esecuzione de “Alla fiera dell’Est”, quella canzone come suol dire sempre Branduardi, che gli ha regalato “Un po’ di immortalità”. Un gioco allegro in una notte stellata di sogni e di speranza.

 

Massimo Lavena per www.b-hop.it

Casa Futuro, si va verso l’apertura dei cantieri

L’Ufficio Speciale per la Ricostruzione del Lazio ha emesso il decreto di contributo per Casa Futuro, il piano di ricostruzione e rifunzionalizzazione dell’Istituto “Padre Giovanni Minozzi” che l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia e la Diocesi di Rieti intendono realizzare ad Amatrice su progetto dello Studio Boeri.

L’originale Istituto “Padre Giovanni Minozzi”, progettato dell’arch. Foschini, comprende, oltre a una chiesa, numerosi edifici destinati a ospitare, educare e formare al lavoro minori. In seguito allo sciame sismico che ha interessato il centro Italia a partire dal 24 agosto 2016, il complesso ha subito gravissimi danni divenendo inagibile.

Con il progetto Casa Futuro, la Diocesi di Rieti e l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia intendono recuperare lo spirito originale dell’Istituto attraverso il concetto di “Ecologia Integrale” formulato da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Si andrà dunque a realizzare un luogo che assicuri accoglienza e ospitalità, soprattutto ai giovani, e attività assistenziali, ma anche un centro per la valorizzazione delle risorse del territorio legate alla produzione agroalimentare e un polo culturale per iniziative di studio e formazione.

Il progetto prevede in particolare la realizzazione di quattro corti: la Corte Civica ospiterà funzioni di carattere amministrativo e sociale, oltre a sale polifunzionali attrezzate per differenti attività; la Corte del Silenzio sarà la sede della Casa Madre dell’Opera Nazionale con le residenze dei religiosi, nonché servizi di accoglienza e di ospitalità per opere caritative aperte al pubblico; la Corte delle Arti e dei Mestieri ospiterà prevalentemente aule didattiche, laboratori e spazi per la formazione fortemente improntati sullo sviluppo delle filiere locali; nella Corte dell’Accoglienza troveranno spazio i servizi di ospitalità per i giovani, spazi e sale ricreative, mensa e sale per la formazione aperte al pubblico oltre a un Centro Studi legato alle Comunità Laudato si’. In questa corte è previsto anche il ripristino della funzione del teatro che potrà ospitare eventi e opere teatrali in genere.

L’atto giunge alla conclusione delle procedure di selezione degli esecutori dei lavori: tramite una procedura negoziata la committenza ha affidato il cantiere a un raggruppamento di imprese specializzate nelle diverse lavorazioni necessarie alla realizzazione dell’opera, costituito da Consorzio Stabile Aurora, La Torre Costruzioni, Consorzio Stabile De Medici e Impresit Lavori.

L’apertura dei cantieri avverrà nei prossimi giorni.

I vescovi delle “Aree interne”: «Spingere verso un diverso rapporto tra l’uomo e l’ambiente»

«Avviare un confronto comune per elaborare un piano di rilancio pastorale delle ‘aree interne’ del Paese, che sempre più si trovano a fare i conti con l’emarginazione, lo spopolamento e la crisi economica». È questo l’obiettivo dell’incontro che il 30 e il 31 agosto – per iniziativa dell’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca – vedrà riuniti nel capoluogo sannita, presso il Centro “La Pace”, più di venti vescovi provenienti dalle diocesi di Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria. Tra i partecipanti al convegno ci sarà anche il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, che, celebrando il quinto anniversario del sisma del 2016, nell’omelia ha posto l’accento sull’importanza dei piccoli borghi e della loro ricostruzione.

«L’evento – spiega il vescovo reatino che è anche amministratore apostolico di Ascoli Piceno – prende spunto dall’intuizione che le numerose aree interne del Paese non devono vivere questo come un destino immutabile o come una ipoteca ‘per sempre’. La loro condizione può essere, infatti, reinterpretata anche alla luce dei cambiamenti intervenuti per esempio nel mondo del lavoro, nella qualità della vita. È cambiata anche l’accessibilità dei luoghi. Tenendo insieme tutte queste variazioni, non possiamo pensare a vivere questi luoghi riproducendo le forme del passato ma spingere verso un diverso rapporto tra l’uomo e l’ambiente».

Si riferisce a quella correlazione tutta da ritrovare tra città e montagna, o le cosiddette aree interne, cui accennava ad Amatrice?

Serve stipulare ‘un vero e proprio ‘contratto’ tra la città e la montagna. C’è un enorme debito che le città hanno maturato verso le aree interne che presidiano beni fondamentali come l’aria, l’acqua potabile, i laghi, le coste, i mari, i fiumi, i boschi.Tutto questo deve riverberarsi in una possibilità di vita. È il momento di onorare questo “debito” con un progetto di reciprocità economica. L’intenzione non è quella di riprodurre dei piccoli presepi ma di dare vita a centri che presidiano il territorio permettendo alle persone di viverci perché non sono solo luoghi sostenibili e ecologicamente attrattivi, ma anche luoghi dove è possibile usufruire di servizi tipici di una realtà cittadina. Se questo accade non verrà invertita la rotta dell’urbanizzazione ma sicuramente quote significative di popolazione potranno andare altrove decongestionando le città e ripopolando le aree interne.

Tutti temi particolarmente cari ai vescovi delle zone terremotate. Con lei a Benevento sarà presente anche mons. Renato Boccardo arcivescovo di Spoleto-Norcia…
Le aree terremotate sono quelle in cui il fenomeno dello spopolamento è stato reso ancora più evidente dai traumi del sisma. Ma si tratta di un fenomeno non generato dal terremoto. I luoghi dei crateri sismici devono poter rinascere non solo attraverso una ricostruzione fisica e materiale ma anche con una rigenerazione del territorio con nuove presenze che non siano limitate a quelle degli ex-abitanti, che a volte nemmeno vi ritornano, ma di persone che decidono di vivere in questi territori. Diversamente il rischio è che la ricostruzione accada senza che il tessuto sociale connettivo sia in grado di sostenerla.

Quale potrebbe essere una “pastorale” adatta ad accompagnare questa rigenerazione di cui parla?
Quella che annuncia il Vangelo e sostiene la vita. In questi tempi post terremoto e pandemia l’obiettivo della Chiesa è sostenere e rianimare la vita vacillante e, in alcuni casi, anche ripensarla. Lo sforzo della Chiesa, soprattutto nelle aree interne terremotate, è anticipare il disorientamento che ha vissuto l’intero Paese per il Covid. Venendo meno la compresenza fisica è sembrato che la Chiesa stessa fosse destinata in qualche modo a polverizzarsi. Il rischio esiste però occorre trovare forme diverse attraverso le quali stabilire relazioni che sono queste che riescono a fare sì che il Vangelo abbia cuore e gambe.

Dal Sir

Emozione e musica, Accumoli ricorda le sue vittime

Nel pomeriggio del 24 agosto, Accumoli, paese epicentro del tragico terremoto del 2016, ha ricordato le sue vittime con una celebrazione liturgica animata da suggestivi intermezzi musicali.

«Il canto che ha invocato lo spirito ci ha introdotto in questa tappa. Qui ricordiamo gli undici morti di Accumoli e vogliamo farlo nel segno della speranza, come la musica ci suggerisce» con queste parole il vescovo Domenico ha dato inizio alla Santa Messa presso la Scuola di Ricostruzione.

E l’atmosfera, carica di emozione, è stata allietata proprio dalla melodia, grazie alla presenza di due cori e un’orchestra polifonica.

Non solo il coro di Accumoli e Amatrice, ma anche il coro Elikya e l’orchestra dell’Accademia Vicino che coinvolge giovani musicisti provenienti da diverse parti del mondo.

Il coro Elikya è un coro intergenerazionale e interculturale che nasce circa dieci anni fa da un progetto voluto da padre Padretti e raggruppa una sessantina di musici e cantori delle più svariati nazionalità e religioni.

«Oggi siamo qui perché abbiamo deciso di fare il Cammino delle Terre Mutate e, in onore delle vittime del sisma, volevamo fare anche un concerto», ha detto Claudio, membro della formazione.

Il vescovo Domenico nell’omelia ha citato il Libro dell’Apocalisse, che «a dispetto del nome non indugia mai su toni catastrofici ma una rivelazione».

«Siamo giunti a cinque anni di distanza dal terremoto –  ha sottolineato monsignor Pompili – e una cosa deve essere chiara: non si può riprodurre la città vecchia ma occorre tratteggiare una città nuove; non basta rimeditare le forme del passato o immaginare una ricostruzione dov’era e com’era, ma bisogna avere la capacità di immaginare qualcosa di nuovo in questo territorio».

Un territorio «di transumanza», l’ha definito don Domenico, perché «a transumare in passato erano gli ovini che scendevano in città, ma forse oggi ci è data un’irripetibile opportunità di mettere in atto un’altra forma di transumanza, quella di essere umani in doppia direzione, andando sia verso la città che verso la montagna. Una sorta di “contratto di reciprocità”, perché non è pensabile che questi luoghi siano ripopolati solo da coloro che tornano. È una sfida che dobbiamo raccogliere anche per onorare chi non c’è più che racchiude la sinergia che stasera sembra di poter cogliere in queste tre diverse espressioni musicali».

Poi, l’auspicio. «C’è bisogno che le istituzioni re-immaginino questo territorio e collaborino insieme affinché questo altopiano di struggente bellezza torni a vivere».

Al termine della celebrazione, il ricordo delle vittime è stato affidato a undici bambini, ciascuno dei quali ha portato una candela verso l’altare, ricordando il nome di chi non c’è più.

«La memoria non sia un esercizio astratto»: il vescovo Domenico ricorda le vittime di Amatrice

«La memoria dei nostri cari non può essere esercizio astratto, ora quel dolore lo portiamo in questa celebrazione. L’unico antidoto al dolore è l’amore». Ha pronunciato queste parole il vescovo Domenico, prima di presiedere la solenne celebrazione celebrata nel campo sportivo di Amatrice per la ricorrenza dei cinque anni dal terremoto che devastò i paesi dell’alto Lazio.

«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte. La città antica era costruita attorno alle mura e alle porte. Mai le une senza le altre. Solo così si stava al sicuro e – al tempo stesso – in relazione. Prendendo spunto dall’immagine utilizzata dall’Apocalisse nel descrivere la città futura, possiamo spingere lo sguardo su queste “terre mosse” dell’Appennino che – dopo anni di incertezza e di ritardi – sembrano avviate finalmente alla loro ricostruzione».

È con questa premessa che il vescovo Domenico Pompili avvia la sua omelia in occasione della Santa Messa celebrata nel campo sportivo di Amatrice per la ricorrenza dei cinque anni dal terremoto. Tra i presenti, il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, giunto per la prima volta ufficialmente nei territori terremotati del centro Italia.

Dunque, la ricostruzione si sta avviando, «però, ci si accorge che non basta ri-costruire», ha detto monsignor Pompili davanti alla platea commossa, sottolineando che questa’anno, rispetto ai precedenti, «l’atmosfera appare più spepranzosa per l’avvio dei lavori al centro storico». Tuttavia, c’è ancora molto da fare.

Prima di tutto, occorre «“costruire” un nuovo rapporto tra l’uomo e l’ambiente: non limitarsi, cioè, a riprodurre le forme del passato, ma lasciarsi provocare dalla natura, che è creativa e aperta al futuro».

«Non si tratta – ha specificato il vescovo – di un nostalgico recupero della dimensione bucolica, ma di un progetto di investimento economico e di sviluppo demografico, rivolto ad una parte dimenticata del nostro paese, che era tale ben prima del terremoto del 2016. Questi borghi, dunque, vanno ripensati perché sono oggi luoghi di grandi potenzialità. Ciò accadrà se sapremo stipulare o un vero e proprio “contratto” tra la città e la montagna».

facendo riferiemenot all’acqua potabile, all’aria pulita, al cibo di qualità, al legno degli arredi, monsignor Pompili ha sottolineato «un enorme debito che le città hanno maturato verso le aree interne».

Un debito che ora necessita di essere onorat, riabilitando i piccoli borghi con tante accortezze. Curando un’agricoltura di qualità, ma anche occupandosi dei boschi, del mare, dei laghi, delle coste, del paesaggio tutto.

«Non abbiamo bisogno di nuovi presepi, ma di piccoli centri attivi, a presidio di un territorio ancora straordinario e attraente per l’autenticità dei luoghi», ha concluso don Domenico. Senza tralasciare di fare da pungolo per quanto riguarda «l’incomprensibile arretratezza delle sue infrastrutture», dalla statale Salaria «in via di definizione », ai due mari Tirreno e Adriatico, ancora separati per qualche centinaia di chilometri da una ferrovia non ancora realizzata.

 

 

La cecità del male e la fiducia che dà alla vita un’altra possibilità

È un momento duro, vero, faticoso, quello della veglia nella notte tra il 23 e il 24 agosto, vissuto per il quinto anno ad Amatrice. Richiede il sacrificio dell’attesa, la rinuncia al sonno, l’impegno della presenza. Se non può essere altrimenti, è perché il dolore è vivo e il ricordo non può essere sublimato, reso astratto, allontanato quanto basta per viverlo in un altro modo, in un altro orario.

Non si tratta di fare un esercizio di memoria, ma di essere presenti e insieme nel momento esatto in cui la terra ha tremato, le case sono cadute, le vite sono state spezzate. La preghiera aiuta a sentire vicino chi non c’è più e i minuti necessari a leggere tutti i nomi dei caduti sembrano aggiungere al ricordo consistenza e durata. Come i colpi di gong che ne ribattono la presenza fino alle 3 e 36.

«Potranno queste ossa rivivere?». L’interrogativo posto dal profeta Ezechiele ha dato al vescovo Domenico lo spunto per rendere esplicite le domande che nella notte di Amatrice hanno forse attraversato il cuore dei presenti: «Che senso ha la vita se poi passa in maniera così tragica e inaspettata? È possibile poter sperare in un nuovo incontro con chi non è più in mezzo a noi? E che senso ha la mia vita, esposta a questo rischio mortale?». Nel pieno della notte, provocati da quello che è accaduto cinque anni fa, questi dubbi «servono a situarci» e a renderci conto di come «non abbiamo molte risposte». Se non gridare, come il cieco Bartimeo che cerca di farsi notare da Gesù.

Il grido in sé non è una risposta alle domande che albergano nel nostro cuore, «ma è fondamentale se vogliamo che queste non cadano nel vuoto. Fin quando non gridiamo, ha notato mons Pompili, rimaniamo come sospesi. Quando si grida è segno buono, vuol dire che si desidera prepotentemente qualcosa». Anche la veglia nella notte del 24 agosto è un grido, anche se implicito, silenzioso. Un grido simile a quello del bambino che nasce, che avverte della vita che inizia o riprende.

Anche la fede, ha aggiunto il vescovo, nasce da un grido. E spesso sembra rivolto a una promessa mancata. «Ma quando Gesù sente il grido di Bartimeo dice ai discepoli “chiamatelo”. E se non lo convoca lui stesso, è per dire che la fiducia può sorgere solo se ci sono altri intorno a noi che ci si fanno incontro. Lo abbiamo sperimentato in questi cinque anni: quando siamo stati raggiunti da chi ci ha aiutato a continuare a camminare, quando abbiamo avuto la fortuna di essere quasi presi per mano da chi non ci ha mai abbandonati». Segni che vanno presi come un invito a «trovare nella prossimità la forza di reagire alle domande che ci feriscono alle spalle».

Il brano evangelico si conclude con il cieco che si avvicina al Maestro: «Va – gli dice Gesù – la tua fede ti ha salvato». C’è tanta gente sfiduciata, ma «chi è portatore di fiducia dà alla vita un’altra possibilità».

Un atteggiamento che «significa anche onorare quelli che non sono più in mezzo noi», riconoscendo che «la loro vita continua anche attraverso la fiducia che sappiamo seminare».