Il presepe vivente da Pianola ad Amatrice

Nonostante una sera fredda e nevosa, è stato rievocato il Presepe vivente di Pianola (L’Aquila) che, alla sua 47esima edizione, è andato in trasferta ad Amatrice.

Un segno tangibile di vicinanza ad un popolo che, come quello aquilano, ha sofferto e soffre per la distruzione del sisma e ancor più per la perdita dei propri cari vittime della catastrofe.

Ad accompagnare i figuranti del Presepe vivente c’era Giancarlo Della Pelle, consigliere comunale, in rappresentanza del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, l’assessore regionale Guido Liris, che tra le altre deleghe ha anche quella alle aree interne e l’assessore Giambattista Paganelli di Amatrice, con delega all’assistenza alla popolazione.

Dopo un breve corteo sulla strada centrale della cittadina, c è stata la deposizione dei fiori da parte del Comune dell’Aquila al monumento ai caduti del sisma di Amatrice; a seguire la rappresentazione della nascita di Gesù nella nuova piazza tra le case in legno costruite per l’emergenza.

La capanna di Betlemme allestita per l’occasione e sullo sfondo le case in legno davano una immagine eloquente che ha aiuto i figuranti del Presepe vivente di Pianola nel loro interno di portare un messaggio di speranza a questa terra martoriata.

Al termine dei saluti istituzionali ho consegnato un messaggio di incoraggiamento e di preghiera da parte di Giuseppe Molinari, arcivescovo emerito dell’Aquila e già vescovo di Rieti, nelle mani dell’assessore Paganelli di Amatrice e rivolto a tutta la popolazione nello spirito di una continua vicinanza alla terra reatina anche dopo più di 20 dalla sua partenza per L’Aquila.

«Un grazie all’associazione ‘Come a Betlem’ di Pianola nella persona del presidente Mario Corridore per il gesto di vicinanza agli amici di Amatrice», scrive in una nota Della Pelle.

Da abruzzoweb.it

“Ai piedi della Laga” tra memoria e futuro: folla a Rieti per la presentazione del volume Fondazione Varrone – Electa

Pubblico in piedi durante la presentazione e pazientemente in fila poi per Ai piedi della Laga, il volume Fondazione Varrone-Electa presentato mercoledì pomeriggio nella ex Chiesa di San Giorgio a Rieti e dedicato alla storia e alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli recuperate dopo il sisma.

Un lavoro a più mani, curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice e con il coordinamento editoriale di Giuseppe Cassio, che offre uno sguardo d’insieme al patrimonio culturale reatino ferito dal terremoto del 2016, a cavallo tra memoria e futuro. “Lavoriamo per le comunità colpite dal terremoto, perché non venga meno il collante che ancora le tiene ancorate a quei borghi ossia la cultura e le tradizioni e perché non cali l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto a una ricostruzione che tarda a partire” ha detto il presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio annunciando l’imminente apertura di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e in primavera una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata alle opere d’arte di Amatrice e Accumoli.

Un’attenzione e un impegno necessari visti i ritardi e le difficoltà che vivono quei paesi, hanno rimarcato il vice sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e il consigliere comunale di Amatrice Alessio Serafini. Molto atteso l’intervento dell’architetto Stefano Boeri, impegnato nella progettazione della Casa del Futuro che la Diocesi di Rieti vuole realizzare nell’area del Don Minozzi di Amatrice: «Subito dopo il sisma si disse ricostruiremo dov’era e com’era. Niente di più fuorviante. Parliamo di paesi che soffrivano lo spopolamento e l’isolamento già prima del terremoto. E comunque non può essere l’affanno dell’identico a muoverci ma piuttosto dell’autentico – ha detto Boeri – Dobbiamo piuttosto sforzarci di ricostruire in modo autentico paesi e spazi in grado di rappresentare davvero luoghi di incontro, di vita, di lavoro per i giovani, in una relazione forte con l’ambiente e la natura». Un elemento, quello dell’ambiente e della natura, che il libro coglie sin dal titolo.

«Ai piedi della Laga vuol essere un omaggio quasi sacrale alla montagna che domina quei territori – ha detto Paola Refice – Nel libro raccontiamo le memorie, l’arte e la devozione del passato ma offriamo spunti meditati di riflessione anche per il futuro, perché noi crediamo che dalle rovine si possa tornare alla luce».

Paolo Iannelli ha rimarcato il grande lavoro di recupero fatto dal Mibact in tutte le sue articolazioni territoriali in una situazione di grande difficoltà e complessità: «Se abbiamo accettato la proposta della Fondazione di avviare insieme restauri e valorizzazione delle opere salvate è perché in un’operazione lunga e difficile come quella della restituzione dei beni culturali alle comunità la collaborazione tra soggetti pubblici e privati è fondamentale. Ed è importante anche che non cali l’attenzione, che questi processi vengano socializzati».

Giuseppe Cassio ha inquadrato il libro in una più ampia biblioteca dedicata ad Amatrice, a partire dal volume Electa che la Fondazione Varrone contribuì a pubblicare nel 2015 e i due libri, Rinascite, usciti dopo il sisma nel 2017 e 2018 e dedicati alle opere d’arte e al patrimonio artistico colpito dal terremoto. «Con questo libro facciamo un altro passo avanti, offrendo al lettore ottimi spunti non solo per aggiornare la ricerca storica ma anche per immaginare un futuro per questi paesi».

«Le terre amatriciane sono sempre state, nella storia, terre di passaggio e di incontro, e la Salaria un’arteria di comunicazione fondamentale – ha detto il vescovo Domenico Pompili tirando le conclusioni – A me più che di ricostruzione piace parlare di rigenerazione, e a riguardo non possiamo non considerare la necessità di infrastrutture all’altezza dei tempi. Altro elemento essenziale per riedificare Amatrice è la sua identità culturale che fa tutt’uno con l’impianto urbanistico. E se è impensabile riedificare tutto in un baleno è però necessario avviare un progetto che, fissando delle priorità, sappia nel tempo restituire il patrimonio artistico di questa terra. Magari garantendo l’integrazione tra il paesaggio ambientale e quello economico e sociale».

Duecento le copie del volume distribuite dopo la presentazione al pubblico presente.

Il libro sarà in vendita nelle librerie Mondadori-Electa in tutta Italia e on line dal 14 gennaio. Fino a quella data sarà possibile chiederne una copia in omaggio scrivendo a: [email protected]

L’architetto Stefano Boeri alla presentazione del libro su Amatrice

Ci sarà anche l’architetto Stefano Boeri mercoledì a San Giorgio alla presentazione del libro Ai piedi della Laga, il volume della Fondazione Varrone edito da Electa dedicato al patrimonio culturale ferito dal sisma del 2016. Porta infatti la firma dell’architetto italiano conosciuto in tutto il mondo il progetto di Casa Futuro, il grande piano di recupero e riuso della cittadella del Don Minozzi di Amatrice voluto dalla Diocesi di Rieti, cui è dedicato l’ultimo capitolo del libro, a firma del vescovo Domenico Pompili. Il libro stesso è il primo passo di un percorso più lungo intrapreso dalla Fondazione insieme a Soprintendenze, Comuni e Diocesi che comprende l’avvio, a gennaio, di un laboratorio di restauro a Palazzo Dosi e, in primavera, l’apertura di una grande mostra a Palazzo Potenziani dedicata all’arte sacra dei paesi della Laga.

«Per la Fondazione 2019 e 2020 sono gli anni in cui rimettiamo l’attenzione sui paesi colpiti dal terremoto», ha detto il presidente Antonio D’Onofrio presentando il libro in anteprima ai giornalisti: «È stata una tragedia vera, ma ancora più tragiche possono essere le conseguenze se i tempi della ricostruzione dovessero allungarsi a dismisura. Le nostre sono zone rarefatte, vuote: se non acceleriamo il territorio muore. Servono le case, certo, ma aspettando quelle bisogna mantenere la “colla” che c’è. E la colla, nei nostri borghi, sono le tradizioni, le usanze, i sapori. Questo libro racconta questo collante e prova a dare indicazioni meditate ad un dibattito sulla ricostruzione che ci sembra troppo urlato e inconcludente».

Ad illustrare il volume è stato il vicepresidente della Fondazione Roberto Lorenzetti, che ha rimarcato il contributo totalmente disinteressato dei 20 autori che hanno partecipato all’opera, aperta dalla prefazione del ministro Dario Franceschini e curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice, col coordinamento editoriale del funzionario storico Giuseppe Cassio.

«Il libro è diviso in due parti», ha detto Lorenzetti: «La prima, Memorie, arte e devozione, racchiude autorevoli contributi di carattere storico-artistico dedicati alla storia e ai beni culturali presenti nei paesi della Laga. La seconda parte, Dalle rovine alla luce, documenta invece il lavoro svolto dal MiBACt dopo il terremoto per recuperare e conservare quanto più possibile il patrimonio culturale dell’area del cratere. È stato un lavoro immane, nato da una collaborazione voluta dalla Fondazione tra Soprintendenze, Comuni e Diocesi: crediamo infatti che niente come i beni culturali rappresenti il trait d’union tra passato e futuro».

Il volume (223 pagine a colori) sarà distribuito mercoledì pomeriggio in omaggio a chi verrà alla presentazione, in programma a partire dalle 17 a San Giorgio. Dal 14 gennaio sarà in vendita in tutta Italia.

Pantani di Accumoli: 250 trekker in cammino verso un luogo unico

Si sono dati appuntamento la mattina presto, alcuni erano in mountain bike, altri hanno dormito nel B&B di Accumoli perché giunti da lontano. Erano 250 persone in totale, tra cui alcuni bambini. Tutti in cammino per 14 km domenica 8 dicembre nel tiepido sole invernale col freddo tagliente per raggiungere i famosi Pantani di Accumoli, sito di biodiversità, silenzi, colori incredibili in uno scenario naturale unico. L’assoluto isolamento, come quello di Castelluccio di Norcia con la sua piana fiorita o innevata, è la forza di questo posto.

La località Pantani di Accumoli è a ridosso del confine e in continuità col Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Fanno da cornice a questo luogo unico i Monti della Laga appena imbiancati, più lontano il Vettore e all’orizzonte le punte nette del Gran Sasso ammantato di neve: scenari mozzafiato. Organizzato dal Gruppo Ri.Am.A.Le (4 sezioni del CAI della Provincia di Rieti unite nello spirito della montagna) per ricordare sul territorio l’imminente Giornata Internazionale delle Montagne, la giornata ha avuto la collaborazione tecnica dei gruppi Tutela Ambiente Montano (CRTAM Lazio, CITAM Marche e Umbria) e l’apporto sostanziale della quasi totalità delle sezioni e dei Gruppi Regionali CAI Lazio, Umbria, Marche.

Ai Pantani, che sono delle grandi pozze naturali dove si abbeverano gli animali, mucche e cavalli, e dove vivono specie selvatiche tra cui il tritone alpestre e la rana temporaria entrambi a rischio estinzione, sono giunte rappresentanze di altre associazioni: Legambiente, WWF, Italia Nostra e alcuni cittadini di Accumoli che hanno preso la parola e hanno spiegato la loro forte contrarietà al progetto di sviluppo, così come si palesa dalle proposte progettuali. Lo scopo di questo trekking era quello di vedere, per molti rivedere, e di conoscere meglio questo luogo di pace: prima ci si arrivava attraverso una carrareccia (per chi disponeva di una jeep) e soprattutto a piedi lungo il sentiero. Il luogo è senza edifici, senza caos, è appartato, regna la natura e basta. Un posto bello di per se stesso, insomma.

Ora questo luogo potrebbe essere minacciato da iniziative che, seppur basate su condivisibili esigenze di rilancio economico e turistico, potrebbero deturpare per sempre i noti Pantani di Accumoli. Già il recente lavoro sulla carrareccia, con lunghi tratti cementati e asfaltati, anche alle quote più alte, non sembra un modello di opera realizzata con sensibilità ambientale. A questo si aggiunge il progetto di realizzazione di un rifugio proprio in questa valle di silenzi, molto poco antropizzata e ancora vergine. Obiettivo è indurre tante persone a “consumare” questo luogo facendolo purtroppo diventare qualcos’altro da quello che è. Con l’illusione di valorizzarlo, con l’illusione di assicurare lavoro e rilancio turistico per chi vive o vorrà tornare a vivere ad Accumoli, a tre anni dal terribile sisma.

Le domande sono state tante, tra i presenti. Dove si prevede la realizzazione del rifugio? Quanto sarà grande, sarà immaginato come un hotel? Avrà capacità recettive? Che materiali saranno usati? E’ questo il modo più idoneo per tutelare e nello stesso tempo valorizzare un luogo come questo? Che impatto antropico avrà d’estate questa valle? Chi farà manutenzione del territorio? Cosa comporterà tutto questo per i fragili ecosistemi, visto che si tratta di zone finora protette, di un’ oasi WWF e di un Sito di Importanza Comunitaria Natura 2000? Tutti hanno commentato che questo progetto è in contrasto con quanto serve all’Appennino, anche in funzione di ripartenza dopo il duro colpo inferto dal sisma. Tutti con amarezza constatavano che c’è bisogno di piani e investimenti in grado di affrontare e vincere la sfida dello spopolamento, sostenendo piccole imprese, piccole attività e la filiera di nuove economie locali. E questo scenario di “sviluppismo” si prospetta nonostante la ricostruzione post sisma non sia nemmeno iniziata. A cosa serve costruire invece una strada di cemento in montagna, con forti pendenze, stretta e in alcuni punti pericolosa se si percorre a doppio senso di marcia (del costo 570.000 circa, così recita il cartello lavori esposto)? A cosa serve soprattutto un edificio che guarda i Pantani e che sarà aperto presumibilmente solo d’estate? Perché, soprattutto, non sistemare subito quello che c’è già intorno ed è abbandonato dopo il sisma? Si tratta di ben 3 rifugi esistenti, che avrebbero bisogno di essere ristrutturati e consentirebbero di accogliere camminatori e turisti su ben 3 aree diverse e non lontane dai Pantani di Accumoli e che servirebbero al rilancio di tutta la rete sentieristica del territorio.

Sulla base di queste considerazioni, tutti si augurano che la Regione Lazio ed il Comune di Accumoli possano ripensare questo progetto mettendo in un cassetto l’idea di un inutile quanto dannoso nuovo rifugio ai Pantani di Accumoli. Stabilire un dialogo costruttivo con tutte le associazioni che vivono e promuovono il territorio, comprese quelle ambientaliste, è cercare di costruire una visione comune di turismo autenticamente sostenibile a breve e a lunga durata. Sostenere il recupero dei sentieri e della viabilità lenta, con le attività ad essi legate, è un modo concreto e duraturo di aiutare le comunità colpite dal sisma, che possono tornare a vivere grazie alla bellezza autentica dell’Appennino Centrale.

I camminatori sono andati via con uno zaino pieno di preoccupazioni, calpestando il tratto di quella strada dove ora figura una scritta a caratteri cubitali, fatta chissà da chi e chissà quando: “ricostruzione – stop speculazione”. (f.to Italia Nostra sez. Sabina e Reatino)

L’arte ai piedi della Laga: il nuovo libro della Fondazione

Ai piedi della Laga: si intitola così il volume della Fondazione Varrone edito da Electa dedicato al patrimonio culturale di Amatrice e Accumoli ferito dal sisma del 2016. Il libro – curato dai soprintendenti Monica Grossi, Paolo Iannelli e Paola Refice e dal funzionario storico dell’arte Giuseppe Cassio – verrà presentato a Rieti mercoledì 18 dicembre alle ore 17 nella Chiesa San Giorgio.
L’opera esce con la presentazione del ministro Dario Franceschini e si compone di due parti: la prima racchiude autorevoli contributi di carattere storico-artistico e antropologico dedicati alle diverse tipologie di beni culturali presenti nei paesi della Laga. La seconda parte documenta invece il lavoro svolto dal MiBAC dopo il terremoto per recuperare e conservare quanto più possibile il patrimonio culturale dell’area del cratere, per non disperdere le trama di esperienze, di vite vissute, di fede genuina intrinseche in quelle opere.

«Lo strappo violentissimo patito dalle nostre comunità con il terremoto del 2016 ci spinge a riannodare i fili della cronaca con quelli della storia. Lo facciamo con questo libro, per fissare su carta la memoria del patrimonio artistico andato perduto e per immaginare un nuovo futuro per ciò che si è salvato o che potrà essere ricostruito – spiega il presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio – Questo libro rappresenta anche il tentativo di sottrarre il dibattito sulla ricostruzione al rumore dei social e alla dittatura del tempo-reale per consegnarlo ad una dimensione più meditata e approfondita. Ed è quanto vogliamo condividere con le istituzioni e con la città in occasione della presentazione».

L’ingresso a San Giorgio è libero, fino ad esaurimento posti. Al termine della presentazione sarà possibile avere una copia del volume.

Borbona sotto le feste diventa un “Paese Natale”

Diciotto anni fa nel comune di Borbona si decise di realizzare un presepe artigianale adoperando tutte le capacità creative dei concittadini. Il risultato fu entusiasmante, tanto che in moltissimi lavorarono per poter raccontare un pezzo di storia o di tradizione: nacque così il “Paese Natale”.

«Il presepe per noi rappresenta il nostro paese in miniatura dove intorno alla Natività si raccontano le arti e i mestieri dei nostri padri. Nel corso di questi anni è stato ampliato ed arricchito, cosi come avverrà anche quest’anno. Si caratterizza per essere ogni anno realizzato in modo diverso ed essere visitato al suo interno come una passeggiata fatta nel paese, riconoscendo via via i suoi luoghi.

La tensostruttura di 150 mq, che lo ospita viene collocata nella piazza centrale di Borbona, da li parte ogni attività e li si conclude ogni festa», dicono gli organizzatori.

E quest’anno il presepe di Borbona, ormai da tutti definito monumentale, verrà inserito nel percorso della Valle del Primo Presepe, evento voluto dalla Chiesa di Rieti per valorizzare l’intuizione francescana del 1223.

Dal 7 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020 il mercatino di Natale accoglierà grandi e piccoli in un villaggio di casette di legno addobbate e decorate, raccontando le suggestioni dei nostri territori con la presentazione di articoli tutti artigianali e bio a coloro che vorranno vivere tradizioni autentiche e degustare prodotti tipici. Non mancheranno laboratori creativi per i bambini a cura del Centro giovanile di Borbona, tour in carrozza con i cavalli alla scoperta del borgo, degustazioni di prodotti tipici, performance teatrali, zampognari e molte altre sorprese.

Inaugurato il Laboratorio della Casa delle Donne di Amatrice e frazioni

Inaugurato ieri il laboratorio della Casa delle Donne di Amatrice e Frazioni. La struttura, progettata dall’architetto Massimiliano Muscio, si sviluppa su un’area di circa 130 metri quadrati e sorge nell’area SAE di Torrita, frazione di Amatrice: è composta di un grande salone per lo svolgimento delle attività ed altri locali di servizio.

«Dobbiamo ringraziare prima di tutto i numerosi donatori ed amici che ci hanno accompagnato in questo splendido percorso -ha detto Sonia Mascioli, presidente della Casa delle Donne di Amatrice e Frazioni- ora siamo pronte per partire con le nostre attività: ceramica, cucina, tessitura, feltro, ma non solo».

La sagoma di un albero in legno, posto all’entrata del laboratorio, con le foglie che contengono i nomi dei donatori: così le Donne di Amatrice e Frazioni hanno voluto testimoniare l’importanza di questo luogo di aggregazione che oggi ha visto la partecipazione di numerose associazioni giunte a portare il loro saluto..

«Lo stare insieme in questi tre anni ci ha insegnato tanto -prosegue Sonia Mascioli- ci ha fatto capire che si possono raggiungere obiettivi importanti. Ci sono strade nuove da percorrere insieme con le nostre associate e con il territorio: lo faremo con il Direttivo dell’Associazione che in questi mesi ha dato un supporto fondamentale e continuerà a dare il suo contributo».

Alla manifestazione sono intervenuti anche il sindaco di Amatrice Antonio Fontanella, Giovanna Pugliese, assessore regionale del Lazio al Turismo e Pari Opportunità e il consigliere regionale Sergio Pirozzi.

Castagne e polenta il primo dicembre a Cittareale

Una giornata all’insegna del gusto, domenica prossima a Cittareale. La Pro Loco organizza in collaborazione con il Comune di Cittareale e la Soc. Coop. Velinia un appuntamento legato alle castagne.

Sulla tavola, oltre alla polenta e alle castagne, sarà servita anche la novità del birrificio Alta Quota di Cittareale, la Birra alle Castagne Maecilia.

La festa delle castagne si svolgerà a partire dalle ore 12 a Cittareale, presso la tensostruttura in località Ricci e segna anche l’inizio di una futura collaborazione del territorio cittarealese con la Cooperativa Velinia nel prossimo anno.

Le iniziative a Cittareale non si fermano qui. Il weekend del 7-8 dicembre: sabato 7, appuntamento con l’accensione dell’albero di Natale, musica e molti altri eventi. Il giorno successivo, spazio al mercatino di Natale nel centro storico a cura dell’Associazione Ver Sacrum.

Il prezioso lavoro dei giornalisti nelle zone del sisma: comunicare l’emergenza in maniera responsabile

Sabato 23 novembre, presso il Polo del Gusto di Amatrice, si è tenuto il convegno promosso dall’Ucsi, Unione Cattolica della Stampa Italiana, e dalla Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche, dal titolo “Il racconto responsabile dei disastri naturali”, volto ad analizzare il metodo della comunicazione nei territori colpiti da calamità naturali anche attraverso lo strumento della “Carta di Rieti”.

Molti gli interventi che si sono succeduti durante la mattinata, moderati dal giornalista di TV 2000 Fabio Bolzetta, nonché autore del libro “Voci dal Terremoto” in cui si racconta la memoria dei momenti difficili e quella delle esperienze positive. «Comunicare bene durante lo stato di emergenza – ha esordito Diana Daneluz, Ferpi Lazio – significa evitare il danno della disinformazione. È necessario che la comunicazione sia scientifica ma accessibile al destinatario comune e che metta in risalto ogni singolo gesto eroico che può creare empatia intorno alla comunità colpita anche dopo lo stato emergenziale».

Il secondo intervento è stato quello del giornalista di TGR Lazio, Rosario Carello, che ha raccontato il frenetico lavoro del suo staff durante le difficili ore post-sisma. «È stata una realtà molto complessa. I giornalisti sono passati dall’essere supportati all’essere sopportati e questo ci ha fatto capire che un territorio è fatto di portatori di interventi diversi. Il terremoto porta con sé una serie di difficoltà e bisogna decidere come affrontarle, cercando di costruire la fiducia nel pubblico essendo testimoni con le nostre facce e le nostre firme».

La comunicazione nei casi di emergenza mette in campo diverse sinergie, come dimostra la testimonianza del tenente colonnello Salvatore Verde, responsabile dell’ufficio comunicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito. «L’Esercito si ritrova sempre in prima linea nello stato emergenziale, attraverso le differenti specialità del Genio. Poi, però, bisogna anche raccontare e unificare la voce dei racconti. Noi siamo stati il collante di tutti gli attori che si raccontavano senza alterazioni». Ha sottolineato, infine, come i tempi sempre più stretti portino ad una comunicazione più concisa che deve comunque essere corretta e capace di arrivare alla gente comune.

A seguire la testimonianza del vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, che ha evidenziato l’esigenza di mantenere viva l’attenzione nei territori colpiti dal sisma. «Se guardiamo alla comunicazione, c’è stata una stagione molto intensa nel primo periodo post-sisma, successivamente entrata in una zona d’ombra. Il dramma di Genova, infatti, sembra aver dirottato altrove l’attenzione ma qui le cose non sono ancora risolte. Senza una comunicazione diffusa, capillare e aggiornata, c’è il rischio di venir messi da parte».

Inoltre, ha messo in luce come sia necessario evitare “un’informazione dell’anniversario” in ottica di un’informazione moderna, che restituisca l’effettivo percorso di rigenerazione, mettendo in risalto la questione dell’Italia centrale.

La seconda parte del convegno si è invece soffermata sulla spiegazione della “Carta di Rieti”, una raccolta di comportamenti da adottare nella comunicazione inerente a un territorio che si trova in uno stato di emergenza.

Stefano Marcello, coautore della Carta, ha spiegato come essa «debba essere considerata come un post-it, un appunto che ci ricorda un appuntamento senza approfondire. La Carta non è, difatti, di natura prescrittiva e non reca alcuna tempistica. Si tratta di una scelta volontaria e condivisa da tutti coloro che hanno partecipato alla sua stesura. Si tratta di una scelta attentamente ragionata, che conta la complessità quantitativa, in termini di attori e territori e che deve fare i conti con una complessità di tono e di linguaggio. L’ipotesi è quella di fornire un metodo che renda strutturato un percorso di comunicazione che deve contemplare anche il rilancio dei territori colpiti».

Prezioso anche l’intervento dell’architetto Ginevra Selli che ha dimostrato che «anche l’architettura può comunicare, veicolando messaggi di inclusione e spiritualità». Il progetto da lei illustrato parte dalla considerazione dei luoghi di culto come punti di incontro per la comunità. Il progressivo aumento di persone di culture e religioni diverse ha posto l’esigenza di creare nuovi spazi in cui poter attuare un dialogo interreligioso in virtù della speranza. Così, si è pensato «ad uno spazio articolato con un vuoto in centro ma connotato dalla presenza di luce, intorno al quale si dispongono diverse stanze».

Ecco come, anche nei territori colpiti dal sisma, si potrà avere l’opportunità di recuperare i luoghi di culto nell’ottica di un’apertura verso l’atro.

«Bisogna investire sulla cultura. La mancanza di consapevolezza del rischio come emergenza crea un sistema in cui nessuno ha la fiducia nell’altro, mentre prendono sempre più piede le informazioni non accreditate» ha infine concluso Sergio Vazzoler, mettendo altresì in risalto un altro tema estremamente attuale: quello dei cambiamenti climatici.

L’esperienza del MuDA al Rieti Digital, nuove tecnologie a servizio dell’identità culturale

Sabato 16 novembre presso la sala consiliare del Comune di Rieti, nell’ambito del Festival Rieti Digital, è stata presentata l’esperienza del padiglione multimediale MuDA di Amatrice, un progetto a cura dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Rieti illustrato dall’ingegner Maria Luisa Boccacci.

Dopo il lavoro emergenziale, durato circa due anni, rivolto soprattutto alle operazioni di recupero dei beni dalle macerie e di messa in sicurezza degli edifici di culto, la Diocesi ha voluto avviare un processo di valorizzazione del patrimonio culturale da realizzare sul territorio colpito dal sisma. Un processo che si è concretizzato nell’estate 2018, con l’installazione nel paese terremotato di un padiglione espositivo multimediale al cui interno è stata allestita la mostra “Tramandare il Bello. Il recupero dell’eredità culturale per una nuova sintonia con il creato“.

Un’iniziativa nata per dare uno stimolo al territorio attingendo dal patrimonio culturale e artistico e avvalendosi allo stesso tempo delle nuove tecnologie: le innovazioni digitali sono dunque diventate un mezzo espressivo per “far nascere” le opere sotto gli occhi dei visitatori attraverso la realtà aumentata.

L’esperienza presentata dalla Diocesi testimonia il percorso sviluppato nell’ambito dei beni culturali culminato con l’inaugurazione ad Amatrice del padiglione, e che prende il suo avvio dopo la fase emergenziale post sisma, evento che ha interessato un’ampia porzione del territorio diocesano e che, relativamente all’ambito dei beni culturali, ha rappresentato un momento ineludibile per ripensare l’intero operato della Diocesi per quanto riguarda la loro gestione, tutela e valorizzazione.

«Se fin dall’inizio era chiaro l’obiettivo e l’esito di questo processo, che si sarebbe esplicitato e concretizzato nella realizzazione di una mostra, ovvero di una iniziativa aperta al pubblico locale e non, non era altrettanto chiaro con quale modalità e quale aspetto avrebbe assunto l’esposizione. Ci siamo trovati di fronte a vicoli molto forti nella realizzazione – ha spiegato in sala consiliare l’ingegner Boccacci – se da una parte gran parte delle opere d’arte fortunatamente non avevano subito danni irreversibili durante il sisma, quindi questo ci consentiva di poter attingere a un’ampia scelta dei beni da esporre; dall’altra il contesto in cui si operava era costituito da un territorio distrutto in cui mancavano fisicamente strutture ed edifici in cui allestire l’esposizione e in cui assicurare le opere da esporre in un luogo protetto e sorvegliato. Queste considerazioni ci hanno indotto a ricercare una soluzione che permettesse di superare questi limiti e al contempo di garantire un alto livello di gradimento nella fruizione, dal punto di vista estetico, un alto valore contenutistico dal punto di vista storico – artistico, oltre che assicurare fisicamente uno spazio idoneo che abbiamo ricavato installando una struttura prefabbricata, rendendola anche particolarmente accattivante e riconoscibile esteriormente grazie alla contro struttura in tubi e giunti ricoperta con teli stampati. Per quanto riguarda l’allestimento, invece, il ricorso alle innovazioni digitali e tecnologiche, impiegate come mezzo espressivo per “concretizzare” la rappresentazione delle opere, è stata la chiave per raccordare le diverse esigenze e tenere insieme tutti gli aspetti che costituivano il processo».

Ma l’iniziativa si sviluppa anche a seguito dell’esigenza di sopperire a una forte motivazione simbolica: lanciare un segnale e uno stimolo per un territorio ferito fa attingendo alla dimensione del patrimonio culturale e artistico: «Alla base del suo concepimento vi è la convinzione che l’identità culturale, connessa ad una comunità e ad un territorio, sia il caposaldo attorno al quale la comunità stessa trova il suo fondamento e la sua ragion d’essere, alla quale può attingere per guardare al futuro. In questa ottica l’allestimento del padiglione espositivo rappresentava un’ occasione per riallacciare le radici culturali e sociali di un territorio “interrotto” e per promuovere un messaggio di vicinanza alle persone, testimoniando al contempo il lavoro svolto dalla Diocesi e dagli altri enti che hanno operato nella fase post-sisma».

Un progetto che ha sopperito all’assenza fisica delle opere d’arte, conservate e custodite in appositi depositi in attesa di tornare nei luoghi di culto originari, grazie all’applicazione di soluzioni multimediali e digitali. Un video mapping con una narrazione affidata all’effigie della Pala di Cossito accoglie i visitatori, che poi usufruiscono tramite tablet o smartphone della realtà aumentata: ed ecco che per potenza della tecnologia grazie alla scansione tridimensionale appaiono sui piedistalli i sei oggetti selezionati, con tanto di particolari così realistici da sembrare realmente essere presenti, addirittura fino a regalare la sensazione di poterli toccare. Il padiglione è stato realizzato anche grazie al contributo del dottor Giuseppe Cassio, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza di zona, che ha curato in prima persona i contenuti della mostra e guidato l’intero iter di elaborazione del percorso espositivo dal punto di vista storico artistico, assicurando un fondato valore contenutistico, oltre che estetico, alla narrazione.

Il padiglione multimediale ha svolto, soprattutto nei mesi estivi, anche un’apprezzata funzione ricreativa e attrattiva a beneficio dei molti visitatori giunti a portare sostegno nelle zone colpite dal terremoto del 2016 e nasce, inoltre, come anticipazione della futura sede distaccata ad Amatrice del Museo Diocesano attualmente ospitato all’interno del Palazzo Papale di Rieti.