Nel segno di Maria: lectio del vescovo ad Amatrice

«Sono assessore regionale al Turismo e alle Pari Opportunità – ha esordito Giovanna Pugliese – e questo evento mi è sembrato un ottimo modo per conciliare entrambi i campi di azione. «È un progetto comunitario, pensato insieme a tante realtà: dalle colleghe della giunta Zingaretti, dalle Misercordie d’Italia, dalle associazioni di donne e dalle rappresentanze di donne imprenditrici:  un’idea voluta e sviluppata per tenere insieme sia la sensibilità cattolica che quella laica: a partire dal riferimento di Maria, e dal culto mariano molto forte nella nostra regione».

Con Maria. In cammino con l’Arte, la Bellezza e la Cultura nel Lazio” è un progetto nato da lontano e che abbraccia numerosi aspetti artistici, sociali e comunitari del centro Italia. Uniti dal filo rosa che solo le donne sanno legare al meglio, e a partire dal culto della donna per eccellenza, la Madonna, Colei che qualsiasi donna di questo mondo può imitare.

Nel fresco pomeriggio di venerdì 7 agosto, il progetto voluto dalla Regione Lazio ha preso avvio da Amatrice, con i saluti istituzionali degli assessori Pugliese, Sartore e Di Berardino e del sindaco di Amatrice Antonio Fontanella. «All’inizio avevo perplessità perchè era un’iniziativa senza’altro complicata, ho fatto fatica a comprenderla», ha detto il primo cittadino. «Poi ci ho riflettuto su ed ho capito che era una cosa veramente importante, ammirevole, che mette insime tante sensibilità e unisce tante probelmatiche su cui è bene lasciare accesi i riflettori.

Ma nell’auditorium en plein air creato nello spazio antistante la Caritas non c’erano solo le autorità, ma anche tanti cittadini comuni. Fulcro del pomeriggio, la lectio magistralis del vescovo Domenico, incentrata sulla figura della Madonna.

Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Parte dal paradiso di Dante monsignor Pompili, «perché opera una congiunzione che sembra diventata impossibile oggi: in Maria di Nazareth mette insieme – senza imbarazzo – non soltanto la vergine e la madre, ma più radicalmente la donna e la madre. Oggi, sembra, infatti, che si tratta di dover scegliere: o si è donna o si è madre; quasi una variante – mi si permetta l’impertinenza – di un’altra stucchevole alternativa al femminile: o sei carina o sei intelligente?»

«Guardando a Maria di Nazareth – ha proseguito il vescovo – vorrei far emergere una persuasione, che ho peraltro riscontrato nella mia esperienza della madre, che mi autorizza ad addentrami, ad inoltrami nel mistero dell’altro da me. La persuasione, anzi, la mia convinzione è presto detta: non si è compiutamente donne se non si desidera essere madri (non necessariamente facendo figli), ma più radicalmente, non si può essere madri vere senza essere donne compiute. Detto in modo più esplicito: una donna non può aprire il suo corpo ai figli, consentendo loro di amare la vita, se non è in grado di accoppiarsi eroticamente, in modo profondo e non in superficie, con il suo uomo. La passione amorosa non è poca cosa per la donna, sta al centro del suo modo di essere. Ne segue che la sua realizzazione come cittadina e lavoratrice non è in contraddizione con questo, ma ne deriva e ciò pone all’arrivismo maschile un argine».

«La storia del re Salomone, è un racconto drammatico che introduce alla madre che è prima ancora donna. E la maternità non è tutto. Un giorno andarono dal re due donne che abitavano nella stessa dimora e che da poco erano diventate madri entrambe. Si presentarono dinnanzi a lui e una disse che il figlio della ragazza che l’accompagnava era morto durante la notte perché questa vi si era addormentata sopra e che questa aveva posto su di lei, mentre dormiva, il figlio morto, prendendo invece quello vivo. L’altra donna replicò che non era vero, che il figlio morto non era dell’altra e che non vi era stato alcuno scambio. Allora il re ordinò di farsi portare una spada e disse che avrebbe tagliato a metà il figlio vivo e che avrebbe dato una parte all’una e un’altra parte all’altra. La madre del bambino si rivolse al re dicendo in lacrime di dare il bambino all’altra donna, mentre l’altra rispose che il bambino non doveva essere di nessuna delle due e doveva essere diviso a metà. Il re disse: Date alla prima il bambino vivo. Questa è sua madre».

«Questo racconto spiega come la funzione materna, non patologica, preferisca la vita del figlio senza proprietà rispetto alla morte di questo. Questi sono due aspetti della maternità, una madre che soffoca, schiaccia il figlio e il suo desiderio, quella che si definisce la mamma “chioccia” che vuole sempre i suoi figli con sé, o quella che Lacan definisce la mamma “coccodrillo”, che finisce per ingoiare suo figlio. Il rischio della maternità è questo, la completa fusione, l’assenza di identità. È proprio in questa fase che occorre il padre, con la sua funzione di porre delle regole. Il bastone che va messo tra le fauci del coccodrillo è il Nome del Padre che impedisce al figlio di morire, evita l’incesto, ed impedisce che questo venga completamente assorbito dal materno.

Non solo serve il padre per evitare la morte matricida del figlio, ma occorre che la madre si ricordi di essere anche donna, la funzione materna non può uccidere l’essere donna. Lo scontro sembra essere un po’ quello tra Maria, madre per eccellenza nella visione patriarcale, una versione socialmente accettata, benefica e positiva, ed Eva, incarnazione per l’ideologia patriarcale di una donna cattiva, peccaminosa, lussuriosa. Dominava dunque una visione della donna schizoide e manichea, dove la donna era il male e la madre era il bene. Ora questa visione, con la libertà sociale e sessuale acquisita dalle donne, è venuta meno, anzi è stata radicalmente sovvertita; le donne oggi lavorano e hanno sempre meno tempo da dedicare ai propri figli. Va rimarcato che è proprio l’assetto sociale attuale che sancisce questa bipartizione tra donna e madre e la loro completa scissione, al punto che nell’ipermodernità la maternità è vissuta come un handicap alla propria affermazione sociale. L’integrazione di queste due anime del femminile, della donna e della madre è, dunque, necessaria, poiché l’una senza l’altra sono destinate a fallire. La loro convivenza dinamica rende la funzione materna attiva nel processo di affiliazione e di umanizzazione della vita. Nel suo desiderio la donna salva il bambino, non nell’essere in completa simbiosi e fusione, ma nel fatto che, non solo la madre, ma anche la donna abbia un desiderio che vada al di là della maternità; il bambino ha bisogno della presenza, ma allo stesso tempo dell’assenza della madre».

«Tre sono i tratti fondamentali della madre che si ricavano dal suo essere donna: le mani, il volto e il seno», conclude monsignor Pompili.

«Le mani materne sono mani che trattengono la vita nella vita, sono mani che non abbandonano, ma che, anzi, ci afferrano nell’attimo in cui percepiamo la caduta nel vuoto. Le mani della madre sono di per sé già un linguaggio, certamente non alfabetico, ma, come dice Lacan, nello sviluppo della soggettività non c’è un tempo che ha preceduto il linguaggio e poi un tempo che segnala l’accesso al linguaggio».

«Il secondo tratto fondamentale è il volto. La nostra esplorazione del mondo è stata soprattutto, da principio, esplorazione del volto della madre, ed in verità ci siamo potuti guardare, per ciò che siamo, solo attraverso lo sguardo della figura materna. L’incontro con lo sguardo materno, dunque, fonda la nostra immagine e l’amabilità o meno della stessa: il volto materno è ciò che ci consente di vederci per quello che siamo. Ma non basta. Il volto della madre non è solo percezione e riflesso di noi stessi, è qualcosa di più importante: un bambino attraverso il viso della mamma incontra il viso del mondo, ossia il viso della madre apre o chiude il viso del mondo. L’angoscia dipinta nello sguardo materno si trasferirà immancabilmente anche in quella del figlio, che non sarà in grado di approcciarsi serenamente alla realtà esterna. Se la mamma, dunque, osserva il figlio ancora piccolo con occhi di paura e di ansia, il bambino crescerà nel pianto e nel terrore. Viceversa, se il volto materno si aprirà in un sorriso incoraggiante, il bambino sarà spinto, serenamente, ad esplorare il mondo con curiosità e audacia».

«Il terzo ed ultimo punto focale è il seno, come elemento che la madre ha da offrire al bambino e che risponde al bisogno di cure che il figlio richiede al proprio genitore. Con il seno la madre soddisfa il bisogno di nutrimento del figlio, ma il tratto essenziale che si rivela dietro il seno non è solo questo: il seno si trasforma in segno quando la madre, offrendolo al piccolo, non lo usa semplicemente per soddisfarne le necessità fisiche, ma diventa simbolo necessario per confermare la presenza della madre. Il segno della presenza della madre altro non è che il segno della presenza del suo amore, donata attraverso il seno. Uno sdoppiamento fondamentale della figura della madre. La madre sufficientemente buona è la madre che non dimentica la donna, ma ne viene attraversata e rigenerata. Bisogna riconoscere che anche nella storia della fede a proposito di Maria si è assistito ad una progressiva riduzione della femminilità e della carnalità della donna a favore di una spiritualizzazione ed evanescenza della figura di Maria».

In conclusione, monsignor Pompili si sofferma su un riferimento cinematografico, tratto dal film Mia madre, di e con Nanni Moretti.

«Nella pellicola la mamma è una professoressa di latino. La generazione che segue alla sua smarrisce il senso di questa materia scolastica e la successiva smette di studiarla quasi completamente, nonostante l’affetto così saldo per la nonna. Si tratterebbe, quindi, del distacco della società italiana dal retaggio materno della sua cultura umanistica,, così come è stata vissuta nel Novecento dalla borghesia. La morte di questa particolare madre simbolica, travolge i figli completamente, svuotati, nel lavoro e nella vita personale, mentre lei, la madre in procinto di morire, è l’unica a poter articolare seppure a fatica, la parola “domani” con cui il film si conclude. Una morte che lascia un vuoto incolmabile a fronte di un’impossibilità di tramandare e passare il testimone? La domanda è aperta e lasciata alla vicenda di ciascuno».

«Allora comprendiamo perché Maria, la donna, anzi la Madonna, sia per credenti e non credenti un “segno” da decifrare: è nel nome della donna che è madre, infatti, che si inaugura la vita e la si trascende per sempre».

 

“La ragazza con la valigia”: sabato 8 agosto lo spettacolo di Paola Minaccioni

Al via il progetto “Con Maria, in cammino con l’Arte, la Bellezza e la Cultura”, promosso dall’Assessorato al Turismo e Pari Opportunità della Regione Lazio. Primo appuntamento ad Amatrice (RI), venerdì 7 agosto e sabato 8. Incontri, masterclass, spettacoli e attività dedicate alle donne nell’area Don Minozzi del Centro Caritas.

Interverranno il Sindaco di Amatrice Antonio Fontanella, i Consiglieri regionali Fabio Refrigeri e Sergio Pirozzi, gli Assessori della Regione Lazio Giovanna Pugliese, Alessandra Sartore e Claudio Di Berardino, il Vescovo di Rieti Monsignor Domenico Pompili ed altri rappresentati delle Istituzioni civili e religiose.

Alle ore 19.00 di sabato 8, l’incontro dal titolo “l’energia delle donne”. Parteciperanno: Vincenza Bufacchi, Direttrice CNA Rieti; Maria Antonietta di Gaspare, Sindaca di Borbona; Saveria Fagiolo, Socia fondatrice della Casa editrice Funambolo; Sonia Mascioli, Presidente della Casa delle Donne di Amatrice; Claudia Mozzetti, titolare del laboratorio gastronomico “Al Corso”; Marina Serafini, ideatrice del profumo “401 È Amatrice” e titolare dell’azienda “Riflessi”; Giovanna Pugliese, Assessora regionale al Turismo e Pari Opportunità; Alessandra Sartore, Assessora regionale alla programmazione economica e Bilancio. Modera l’incontro Gemma Giovannelli, giornalista di RAI3.

Sempre nella serata di sabato, alle ore 20.30, lo spettacolo di e con Paola Minaccioni “La ragazza con la valigia” col quale l’attrice riproporrà i suoi personaggi comici, nati in teatro e resi noti dalla televisione, dalla radio e dal cinema.

“Sono davvero felice del fatto che il progetto “Con Maria, in cammino con l’Arte, la Bellezza e la Cultura” parta da Amatrice, un luogo simbolo della nostra Regione, al quale dobbiamo costantemente continuare a dare le attenzioni che merita”, dichiara Giovanna Pugliese, Assessora al Turismo e Pari Opportunità della Regione Lazio. “Come per le altre tappe del progetto che scopriremo nel corso dei prossimi mesi, abbiamo scelto Amatrice perché in questo luogo, e attorno alla Chiesa di Santa Maria dell’Ascensione o Filetta, è forte il culto mariano”, continua Giovanna Pugliese. “Abbiamo costruito un programma ricco e articolato con contributi autorevoli per approfondire sia gli aspetti più spirituali legati a Maria sia le questioni centrali nella vita di una donna: il ruolo che ricopre nella società, le pari opportunità, il contrasto alla violenza maschile, la prevenzione, la salute e la medicina di genere”.

La macchina della solidarietà non si ferma: presentato il progetto del Centro Polifunzionale “Pio Cretaro”

Nella mattina del 13 giugno, presso il Polo del Gusto di Amatrice, si è svolta la presentazione del progetto dell’edificio polifunzionale Pio Cretaro. Dopo la benedizione del sito dove sorgerà il cantiere, situato in quella che è stata l’Area Campo zero di Amatrice, ha preso vita una conferenza in cui sono state spiegate le caratteristiche e le finalità della struttura.

Prima su tutte quella di commemorare, nel giorno del decennale della sua prematura scomparsa, un giovane dal cuore d’oro, Pio Cretaro al quale è dedicata la struttura, nata dalla collaborazione di più parti: Impre.Do S.r.l, Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Abruzzi, Sezione Amatrice) e Opera Nazionale del Mezzogiorno d’Italia hanno infatti commissionato allo Studio Tecnico Re_Store la progettazione di uno spazio che diventerà un nuovo punto di riferimento per il borgo.

«Sarà un edificio al servizio della comunità di Amatrice», ha esordito l’alpino Fabio D’Angelo. Con i suoi 330 metri quadrati divisi in più livelli, la struttura ospiterà la sede dell’Associazione Nazionale Alpini di Amatrice, la Protezione Civile Locale e il Centro Operativo Comunale. L’opera sarà realizzata interamente in acciaio e legno con una forte impronta bioedile. «È un’opera destinata a fare del bene e che si può adattare a tutte le esigenze», ha evidenziato Michele Sportoletti referente per Abita Vegher, azienda trentina specializzata nella realizzazione di strutture ad alto risparmio energetico e antisismiche.

«Per noi è un grande onore destinare questa struttura a mio cugino Pio, persona di cuore. Abbiamo trasformato il vuoto in qualcosa di utile», ha affermato Daniele D’Orazio dell’azienda Impre.do, ricordando la bontà d’animo del piccolo Pio che, non a caso, nel 2005 era stato premiato come bambino più buono di Italia.

Anche il presidente  dell’Associazione Nazionale Alpini sezione Abruzzi, Pietro D’Alfonso, ha espresso parole di gioia. «L’idea era quella di realizzare qualcosa di concreto per la cittadinanza e ridare una casa al gruppo Alpini di amatrice. Abbiamo iniziato questo programma grazie a delle stupende persone: quando si dona qualcosa per aiutare gli altri, non ci sono parole per descrivere l’emozione».

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», con queste parole è invece iniziato l’intervento di don Cesare Faiazza, Segretario Generale dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno. Don Cesare ha spiegato come l’area del Don Minozzi, in una cui parte sorgerà la struttura, sia stata creata, nell’immediato dopoguerra, per dare rifugio ai figli rimasti orfani, affinché potessero tornare nella società con la dignità di un titolo di studio. Oggi, il progetto che vede la rigenerazione degli edifici nel segno della Casa Futuro, come in passato vuole far sì che si possa limitare lo spopolamento, assicurando un vita dignitosa a chi rimane.

«Si parla tanto di buone pratiche e credo che oggi questo gesto sia il segno di come una buona pratica si possa conoscere»: con queste parole è intervenuto l’assessore Claudio Di Berardino, che ha sottolineato la bontà di un «gesto di altruismo che arriva in un periodo non immediato e, quindi, ancora più apprezzabile». In ultimo, ha posto l’accento sull’importanza della collaborazione tra pubblico e privato per rafforzare la macchina della ricostruzione.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il sindaco di Amatrice, Antonio Fontanella, che ha ringraziato i presenti per aver «partecipato alla ricostruzione del territorio attraverso un aiuto concreto volto all’intervento sociale», esortando i presenti  a non alimentare lo sconforto e il disorientamento ma, riprendendo gli insegnamenti di Zamagni «ad essere uomini pro-sociali, volti ad una vita serena vissuta in armonia con gli altri». E un ragazzo pro-sociale era anche Pio Cretaro, come descritto da Angelo Veronesi, sindaco di Monte San Giovanni Campano, città natale del ragazzo.

Al termine della cerimonia, i genitori di Pio hanno ricevuto degli omaggi. Il più significativo è stato sicuramente quello donato dagli alpini: «dalle belle parole che abbiamo ascoltato oggi, non possiamo fare a meno di pensare che Pio sarebbe stato un ottimo alpino», ha concluso Pietro D’Alfonso.

Accumoli in cerca di un futuro: lunedì videoconferenza in diretta Facebook

A quattro anni dal terremoto che ha devastato il suo territorio, Accumoli è ancora in cerca di un futuro possibile. Mentre la ricostruzione è ancora nel limbo progettuale delle intenzioni con le ultime ordinanze – soprattutto quella sulla semplificazione – danno nuove speranze, la comunità cerca di capire quale strada intraprendere per garantirsi un futuro. Per questo le associazioni “Radici Accumolesi”, “Accumoli in Marcia a.r.c.s.d” e “Laga Insieme” hanno organizzato per lunedì 1 giugno alle 17.30 una videoconferenza sullo sviluppo economico delle terre del Comune reatino. Sarà possibile seguire la diretta sulla pagina Facebook di “Accumoli in Marcia” e su Youtube

Oltre al sindaco di Accumoli, Franca D’Angeli, parteciperanno il commissario alla Ricostruzione per il sisma del 2016, Alessandro Legnini e l’assessore alla Regione Lazio alla Ricostruzione e al Lavoro, Claudio Di Berardino. Parteciperanno, fra gli altri, Christian Hanus, Decano dell’Università austriaca di Krems; il professor Tommaso Empler, della Facoltà di Architettura dell’università La Sapienza di Roma; il professor Augusto Ciuffetti, dell’Università di Camerino; Paola Refice, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Latina, Frosinone e Rieti; Antonio D’Onofrio, presidente della Fondazione Varrone Cassa di Risparmio di Rieti; Alan Risolo, direttore della Coldiretti di Rieti; Enza Bufacchi, direttrice della CNA provinciale e Alessandro Federici, presidente regionale dell’ANA.

Porteranno il loro fondamentale contributo di idee e progetti imprenditori, rappresentanti di categoria, associazioni del terzo settore e associazioni sportive.
“Radici Accumolesi” da tempo si è posta il problema dello sviluppo del suo territorio, in più occasioni assieme a “Accumoli in marcia” e “Laga insieme”, ha cercato di coinvolgere nelle tante manifestazioni, sia le Istituzioni che le aziende del territorio.

«Il 14 aprile di quest’anno era stato organizzato un convegno sull’artigianato tradizionale e sull’impresa artigiana in relazione alla ricostruzione. Purtroppo l’emergenza Covid-19 ha portato al suo annullamento. Fortunatamente in questo periodo economisti e intellettuali hanno alimentato il dibattito sulla necessità di una rinascita delle zone interne del territorio nazionale soprattutto dopo la pandemia che dovrebbe indurre le città a nuovi modelli organizzativi. Tutto ciò potrebbe favorire territori come il nostro. Un motivo in più per spronare le imprese locali a organizzarsi e creare nuovi modelli di produzione e per spingere le istituzioni, a partire dai Comuni, a favorire interventi pubblici e privati negli specifici settori fondamentali per lo sviluppo dell’economia del territorio».

Uno spettacolo per celebrare “I Ragni di Lecco”

Sabato 8 febbraio, presso il Polo del Gusto di Amatrice, si è svolto l’incontro che ha dato vita alla quarta edizione di Montagne in Movimento, organizzato dalla sezione CAI di Amatrice. L’evento, che ha visto il susseguirsi interventi parlati e accompagnamenti musicali, si è focalizzato sulla figura dell’alpinista Riccardo Cassin e sui famosi Ragni di Lecco.

«Per me è un grande piacere avervi come ospiti» ha esordito il presidente del Cai di Amatrice, Franco Tazi, affermando che essere membro del Cai significa «fare qualcosa per il CAI, perché c’è molta più gioia nel dare che nel ricevere». La parola è poi passata al figlio di Riccardo Cassin, Guido, e al prefetto Marco Valentini che, avendo esercitato diversi anni a Lecco, ha sottolineato il legame con la città capitale dell’Alpinismo, sotto il ricordo del maglione rosso del Ragno Gigi Rizzi.

A seguire è intervenuto il giornalista Serafino Ripamonti, che ha raccontato la storia dei Ragni a partire dalla foto dell’alpinista Luigi Castagna, risalente agli anni ‘40, dove era intento a scalare una montagna a dorso nudo legato alla parete da una semplice corda di iuta. «Questa immagine – ha affermato – ci mostra la semplicità assoluta e il contatto diretto con la roccia».

«Castagna, era un tipico esponente dell’alpinismo lecchese: non era un nobile né un montanaro, ma un cittadino che andava in montagna per passione. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, i ragazzi tornano in montagna dove trovano una via di salvezza che li porta a fare cose incredibili». Ecco quindi che l’alpinismo diventa un vero e proprio modo per realizzarsi e Lecco, con le sue montagne, ne è la meta per eccellenza.

«Lecco – ha continuato Ripamonti – ha le montagne immediatamente sopra all’abitato e queste diventano il primo luogo dove andare per trovare qualcosa di diverso dal lavoro. A quel tempo, gli alpinisti erano quasi tutti metalmeccanici e proprio questo mestiere li faceva mantenere sempre allenati. Questa generazione è considerata quella dei padri dell’alpinismo, separati dalla nascita dei Ragni dallo scoppio della guerra».

«Quando Riccardo Cassin entra nei Ragni segna per sempre la storia del gruppo. I suoi successo lo consacrano come “padre dell’alpinismo” ma viene visto da tutti non come un’entità superiore, piuttosto come un primus inter pares. La spedizione del 1975 segna un punto importante: in quella scalata va tutto male ma, nonostante ciò, Riccardo riesce a tornare a casa con tutti i suoi uomini, sapendo fermare la passione prima che diventasse ossessione. L’alpinismo – ha concluso il giornalista – è infatti per la vita e non viceversa».

Nella parte finale dell’incontro la voce narrante di Michele Riccardi, accompagnato alla tastiera da Alberto Della Vedova, ha raccontato alcuni episodi della vita alpinistica di Riccardo Cassin, Guido Rossa, Vittorio Ratti ed Hermann Buhl. Aneddoti e storie di quattro alpinisti coraggiosi, intervallate da intramezzi musicali che hanno trasportato la platea sulle cime del monte Badile.

Giovanni Floris incontra ad Amatrice i giornalisti locali: «Scavate nelle storie e abbiate fiducia nel potere della cultura»

«Per non smarrirsi oggi di fronte all’alluvione informativa è importante ritrovare il filo della storia. Per non perdere l’orientamento, serve respirare la verità delle storie buone». È partito dalle parole scritte da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il vescovo Domenico, per introdurre Giovanni Floris, ospite quest’anno dell’incontro con i giornalisti del territorio in occasione della solennità del loro patrono San Francesco di Sales.

Un incontro che quest’anno si è spostato dal Palazzo Papale di Rieti ad Amatrice, proprio per porre l’accento della stampa sui territori provati duramente dal terremoto.

«Il Papa ha parlato di memoria nel suo messaggio – ha proseguito monsignor Pompili – e proprio in questa terra ferita occorre riannodare il filo della storia perché queste zone non restino abbandonate a se stesse. Oggi, insieme a voi e a Giovanni, proveremo a ritessere le fila proprio da qui. Perchè lui è un grande raccontatore di storie, è un suo pregio comunicativo partire sempre da fatti, da persone e da racconti, per cui ho voluto che venisse di persona qui perché si rendesse conto di questa storia di cui troppo frettolosamente anche la comunicazione pubblica ha riavvolto il nastro».

Il vescovo ha voluto porre l’accento sulle storie, storie diverse e talvolta complicate, spesso dolorose, ma che comunque necessitano di essere raccontate dai cronisti, e direttamente sul posto, perchè si rendano conto personalmente della situazione. «Il mestiere del giornalista necessita della capacità di fare storie a partire da una conoscenza di prima mano, senza censurare la realtà ma sapendo raccontarla».

Giovanni Floris si dice onorato dell’invito ricevuto, accettato subito, senza pensarci un solo istante. Dopo Lucia Annunziata, Aldo Cazzullo e Andrea Monda, a lui quest’anno il compito di commentare il Messaggio del Papa ai comunicatori. E confessa di avere «una passione assoluta per papa Francesco, per l’attenzione che mette nei particolari della vita di ciascuno: un’attenzione che in quanto giornalista non può che emozionarmi».

Vuoi anche per i tempi televisivi ai quali è abituato, Floris modula il suo intervento in maniera diretta, sintetica e precisa, ma non senza offrire spunti e occasioni per imparare o perfezionare un mestiere in questi tempi tanto bistrattato, talvolta deriso, come il giornalista.

Un mestiere difficile, che necessita di «tecnica, studio, lavoro e manovalanza. E costanza, soprattutto». Una qualità, quest’ultima, sulla quale Floris si sofferma, perchè in un mondo che va veloce e tende a bruciare le tappe è quanto mai necessario ritrovare lentezza e tenacia. «Un tempo i nostri nonni si spezzavano la schiena per farci studiare, oggi lo studio è quasi considerato una perdita di tempo; viene suggerito ai ragazzi di andare subito a lavorare, per guadagnare presto. Si sottovaluta e addirittura svilisce il valore della parola, della cultura, a favore del valore del denaro».

La platea di operatori della comunicazione, inclusi i ragazzi del corso di giornalismo del liceo reatino “Elena Principessa di Napoli”, partecipa in maniera quasi dialogata all’incontro con il giornalista di La7. Si rompe il ghiaccio, ci si dà del tu, si sorride e ci si confronta sul proprio impegno quotidiano.

Ma si parla anche di società, di televisione, di politica, di gavetta. Della situazione dell’Italia. «L’assoluta poca fiducia che abbiamo nelle parole e nel potere della scuola di risolvere le cose sta condannando questo Paese al declino», dice Floris. «Ormai abbiamo spostato l’interesse da quello che si può dare in termini di competenza, a quello che si può spendere in termini di soldi: un danno infinito per la società, che si sta permeando della certezza che coi quattrini puoi risolvere ogni cosa».

«Non credere alla parola porta a un punto che il Papa nel suo Messaggio specifica bene: se tu non comprendi, semplifichi. Il riassunto tiene dentro tutti i particolari importanti o stronca con la semplificazione? Noi non riusciamo più a immaginare la realtà se non per facili capitoli contrappost: i buonisti e i cattivisti, il popolo o le cosiddette élite: una semplificazione dettata da poca voglia di approfondire».

E invece, il giornalista deve fare ben altro. Deve scavare, cercare, ricercare e poi cercare ancora. Giovanni scherza con il suo amico vescovo: «Don Domenico, come tutti i religiosi, agisce in modo opposto a noi. Il religioso annuncia la verità, il giornalista la ricerca. E se crede di averla trovata deve appurarla, non fidarsene subito. Il filo della verità è una necessità per il giornalista che racconta: cercare la ragione delle cose, vuol dire concentrarsi, analizzare, studiare, dare importanza alla parola che si sta usando».

Difficile comunicare bene, difficile farsi capire, nel mare magnum dei blog, delle fake news, delle reazioni “di pancia”. «Ormai è luogo comune che sia vero solo ciò che è immediato, emotivo, di pancia. Invece, è vero il contrario: è l’analisi profonda che ci porta a comprendere, non la reazione emotiva. Siamo invece al paradosso che è popolare ciò che è emotivo, e in un comportamento dettato dalla semplificazione, spesso il nemico diventa colui che è differente da me».

Il dibattito si accende, le domande sono molte. La situazione politica in Italia? «Abbiamo creduto nell’imprenditore che risolve le cose in fretta, Berlusconi, nel ragazzo brillante che rottama tutto, Renzi, nell’uomo forte, Salvini, nel comico visionario che salta i passaggi e ti porta direttamente alla rivoluzioni, Grillo. Tutte scorciatoie. Forse occorre smettere di credere alle scorciatoie e pensare a concentrarsi, con fatica, con attenzione al particolare, perchè con le scorciatoie stai solo perdendo tempo».

È necessario, ora più che mai, secondo Giovanni Floris, farsi da fare, migliorarsi, investire e dare fiducia a chi investe nella scuola, nella cultura. «E in tv, non cerco gionalisti di destra o di sinistra. Ci vogliono giornalisti che siano intelligenti. Un mestiere difficile in una società che li paga poco o pochissimo, una società in cui gli artisti sono considerati zero, i filosofi meno di zero».

Ma ci sono tanti modi per mettersi in rete e riannodare il filo. Impegnarsi, con umiltà e capacità di “tararsi”, cambiare registro, a seconda delle situazioni. «Per fare questo mestiere puoi avere anche mille titoli o lauree. Non valgono, non contano se non sai tararti sul tuo interlocutore, se non sai diversificare la comunicazione parlando ai Capi di Stato del G8 o a una scuola elementare».

Su tutto, la fatica, l’umiltà, la passione. «Il pezzo più difficile? Quello dell’11 settembre 2001. Ero a New York per una sostituzione, mi occupavo di economia, facevo radio, era la mia prima esperienza in tv. E mi trovavi davanti le Torri Gemelle che prendevano fuoco: fu una prova difficile».

Agli studenti, Floris infonde un’iniezione di positività. «Sforzatevi di trovare storie interessanti, curiose, che sappiano raccontare qualcosa che alimenti la curiosità e la voglia di approfondire. Abbattervi? Alla vostra età? No, non ve lo potete proprio permettere!»

I miti dell’Alpinismo raccontati in uno spettacolo ad Amatrice

Via Cassin è un evento eccezionale con cui si apre la quarta edizione di Montagne in Movimento 2020, organizzata dal CAI di Amatrice e patrocinata dal Comune di Amatrice, con il sostegno di Montura e con la cortese collaborazione della Casa della Musica di Amatrice.

Sabato 8 febbraio alle ore 17.30 (ingresso libero), al Polo del Gusto di Amatrice – Area Food, va in scena una narrazione unica nel suo genere e inedita per il Centro d’Italia. Si tratta di un reading musicale con commenti e voce recitante che narra, all’ombra del Pizzo Badile, alcuni tra gli episodi meno conosciuti di 4 assi indiscussi dell’alpinismo.

Nel corso dell’evento si tracceranno le gesta non solo dei mitici Ragni di Lecco (alcuni di loro presenti all’evento) e di grandi imprese alpinistiche di altri protagonisti. Oltre alla dimensione alpinistica, si sveleranno debolezze ed eroismi quotidiani di quattro uomini d’eccezione. Riccardo Cassin (alla serata evento parteciperà anche il figlio Guido), Guido Rossa, Vittorio Ratti ed Hermann Buhl. Quattro fortissimi alpinisti ma anche quattro uomini curiosi, appassionati e impegnati. Tutti, almeno una volta, ripeterono la celebre Via Cassin sulla parete nord-est del Pizzo Badile, una delle più severe dell’arco alpino. Ma mai bastò loro salire in cima alle vette: vollero sempre ridiscendere nel mondo per viverlo fino alla fine. Ratti si arruolò e morì da partigiano.

Cassin sopravvisse alla resistenza e per cento anni si divise tra fabbrica ed alpinismo. Buhl, da scalatore solitario, scendeva a valle e si circondava di una famiglia numerosa e piena di vita. Ed infine Guido Rossa, la promessa dell’alpinismo italiano, è conosciuto come il primo operaio ucciso dalle Brigate Rosse.

Sarà presente all’evento anche l’ex Prefetto di Lecco Marco Valentini, socio del CAI di Amatrice, attualmente Prefetto a Napoli.

Introdurrà la serata Serafino Ripamonti che traccerà in breve la storia dei Ragni di Lecco; a marzo uscirà il suo libro ricco di informazioni e documenti su questo prestigioso gruppo, uno dei più gruppi d’élite dell’alpinismo italiano. Alpinista di punta, dal 1995 lavora nel campo del giornalismo e della comunicazione legata al mondo della montagna e degli sport outdoor, collaborando con riviste specializzate, quotidiani e uffici stampa.

L’esperienza professionale, unita alla pratica diretta delle varie specialità degli sport di montagna (è membro del Gruppo Ragni di Lecco), gli consentono di realizzare, direttamente “sul campo”, servizi e reportage di grande competenza tecnica. Michele Riccardi è la voce narrante dello spettacolo. E’ nato nel 1980 e vive a Milano. Nei ritagli di tempo lasciati dalla famiglia e dal lavoro di docente universitario di Economia Aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, si dedica alle sue passioni: scrittura e alpinismo.  Alberto Della Vedova, alle tastiere: nato nel 1978, è istruttore CAI di alpinismo e istruttore sezionale di scialpinismo.

Vive tra Milano e Lecco e si divide tra matematica, montagna e pianoforte.  Alessandro Giampieri, alla chitarra: è musicista professionista, ha collaborato con artisti di fama nazionale ed internazionale tra cui Lucio Dalla, Ron, London Symphony Orchestra, accompagnandoli in album in studio e tournée in Italia e all’estero.

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Torna il Festival degli Agrichef per la cultura dei sapori: il finale ad Amatrice

Torna il Festival degli Agrichef di Turismo Verde, l’associazione agrituristica di Cia-Agricoltura Italiani per tutelare e diffondere i saperi e i sapori della cultura contadina, recuperando antiche ricette legate a luoghi e tradizioni. Tante le novità per questa quinta edizione che farà tappa in diverse regioni da Nord a Sud Italia, per poi concludersi ad Amatrice a maggio per il gran finale. Promuovere e valorizzare i piatti tipici locali e coinvolgere gli studenti degli Istituti Alberghieri, ambasciatori del cibo italiano nel mondo, restano gli obiettivi principali dell’iniziativa attraverso la figura dell’agrichef in agriturismo.

In Abruzzo (il 21 gennaio) e Veneto (il 22 gennaio) le prime tappe regionali in programma, mentre è in Molise che sono state già svelate alcune delle novità di questa edizione 2020 con gli studenti sempre più protagonisti. Saranno, infatti, loro a confrontarsi con la preparazione dei piatti, scoprendone le ricette ai fornelli con gli Agrichef di Turismo Verde-Cia, nei loro agriturismi e nelle cucine degli Istituti Alberghieri coinvolti.

Inoltre, nell’ambito scolastico si terrà l’evento finale regionale dove docenti e studenti, dopo preparazione e degustazione, individueranno il piatto più rappresentativo che andrà alla finale nazionale. Ad Amatrice l’appuntamento clou, dove studenti e Agrichef Cia torneranno a realizzare insieme i piatti regionali in un grande incontro tra Istituti Alberghieri e Agriturismi di tutta Italia.

Da Ansa

Amatrice, la Polizia di Stato dona il Centro Anziani e lo dedica a Rocco Gagliardi

Inaugurato nella mattina del 9 gennaio il Centro Anziani di Amatrice “Rocco Gagliardi”. La struttura, dedicata all’Assistente Capo della Polizia di Stato rimasto vittima del terremoto del 2016, è stata donata dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato in collaborazione con l’amministrazione comunale e la solidarietà di diverse associazioni presenti in tutto il territorio nazionale.

In memoria di Rocco e di tutte le vittime del terremoto, il vescovo Domenico ha aperto il momento dedicato alla benedizione dello stabile e della targa commemorativa, sottolineando come, da adesso, le persone anziane abbiano uno spazio adeguato alle loro esigenze. «Attraverso questa costruzione – ha concluso – oggi passiamo dalle parole ai fatti e preghiamo affinché questo buon esempio possa diffondersi sempre più nel nostro territorio».

Di seguito, il taglio ufficiale del nastro e il primo ingresso nella struttura, dove ha preso vita una serie di interventi. Il primo a proferire è stato il presidente nazionale dell’ANPS, Michele Paternoster. «Siamo molto felici per questa giornata, ci fa onore e piacere che la Polizia di Stato apra il Centro per Anziani di Amatrice. Ricordo che, dopo la prima scossa, abbiamo fatto fatica a fermare i nostri volontari, segnale di una forte vicinanza alla popolazione».

Dopo aver illustrato i criteri antisismici con cui è stato realizzato lo stabile, il presidente si è soffermato sulla figura di Rocco Gagliani. «Il fatto che il Centro abbia un nome e un cognome è un elemento indispensabile per la memoria che ci spinge verso un futuro più consapevole».

«Rocco aveva costruito ad Amatrice la sua famiglia ed era una persona socievole, dai modi gentili e pacati» ha proseguito il sindaco Antonio Fontanella ricordando anche tutta la solidarietà ricevuta in questi 3 anni, considerata come «un fattore fondamentale per costruire la convivenza civile e cementare le comunità».

Infine, la parola è passata al capo della polizia di stato Franco Gabrielli, che, in primo luogo, ha ringraziato le due figlie di Rocco Gagliani, Giovanna ed Elisabetta, ricordando come il loro papà fosse un esponente di un corpo che «intercetta i bisogni e le sofferenze della comunità e se ne fa interprete. Chi veste una divisa – ha proseguito – lo fa non solo per il tempo del contributo mensile ma per il senso di appartenenza, perché crede a determinati valori e al rispetto della legalità».

Gabrielli si è poi soffermato su una parola chiave: cura. «In questo Paese ci sono molte “Amatrici”, data la ciclicità di tragedie, ma ogni volta non si riesce a fare tesoro e si ricomincia da capo. Bisogna preparasi, mettere in sicurezza prima che avvengano le disgrazie e avere cura delle cose. La differenza – ha terminato – non viene fatta dalla qualifica o grado che rappresenta una persona ma da quello di cui uno si fa portatore, del senso che si attribuisce all’operato».

La cerimonia è terminata con uno scambio di doni. Il sindaco Fontanella ha omaggiato il capo della polizia con una tela raffigurante la città di Amatrice nel suo antico splendore. Claudio Savarese, vice presidente nazionale dell’ANPS, ha invece donato alla struttura un defibrillatore.

Infine, la signora Cesarina Cecchini ha consegnato alle figlie di Rocco Gagliardi un album fotografico con alcune immagini-ricordo.

Pasquella e Ciambella del Bambino: la tradizione che si rinnova

La “Pasquella”, ovvero l’Epifania, ad Amatrice è sempre stata una ricorrenza molto sentita. Il nome della tradizione deriva dall’espressione “Pasqua Epifania”, poiché secondo l’usanza, tutte le più importanti festività venivano abitualmente definite “Pasqua”.

Inoltre, l’Epifania amatriciana, come in alcune altre zone del centro Italia, comprende anche il tipico canto di questua di origine contadina, eseguito per l’occasione da gruppi popolari, accompagnati da strumenti musicali, richiedendo cibo e vino, con l’augurio di buona sorte per l’anno venturo, fertilità dei terreni e delle giovani spose.

Anche quest’anno, un gruppo di cantori, accompagnato dall’organetto, ha rinnovato la tradizione, percorrendo le strade della città, facendo tappa in alcuni luoghi simbolo: i villaggi Sae, i centri commerciali, Campo Zero e Collemagrone, concludendo presso la chiesa di Sant’Agostino.

La Pasquella è un’usanza diffusa in varie zone dell’Italia centrale. Anche a Cittareale, il “Gruppo Pasquarella” ha intonato canti propiziatori per il nuovo anno, raggiungendo le 22 frazioni del paese. A questa edizione hanno preso parte anche alcuni ragazzi al fine di perpetuare la memoria folkoristico-religiosa.

Assieme al canto della Pasquella, ad Amatrice, si è svolta la distribuzione della Ciambella del Bambino, un’antichissima tradizione legata alla Confraternita del Bambin Gesù, le cui origini costitutive si perdono nella notte dei tempi. Gli scopi principali della Confraternita erano di solidarietà e ‘mutuo soccorso’ tra i confratelli.

Per sovvenzionare queste opere veniva scelta, ogni anno, una tra le famiglie più ricche di Amatrice che, sostenendo tutte le spese per la produzione delle ciambelle, permetteva che il ricavato ottenuto dalla loro distribuzione potesse confluire nelle casse sociali della Confraternita.

Negli ultimi 50-60 anni, venuto meno lo scopo di mutuo soccorso, il ricavato della distribuzione della Ciambella del Bambino è destinato ad opere sociali e a lavori di ristrutturazione di alcune chiese di Amatrice. Una volta preparate, le ciambelle venivano benedette e distribuite ai confratelli, incluso quello incaricato della produzione per l’anno successivo.